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Capita che gli scrittori dopo l’ultima fatica sembrano quasi tutti uscire stremati e passano gli anni dopo una pubblicazione ad abbracciarsi i piedi. Fortunatamente questo non è il caso di Davide Grittani, scrittore e giornalista orientato. Davide Grittani con La Rampicante (Liberaria, 2018, 222 pp, euro 16,50) non è al suo primo romanzo. Ha infatti prima scritto Rondò (Una storia d’amore, tarocchi e vino, Transeuropa, Ancona, 1998) e E invece io (Biblioteca del Vascello, Torino, 2016). Con La Rampicante è stato candidato al Premio Strega; segnalato tra i migliori libri del 2018 per la Lettura del Corriere della sera; è premio della giuria per il Città di Cattolica 2018; finalista al Premio Città di Grottammare, 2019; secondo classificato al Premio Universum; premio della giuria Nicola Zingarelli, 2019; secondo classificato per il Premio Etna Book, 2019; vincitore premio Giovane Holden, 2019. 

Grittani è diplomato all’Accademia di Comunicazione di Milano con una tesi sul giornalismo letterario di Dino Buzzati e fondatore dell’Associazione «I cittadini di Macombo» con cui ha girato il mondo con la mostra Written in Italy. Tra i tanti che hanno parlato di lui: Alessandro Piva, Giorgio Barberi Squarotti, Giampaolo Rugarli, Dacia Maraini, Ettore Mo, Corrado Augias, Marcello Sorgi, Wanda Marasco, Andrea Purgatori, Massimo Canalini, Fabio Geda, Roberto Pazzi, Mario Sansone, Furio Colombo, Stefano Jossa, Giulia Ciarapica, Paola Cereda, etc.

La rampicante, ispirato a una storia vera dei primi anni ‘90, ruota intorno le vite di dodici personaggi (Riccardo, Cesare, Isabella, Max, Zeno, Edera, Sara, Giovanna, Tabacco, Diego, Costanza, Massimo ) che si muovono in un varco temporale che va dal 2001 al 2016, ambientato in una terra marchigiana martoriata dal terremoto (più precisamente la storia è vissuta a Sant’Elpidio a Mare), i temi sono diversissimi e disegnati intorno a delle verità ultime, e a polemiche che suggeriscono la riflessione bioetica e etica, tra questi: l’adozione, la donazione degli organi, il mutismo infantile e le malattie neuropsichiatriche, i limiti di dialogo costruttivo nelle famiglie, l’inappartenenza sociale. 

La trama è incentrata su un discorso di fraintendimenti di «verità» che mal si legano con la realtà: in un primo luogo Riccardo Graziosi scopre nel modo meno opportuno e forse più violento, di essere stato adottato, quindi, per vincere le menzogne dei genitori, si rifugia nell’amore consolatorio e generoso per una bambina di nome Edera di sei anni, bionda, grassottella coi riccioli: l’effetto è che tutta la narrazione gioca sul piano del continuo «disvelamento» che tiene il lettore aggrappato ai giochi di feedback narrativo. 

Il padre di Riccardo che viene chiamato Sor Cesare è un uomo smitizzato, scontato, che riesce a malapena a ricostruirsi dopo aver saputo della gravidanza della moglie Giovanna successiva all’adozione: la bambina si chiama Isabella, come la sovrana delle cose impossibili. 

La paura di Riccardo si specchia quindi nell’incapacità di parlare della piccola Edera che è affetta da un ritardo cognitivo, una paracusia. Riccardo Graziosi per tutto il romanzo è dominato dall’idea della ripicca e del fallimento nonostante le sue prospettive cambino solo quando riesce a toccare tangibilmente la paternità, e a proiettare quel sentimento così sfuggente e insostituibile della cura. Solo tramite l’esperienza della paternità Riccardo riesce a piacersi, accertarsi, a vincere quella impressione costante di avvilimento e tristezza.

«Non poteva saperlo Riccardo, che perlustrava il piazzale sforzandosi di fare buoni propositi. Ma nonostante avesse scelto di occuparsi di una bambina rampicante, sentiva addosso l’investitura del destino, il mosto della rivalsa che lo ubriacava più del terremoto» (p.187)

Riccardo per tutto il romanzo resta un uomo che si fa prendere dallo sconforto, che conserva una eccezionalità solo nell’approcciarsi alla bambina, Edera, figlia di una bidella che «nel quartiere dei poeti» viene chiamata Costanza. 

