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Il primo pensiero che mi è venuto in mente dopo aver letto queste sillogi di Gabriella Cinti è stato “l’altrove letterario è un necessario ideale di sublime”. Anche se l’altrove così come l’oltre modificano continuamente i nostri orizzonti, decifrano le prospettive del quotidiano, dettano le analisi del tempo in riletture diacroniche.

Per immaginare un altrove e un oltre letterario puro e semplice, si vive come in un continuo stadio di privazione che è propriamente l’atteggiamento della contemplazione e dell’ispirazione dell’autore rispetto il tu del desiderio. Oggi consideriamo quasi nevrotica la discrepanza tra antico e moderno, classico e contemporaneo. Per quanto mi riguarda ho cominciato presto a risultare così ingenua ai miei occhi che mi concedo gran parte di ciò che ci si potrebbe concedere leggendo un libro, di qualsiasi natura letteraria si tratti (antico, moderno, classico o contemporaneo) amando più o meno ogni genere, indiscriminatamente.

Nel concreto certo parlo in ogni caso di libri scritti dagli amici, persone responsabili e valide a loro volta recensiti da amici. So che questo potrebbe far risultare il mio pensiero come una anonima fantasia, eppure mi ci trovo bene. Ci sono alcuni libri capaci realmente a far vivere l’antico in una restaurazione anche della lingua greca non con il senso isolato che la contraddistingue, bensì rendendola un riferimento d’avventura, un paesaggio contemporaneo. Questo mi sembra che possiamo dire sia un esperimento riuscito in Cinti soprattutto se la storia della comune appartenenza di campo è quella della poesia. L’esperienza della scrittura poetica in alcuni libri rende come una esperienza pittorica (in questo caso la Cinti ha dei picchi che potremmo definire di poesia surrealista) e cinematografica per questa ragione ci guida allo scoprimento di una emozionalità ancestrale, fino al vertice: all’emozione pura. Se l’antico coincide con il ritorno all’essenziale, ai riflessi della dolcezza e dell’innocenza della culla del nostro tempo, questo fortunatamente potrebbe esser detto dalla poesia.

Il contatto con la nascita della lirica

Come sappiamo la nascita della lirica nella nostra cultura risale più o meno intorno al VII-VI a.C quando la poesia accompagnata alla lira si distingueva in monodica, citarodica, aulodica, citaristica, auletica, corale o corodica. E si distinguevano anche l’elegia accompagnata dal flauto, e il giambo (che si eseguiva con uno strumento simile all’arpa). Secondo gli alessandrini i poeti erano i monodici e i corali tra cui tutti conosciamo i più celebri come Saffo, Alceo, Anacreonte, Alcmane, Stesicoro, Ibico, Bacchilide, Simonide, Pindaro. Di quel tratto di antichità la Cinti si fa portavoce dell’ethos educativo: tra le pubblicazioni di Mystis (“iniziatrice”) dottore di ricerca in italianistica troviamo Suite per la parola (Pequod, Ancona, 2008), Euridice è Orfeo (Achille e la tartaruga, Torino, 2016) Madre del respiro (Moretti e Vitali, 2017) e Il canto di Saffo: musicalità e pensiero mitico nei lirici greci (Moretti e Vitali, 2010).

Euridice respira in Orfeo; la simbiosi di un tensivo sentire

In “Euridice è Orfeo” la passione per la filologia unita a una lirica aperta, reale, inconfondibile rende la sfera del pathos continuamente epifanica, insistente, “colmate le lacune nell’insorgenza/ di miracolosa interezza/ spalancatasi nei tuoi occhi a me invisibili” (Esplosa epifania). Il fatto è che tutta la poesia presentata in questo libro è una poesia tesa nell’atto del rivendicare per questo le tematiche sono relative al riconoscimento dell’antichità come verità, “nel cuore della verità” direbbe Montale che in alcuni casi non è solo esistenziale ma ontologica “Dove non si cade né si accade,/ a leggere foglie di tè del già avvenuto,/ mai più al balcone dell’attesa,/ accettare il fiore senza interrogare i peli/ in cerca della verità/ al centro del labirinto profumato” (Che posso fare?)”.

In questo l’autrice ha sicuramente un compito che consiste nel reinterpretare il mistero filologico in chiave contemporanea per dargli vita e fare in modo che resista nel suo profumo: lo spazio-tempo illeso dei secoli e permettere implicitamente che continui a compiere la sua rivoluzione.

