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Più o meno da quando impariamo a contare e leggere riusciamo a percepire che esiste un teatro insito nelle arti, da adulti ci rendiamo poi conto che il teatro della poesia può togliere il sonno. Rispetto a questo possiamo comunemente ipotizzare che ogni poeta è soggetto a crolli psicologici, continui stadi di nervosismo e mancanza di una vera e propria salute sia fisica che psichica. Queste nei primi anni del Duemila, mi sembrano storie di altri mondi, perché il poeta ha una natura umana ed è umano essere finiti e potenzialmente malinconici, malaticci. Credo che la fantasia e la capacità di immaginazione siano uno dei migliori escamotage per vincere la malattia di retaggio novecentesco e vincere il senso della vera e propria reclusione nelle nostre forze mentali, nell’isolamento dell’uomo contemporaneo. In questo la poesia resta una forma di purezza estinta, da pochi evocata con consapevolezza e fermezza. In aggiunta vorrei anche evidentemente scrivere che ogni luogo è casa, ogni altrove è dimora e ogni realtà (sociale e non) è possibile di poesia perché la poesia insieme all’immaginazione e alla fantasia resta lo strumento filosofico più potente per vivere meglio. (Certo sappiamo tutti che parlo nei limiti del lecito e della lucidità, mi sembra evidente). Il nostro secolo, sta cercando in tutti i modi di vincere l’isolamento a cui ci costringiamo forzatamente tramite soprattutto i social e internet. Prima si combattevano le guerre dei mondi, ora ognuno di noi è chiuso nella sua alterità ed è mondo per sé stesso: i riflessi di una nostra identità sociale sembrano essere i riflessi di una identità collettiva, e pare non ci siano soluzioni a cercare di superare questi confini imposti dall’evoluzione e dalla tecnologia, soprattutto per le nuove generazioni.
Spese queste due parole sull’isolamento intra-persona, rientro nel fulcro del nostro discorso intorno la letteratura che invece contiene un messaggio di assoluto per sua natura. Infatti oggi nel panorama letterario ci sono libri di poesia che nascono come libri che pretendono di vertere a una forma luminosa, una forma che appare luminosa come enunciato filosofico, con dei richiami quasi esoterici, mistici, difficili. Eppure niente è logicamente così chiaro come la bellezza di testi che seguono inclinazioni speciali, come quasi immagini di charme. Parlo di un autore come Mastropasqua Gianpaolo, psichiatra e musicista, che prima di “Viaggio salvatico”, dà diverse prove di una poesia autonoma e particolare. Di uno stile personale e di ricerca.
Sapete che per quanto mi riguarda sto seguendo i libri classificati e premiati al premio Nabokov ed ero tenuta a parlare in questo caso di “Viaggio salvatico” primo classificato per la poesia edita nell’edizione del premio Nabokov del 2018, e che grazie alla gentilezza e all’educazione mirabili di Gianpaolo ho potuto leggere anche un’altra sua pubblicazione di poesia, “Danzas de amor y duende” che ha un respiro europeo (infatti si tratta di un editore spagnolo, Valencia, edizione bilingue, Editorial Enkuadres). Così ho potuto trovare dei punti di continuità tra il primo libro e il secondo che sopra ho citato. Questo mi è parso un viaggio non solo estremamente divertente ma coinvolgente non poco. Da un lato perché adoro le letterature stimolanti e le sfide al limite tra il conscio e l’inconscio, il percepibile e l’invisibile, che trovo quindi meglio molto meglio che le penose letterature del taglia e incolla contemporaneo. E per una volta, concedetemelo leggo da poeta e non solo da lettore interessato alla psicologia come alla letteratura spiritualista: logicamente quando apri il libro e ti trovi davanti poesie così decise e aperte come “Mercuriale” ti viene da domandarti dove inizia la dimensione onirica e dove finisce, dal momento che gran parte della poesia contemporanea del nuovo secolo ha perso queste definizioni così ampie, e chiunque potrebbe dire con determinazione che il “tu” sinfonico di Mastropasqua evita un circuito di carattere oppresso, indeciso, instabile, per uno fiero, altruistico, evocativo. L’uomo qui ha un’abitudine alla bontà vera, al coraggio della passione che è metafisica e segno, all’amore inteso come una relazione positiva che dà fiato ai polmoni. Il libro ha il fascino di una notte e di un giorno imperanti, proprio perché regala la percezione che le cose cambino nel verso, che le cose sono propulsioni, sono dinamismi, attivismi, slanci, molle. In questo la vitalità e la proclamazione del sentimento puro trova ampi riferimenti nella poesia spagnola, in particolare quando il protendere del verso è rivolto a una tavola sensuale, cospicua, reale, innamorata. In questo la poesia di Mastropasqua evita le forme della difesa, dell’individualismo, dell’irresponsabilità, del disamore, dell’avidità potremmo definire che risente degli echi della poesia sentimentale spagnola. Nell’architettura del libro esiste come quasi una scala, una preparazione sistemica, un indottrinamento alla genuinità, alla verità della persona nel mondo, della persona sana nel mondo.
