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Che cosa è un pazzo? Un pazzo è una vittima psicologica, probabilmente un uomo che giovanissimo perde la testa per una donna e per questa compie atti insensati. Ma un pazzo forse è anche un uomo che riconosce una subordinazione al suo stadio di follia creativa: un pazzo non soccombe alla condivisione spirituale che esiste nel mondo della letteratura, un pazzo probabilmente lascia che la sua pazzia lo illumini perché ovunque si trovi non resti indifferente perché sa che la follia lo ha salvato e lo salva da qualcosa che stava morendo, da qualcosa che non si faceva attraversare come un luogo sicuro, da qualcosa che prima accadeva come in assenza.

Ed è così che la pazzia in questo libro di Gianfranco Vacca di quaranta testi poetici è presentata come il coltivare continuo di una piccola necessità, una piccola comunicazione col mondo che diventa necessaria per l’innamorato, da cui il poeta sembra escludersi nell’interpretazione della realtà, che invece è filosofica, intimistica e versatile, immaginativa e soddisfatta. Tutto il resto che non è estensione del pensiero, è malattia, compulsiva insanità (A casa -qui- la mia casa/ dove mi chiamo ad essere uomo/ senza sapere che anch’io -qui-/ desiderai rendere, e porgere/ il sospetto/ al volto dei cavalli/ fermi sull’eterno). Per questo senso di “destino letterario” il poeta fa esperienza cosciente della parola, la sua memoria compone così una tecnologia (quasi indifferente da loro io fossi/ un’altra razza/ se la saldezza del mio celibe interiore/ mi identifica al suo perno); una maturazione tangibile di uno spazio che si possiede (ma se dimentico/ di connettere la retina/ ed accade il buio/ il punto che occupo va a svanire/ riempito dal mio vuoto); perché la poesia qui è sempre il campo di una fiducia che si ribadisce spesso possibile al dialogo come una offerta buona, che mai si preserva dall’attitudine sensuale e umanitaria. Perché dunque si compie una pazzia d’amore e di sapienza? Del resto la verità è la prima o l’ultima cosa nell’amore? “Per passare la notte che ci divide/ senza mai sfoggiare il vuoto”. Questo di Vacca è un libro emotivo, che si rifà alla poesia orientale e di Odisseas Elitis (a cui è dedicato il testo a p. 16) è un libro che sopravvive negli anni perché pretende la voce dell’assoluto (lo spaccato iniziato d’abisso/ la lacerazione intima d’estasi/ non ha traccia di mente mortale/ è il progetto assoluto). La scrittura diventa possibile solo mediante l’amore per la letteratura, l’atteggiamento alla disposizione per l’umano, il raggiungimento di una letteratura viva. Perché un pazzo che sia innamorato può raggiungere la mano dell’amata, può agire volontaristicamente, ardere, pensare la sua vita insieme a chi ama, pensare di potersi sentire appagato, colmare le sere di solitudine non essere un angelo ma un uomo che accetta ed ama il libro di Vacca (“Sarebbe stato un ottimo pazzo”, Campanotto editore, 2011) e i suoi testi come consigli di un poeta che conosce la vita, che sa apprezzare tutto il sopportabile della memoria e la dolcezza del presente per vivere il vuoto, riuscire a sentire di dire “tuo abisso e amore”, sapendo che la suggestione fa ruotare la luce, che la poesia si spalanca all’eterno con delicatezza “l’eternità ha confini motori/ giacché intrude nel millimetro/ come un gigante/ è firmamento o pesce/ ed oltre la sua assenza che inonda/ è ancora spazio”. 

Sabatina Napolitano

News Reporter
Sabatina Napolitano è nata 1989. Sue poesie sono pubblicate nella rubrica di Silvia Castellani; su «Poetarum Silva»; nell’antologia Secondo repertorio di poesia italiana contemporanea di Arcipelago itaca; nel blog «Poesia ultracontemporanea» di Sonia Caporossi; su «Neobar», «Bibbia d’Asfalto», «Irisnews», «La poesia e lo Spirito». Pubblica «Scritto d’autunno» Edizioni Ensemble, 2019. È nella giuria del premio Nabokov.
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