Ogni intenzione infatti in queste liriche non è casuale prima di tutto perché l’ideologia pervasiva del libro è dominata da un mito che regge l’impalcatura filologica e poi perché l’esperienza intima riesce a celebrarne la magniloquenza, così che il mondo di Saffo, le profezie, gli annunci sono il frutto di un sapere antropologico comune e collettivo, soprattutto per quanto riguarda il nostro sentire italico. Questo mondo e spazio-tempo quindi può traslarsi e reinventarsi nelle prose e nelle performance della Cinti perché l’etica che reggeva i poeti e i pensatori della poesia ellenica è presentata in modo che interessi ancora alla società e al contesto contemporaneo. La rilettura del classico è il carattere più sorprendente di questa ispirazione lirica. Così anche una informazione di espressione privata (Il tuo regalo di luce) è capace ad assumere un andamento descrittivo dal risvolto ermeneutico/interpretativo.

Nella postfazione al libro la stessa autrice infatti tende a sottolineare la valenza mistica dell’ermeneutica che lei propone dopo diversi anni di lavoro poetico, l’incontro attraverso la parola di una “letterarietà tradita” come lei stessa definisce. Inserisce alle note ai testi anche una “postilla ermeneutica” (nota n.36) dove spiega come riesce a relazionarsi in modo sinestetico al vivente, inteso come nume-padre.

L’analisi della parola, il metodo e i desideri

Le nostre radici ci restituiscono un tepore decisivo che trova quindi il suo trionfo nella parola, in “Suite per la parola” infatti lo sguardo della Cinti indaga il giusto contemporaneo provocandolo, un contemporaneo forse rappresentato dalla mancanza dell’artigianato della parola, del culto per la scelta delle immagini, del tocco raffinato. È nella logica della poesia contemporanea che spesso gli autori rispecchiano come un principio di economia della parola, ed è evidente che non solo il poeta ma anche lo scrittore muovono una polemica continua rispetto questo orizzonte. Negli esperimenti in prosa proposti dalla maggior parte dei poeti contemporanei troviamo evidentemente quello che la Citi definisce “antica clausura”; “Ho sentito/ un battito/ d’ali:/ che si apra/ il chiavistello/ dell’antica clausura. Che entri/ il vento/ del pensiero,/ quello che soffia/ dall’inizio delle cose,/ e mi riporti/ dentro/ la vita”. (La parola dell’Essere).

La questione quindi svelata ancora una volta dai retroscena critici è uscire dalle posizioni conformanti della critica dominante per considerare e riconsiderare con ottimismo le facoltà degli intellettuali e degli scrittori nel simposio contemporaneo: l’incontro tra narrativa, saggistica e poesia ha la sua criticità nell’utilizzo della parola come strumento. La verità del nostro destino umanistico si intreccia continuamente con l’eros tematico, cosa evidentissima nei lirici greci, per questo è inevitabile considerare che la perfetta forma è ereditiera di competenze profonde ed è in grado e capace di manifestarsi per come interiormente matura negli anni. Il punto di vista quindi non è quello dell’irrealizzabile ma del continuo realizzarsi laddove la raffinatezza della nostra civiltà e cultura diventa fenomenologia e opportunità.

Nell’immaginario contemporaneo l’autore è costretto ad astuzie, bracci di ferro, cronaca, immediata gratificazione, reinvii che lo esaltano in un tentativo sicuro di legittimazione e poco resta di sé come inesauribile, fascinoso, antico e privato “per specchiare/ il diagramma/ della mia parola/ prigioniera/ dell’oggi” (Rabdomante della parola). È evidente che all’evento del superamento della crisi tra classico e contemporaneo coincida una continua esasperazione dell’innovazione che potrebbe probabilmente essere la risposta di una passione momentanea, senza alcun tipo di accordo col mandato storico.