Nel pensiero di Mastropasqua ci sono evidenti riferimenti allo studio della bioetica e al rapporto tra poesia e scienza, che tuttavia in questo percorso letterario suggerisce in parte la continuazione della tematica protagonista che più propriamente diviene il tentativo riuscito in modo mirabile di un discorso promettente, realizzato, alimentato dalle sue stesse intuizioni. In questo il potere del libro non sta solo nel fascino ipnotico, che non ha nulla di teatrale, ma anche e soprattutto nell’espressione che nasce dall’interno viva, ardente, giovane. Se il pensiero nasce da una ambizione plurivalente e specializzata il risultato non può che rientrare nella grande poesia di rilievo.
Quindi la poesia di Mastropasqua celebra il dialogo, l’intelligenza e “l’oltrefemmina” (manifestazione stessa della poesia) insieme all’oltre-poeta (il simbolo dell’ultimo coniuge, dell’amato, dell’assoluto e quindi dell’eterno), il manifesto di una poetica data al trionfalismo degli dei “Io che non sono io non scrivo per gli uomini, io scrivo per gli dei”. In realtà l’impressione che abbiamo noi uomini è quella di un libro pieno d’anima e di studio: la sensazione è che il libro sia incombente e che possa incidere e segnare, tuttavia non accenna a concentrarsi su di sé, a stare attenti. Il lettore è immerso in un piano logico e organizzato, perciò sublime, raffinato, di fascino letterario. L’estremo riguardo è a tutto quello che paradossalmente ha un’azione e una funzione terapeutica, positiva. Il vero rabdomante è quindi il lettore stesso che si trova di fronte al vero manifesto del libro “un poema d’acqua” che “spoglia lo zodiaco fino all’ultimo segno/ impugnando il bastone di noce in caduceo/ agitando il monte sacro in valanga/ per incidere le iniziali del corpo che scorre/ naufragando senza nome nelle isole rosa”, isole a cui fa riferimento il libro stesso elencando nel verso alcune isole greche ma potremmo ipotizzare anche il riferimento letterario alle isole poetiche estrapolate e inserite in Danzas, si tratta delle undici poesie pubblicate in precedenza in “Partita per silenzio e orchestra” (Lietocolle, 2015). Le geografie e i luoghi sono a volte fisici, altre no: la prima poesia ad esempio richiama alla città di Parigi, nelle altre poesie “l’oltre-femmina” non rassomiglia mai ad una città o ad un luogo ma il “tu” femminile sembra prendere connotazioni sociali: “come fossi qui viva e nuda”, “fiammella”, “non comunista, non cattolica eri”. Il tempo e le geografie quindi se da un lato sono estremamente e dettagliatamente collocate, dall’altro sono ermetiche, a tratti oserei dire tradizionalmente orfiche. Questo accade in modo naturale nella scena narrativa perché il tempo del racconto vede quasi le cose attraverso dio, l’io-poeta narra con passione, sembra chiaramente il riflesso del sé soprattutto quando racconta lucidamente la condizione esistenziale e psicologica che lo attraversa. La capacità di tenere una intensità amorosa in ogni poesia è chiaramente prova di una delicatezza dal fascino antico, soprattutto quando la relazione tra “l’io” e il “tu” prende l’attributo storico, “era sera/ come cento anni fa, eri ancora lì,/ a guardarmi”. Quando una poesia può dirsi “superiore” alle altre? mi viene da domandarmi… certi libri di spessore e soprattutto ad effetto fortemente romantico ti pongono questi dubbi. Il fatto è che anche un libro che personalmente reputo superiore agli altri per come è scritto è pur sempre un libro di poesia, che quindi potrebbe avere un effetto come potrebbe non averlo e che resta superiore nell’atto umano di raccontare una gestualità feconda, una scoperta in “un paesaggio di luna”. Ma poi mi dico che non esiste qualcosa di superiore che non sia trascendere e che le forze naturali e le citazioni filosofiche si riducono a poco senza la tecnica e la maestria, e che una parte di ogni poeta resta comunque nel suo fondo convalescente, primitiva e pura. È questo che spinge Mastropasqua a scrivere “forme semplici/ tra due versi non raggiungibili” e segnare un percorso storico-letterario che appartiene a una natura sempre decisa, scientificamente decifrabile, bella.

Sabatina Napolitano

News Reporter
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