«Un giorno il comitato dei genitori delle scuole di Sant’Elpidio, Porto Sant’Elpidio e Montegiorgio sottoscrissero una lettera giudaica, consegnando la povera Costanza a una commissione pilatesca composta da pedagogiste cattoliche e funzionari senza figli» (p.76)

La cattiva reputazione di Costanza non impedisce a Riccardo di prendersi cura della bambina e di farla entrare per un breve tempo a casa sua convincendo anche la compagna, Sara. Insieme sono come una famiglia, ma questa purtroppo è solo una illusione e Riccardo lo sa. La bambina necessita di cure e nel continuo prodigarsi per lei Riccardo impara ad essere padre e a trarre beneficio dalla paternità. Questi forse sono i momenti più intensi e sensibili del romanzo: insieme Riccardo ed Edera riescono a non sentirsi indesiderati, a progredire forse, in una strada della comunicazione prima interrotta dalle distopie del destino. 

Son Cesare è il fraintendimento continuo di un personaggio che mai si evolve, nonostante la malattia e il doppio trapianto infatti resta un uomo superficiale, incapace di indagare il mistero del figlio, incapace a sprofondare in un discorso coscienzioso, diretto, esatto. E anche dopo la morte della moglie Giovanna, tra le tante e altre cose si svelano segreti che spingono Riccardo a lasciare la famiglia.

Il romanzo non ha slanci ottimistici, anzi come dice Grittani nelle varie interviste il tono è spesso tragico. Probabilmente l’unica variabile entusiasmante rispetto al tono del racconto è la descrizione delle Marche, del paesaggio che pure lungo il romanzo si fa sofferente. Tuttavia i personaggi principali rispetto all’ambiente restano marginali quasi come se la loro presenza fosse un fatto contingente al punto di non riuscire realmente ad apprendere la lezione del luogo, proprio come Edera che reagisce con sconforto al terremoto. 

«Come dicevano i più anziani, era il terremoto che se doveva spavenda». (p.197)

Il romanzo finisce con un incidente e inizia con lo stesso incidente: non sappiamo nulla dei personaggi dopo l’incidente (quello che per tutti è un incidente dovuto a una fatalità) né possiamo avere uno sguardo che guarda oltre la tragedia: la visione di Grittani è dura, crudele e non lascia inganni. Le uniche sfide percorribili da un uomo sono quelle fondate da una ragione sana, tuttavia l’uomo è suscettibile per sua natura. L’uomo può non sentirsi adeguato né alla realtà né ai fini che dalla realtà provengono, così che di fronte alle prove della realtà ci si trova quindi ossessivi, lenti, anarchici, folli.

Un mondo sensibile ed educato a una riflessione che non viola i codici delle più nobili espressioni esistenziali mosse a salvaguardare le debolezze degli uomini e delle ferite personali è possibile se viene accompagnato dai tentativi utili quanto ricchi di libri come questo che si impegnano ad approfondire la nostra letteratura di testimonianze. Il libro di Grittani è un romanzo di fotogrammi di tragedia, che perciò fungono a tutti gli effetti come ravvisaglie, richiami alla responsabilità, alla sensibilità verso le debolezze soprattutto rispetto le personalità particolari. Solo cercando di non rassegnarci rispetto agli argomenti limite possiamo contrastare l’azione indifferente, e quella ormai accertata osservazione banale e banalizzante di fronte alle tragedie di ogni giorno.

Non è poi così tanto difficile chiedere ad un lettore colto di guadagnare in maturità, di ripensare alla presenza quando un romanzo invece ti riporta al danno, all’assenza. Certo sarebbe frustrante vivere col fiato sul collo, ma questo di Grittani non è un giallo, né un thriller, né tantomeno ci troviamo di fronte a un noir. È un romanzo di una famiglia, la famiglia Graziosi, che come tante famiglie comuni si impegna a sopravvivere ma che lascia un segno autentico: questa è una avvisaglia e non c’è rassicurazione, voi, noi possiamo invece di certo essere felici. 

Sabatina Napolitano

Sabatina Napolitano
News Reporter
Sabatina Napolitano è nata nel 1989, poeta, freelance, scrittrice, critica. Sue poesie sono pubblicate nella rubrica di Silvia Castellani; su «Poetarum Silva»; nell’antologia «Secondo repertorio di poesia italiana contemporanea» di Arcipelago itaca; nel blog «Poesia ultracontemporanea» di Sonia Caporossi; su «Neobar», «Bibbia d’Asfalto», «Irisnews», «La poesia e lo Spirito», «Poesiadelnostrotempo», «Nazione indiana». Pubblica «Scritto d’autunno» Edizioni Ensemble, 2019. È nella giuria del premio Nabokov.
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