In Gabriella Cinti vivono due passioni fisse e coincidenti col mandato poetico: quella per la poesia di Saffo, e per l’attraversamento della voce della parola, come suono. Questa impostazione del pensiero è possibile perché Cinti riesce ad insegnarlo “se riesco/ a proiettare/ questa mia parola,/ etimologicamente lanciata/ nella sua arcaica/ sacralità, oltre il muro/ di gomma/ del silenzio,/ potrò allora/ diventare/ fuoco vivente/ di suoni/ che accende scintillanti/ braci di voci” (Il fuoco delle parole) per questo ci si chiede se il progetto della vittoria sull’arroganza rispetto il mondo antico possa essere catturato da una taratura sul valore esistenziale. C’è in questo trattenersi una forma di taedium vitae “Ogni mattina/ quando il dècoupage dell’anima/ si sfrangia in penoso brandello,/ impugno il pennello della parola/ per ricomporre/ in simboli di suoni/ questo precipizio di dolore” (Dolce parola). Proprio quando sembra che le passioni non riescano a dissetarci e che ogni futuro sia destinato alla impossibilità ecco che il mondo poetico di Cinti non assume mai la sorte dell’incertezza. C’è sempre la speranza di un successo con rilevanza quotidiana “Poi un giorno,/ nel fondo di me,/ ho trovato una piccola voce” (La grazia della parola).

Femminea estasi, il saggio di Franco Manzoni

Diversi critici hanno parlato della poesia di Gabriella Cinti (Folin, Fedeli, Bocchinfuso, Schiavo Campo, Milazzo, etc.) il senso è legato spesso ad un altro quesito, “quanto riesce l’esperienza poetica ad emozionare?”. Non parlo propriamente del furore mantico, nell’osservatorio contemporaneo pochi sono gli atti poetici capaci a far uscire fuori dal sé…

L’altro giorno Cinti mi raccontava che in una esperienza di performance l’emozione era tale da permettere una sensazione fortissima che io ho immaginato come quasi d’estasi (a tale proposito Manzoni nel saggio fa riferimento a una diversa forma di estasi: enoica, amoroso-afroditica, mistica e definisce l’estasi come “estrema proiezione nell’oltre”).

Con la poesia di Cinti infatti siamo ben lontani da una esperienza del dolore, qui non c’è traccia di Baudelaire, né c’è l’episodio sedante in uno scambio di energie poetiche inutile e dissipativo. Con la poesia di Cinti si tratta di mettere i piedi come in un’acqua rinfrescante, si tratta di uscire fuori dall’insofferenza della solitudine dell’uomo contemporaneo e del poeta contemporaneo. Quello della Cinti riferito a Saffo è un attraversamento ricercato, un merito alla poesia passionale, una rivoluzione storica, un dejavu. È inutile non riconoscere in Saffo una poetica eterna, così come è inutile non dichiararne la preziosità: in questa mancanza Cinti non si dispiace del distacco dalla lingua anzi nella sua opera ne acquista il ricordo identitario e la rilettura nello stile come in un privilegio concepito.

Nel suo saggio “Femminea estasi” (Sulla poetica di Gabriella Cinti, Algra Editore, 2018) Franco Manzoni ricorda che il fare poesia è una condizione che trova il suo sviluppo naturale nell’inventiva, nel miraggio antico e nell’architettura della continuità. Nelle prove di Cinti questo fenomeno è più evidente perché se pure ci sembra possibile insegnare greco antico nei licei classici è pur sempre una eccezionale opportunità riuscire ad evitare il fallimento dell’oralità lirica greca attraverso la poesia. Il contatto con questo mondo di numi non è solo antropologico ma soprattutto emotivo e dall’interno, per questo proprio quando ci sembra che sia impossibile imitare e incarnare la voce di Saffo ecco che la disciplina di Cinti dichiara una capacità senza ombre, una perfetta aderenza al suo lirismo.

La profonda affinità con Saffo: symphateia

Manzoni scrive che l’Amore ontologicamente inteso e come Nume è uno dei temi portanti della poetica di Cinti. Per rivoluzionare il mondo quindi, ci si affaccia delicatamente alla finestra dell’antico e del classico passando per Afrodite, Saffo, Semele, Euridice. In questo Cinti non è affetta da protagonismo, ma anzi con occhio critico riesce serenamente ad occuparsi di questa eredità gelosamente complice. L’incontro è quindi sincero, mitico, focoso. È così che Cinti riesce ad avere potere sulle cose, a cucirne le trame di fuochi e nevi. La Cinti sottolinea il suo procedimento ne “Il canto di Saffo” edito Moretti e Vitali nel 2010 dove appunto si sottolineano l’attenzione al mondo ellenico, la metrica, la vocalità antica, la suggestione del linguaggio in un viaggio che attraversa Mimnermo, Saffo, Archiloco, Pindaro senza dimenticare di confrontarsi a critici come Mascioni, Galimberti, Cantarella, Radaelli, Parry, Mati, Gentili, Guidorizzi, Dodds, Barthes, etc.

Sabatina Napolitano

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