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Il titolo di questo articolo anche se gravido in un tempo che per noi è triste non vuole spaventarvi; Waterloo è un libro di Stefania Portaccio tutt’altro che scontato e anzi tenterò di interrogare e fare luce su alcuni punti della sua scrittura che sono ricchi di una tecnica molto raffinata. Waterloo è un libro particolarmente affascinante e intessuto di una magnifica forza. Daniela Attanasio nella postfazione scrive “il flusso della scrittura è rapido ma complesso, nutrito da inversioni e scarti sintattici, da certi barocchismi costruiti, si direbbe, per il piacere di stupire se stessa più che il lettore […]” Waterloo è infatti una silloge poetica intima e struggente pubblicata da Lietocolle nel 2019 in cinque sezioni: Dall’orlo, Fiori, Waterloo, Oggi che sei morta e Nume di Schiena. Portaccio coglie la digressione di Hugo ne I miserabili sulla battaglia di Waterloo per colmare la sua poesia di un sentimento di vittoria dalle sconfitte della vita soprattutto sentimentali. Per fare questo, per dare vita vera al sentimento Portaccio si rifà alla letteratura russa e a poetesse come Marina Cveateva che anche io amo molto. Come spiega Portaccio Dall’orlo è una sezione sulla poesia, Fiori è un breve contraltare a Waterloo, “cioè il fiorire di quest’amore prima o insieme alla lunghissima e rovinosa caduta” e poi infine “Oggi che sei morta” è la sezione dedicata alla madre: un lutto che ha determinato la vita dell’autrice.

Il libro spinge ad un’attenzione narrativa che possiamo notare fin dai primi versi: l’azione si svolge nella trama quotidiana soprattutto quando nei testi riusciamo a cogliere le emozioni di Portaccio dal mattino alla controra, dalle otto quando si cucina alle ore pomeridiane, fino al lusso serale. I luoghi riflettono identità possibili di persone che comunemente si trovano “tra la cucina e il sole del giardino” che per lo più si fanno domande esistenziali e talvolta velatamente nostalgiche. D’altra parte gli altri stanno fuori in luoghi separati “bene la casa altrui – sospesa ospite/ nello stacco nel letto/ caldo e stretto – o l’albergo. Se non ti dorme accanto/ un amato – l’animo che ti oscilla/ tra volerlo sveglio o addormentato/ albergo quindi, sola: la nebbia che si disfa/ e il poeta che srotola il suo panno/ scabroso finché, alle dieci, hai fame”. La silloge quindi vive dalla parte della esplorazione responsabile e leggera nella casa interiore, nel luogo che non viene negato all’affetto, al materno, al montaggio consueto che attraversa il senso dell’esperienza semplice anche se non propriamente epifanica. Diversamente dall’albergo che viene ad essere l’alternativa del non-senso all’amore che rimanda a una rassegnazione della “giovinezza” spirituale che Portaccio spesso sottolinea nei suoi versi.

La prima sezione “Dall’orlo” è dedicata al tema introspettivo della poesia come casa e convivenza dove il poeta all’occorrenza è un “tu” che dorme o che oscilla e la vita può essere “scema” come “dedita per sempre alla infanzia”. In questa prima parte del libro l’autrice ricorda anche la defunta madre. È evidente a questo punto considerare che la silloge di Portaccio diventa sempre più scavata nell’indagine psicologica, fino a delle immagini complesse ma intensissime. Portaccio è molto attenta nel raccontare con poesia i dettagli dell’annientamento dalla guerra dei sensi, quando la vecchiezza si impossessa inconsapevolmente della nostra mente fino a possederci rendendoci come “lei”, “sfiduciata di strategie”. L’amore è il desiderio di inclusione alla vita dell’altro, “di un segno che ci scriva”, col desiderio di interpretarsi negli anni. In questa compagnia domestica e presenza non manca l’aspetto spirituale e mistico “e vengono a legioni/ di spiriti buoni a gravare le palpebre/ a bandire l’allarme e cedi al sonno/ ma ti spiace”. Nell’avventura casalinga e intima “dall’orlo” tuttavia si riesce a fare del bene e del male, che aggiunge al mondo male e bene. Qui  servono anche gli angeli a caratterizzare i silenzi e le misure, la pace, le bandiere e il sangue che si vedono nella scrittura di Portaccio la quale diventa mano mano poesia sempre più seria “è dolce quando il giorno/ canta canzoni e sembra/ che si sia uniti e qui/ le astrazioni/ tutte un cimitero e che non s’abbia/ più memoria di noi e delle ragioni/ del diavolo e di dio”.

La seconda sezione “Fiori” si apre al mondo esterno, a come gli uomini vedono le donne e guardano le donne, a immagini perturbanti e sensuali come i fiori di ibisco, alle stagioni e al tempo tra le telefonate “ma intanto il tempo tra le telefonate/ è una corta salita/ un’allegrezza”. Le figure così come gli oggetti sono illuminati da una consapevole ironia che prende il posto della nostalgia iniziale, tra “le fraganze grigioazzurre del lino” che fanno degli attori della scena esploratori e protagonisti di una inconsapevolezza fresca colma di tenere pulsioni di vita svelate nelle pagine con grande maestria e sensualità.

Fiori

La stanza è andata

con le sue scritte rancorose ai muri

le sue pareti opposte e strette

rotte – dischiuse- e una distesa

di fiori gialli fitti

percorsa in volo raso ad onde lente

come fossimo brezza lento fiato

di corpi che si dischiudono

petali melograno ed ogni suono

Stefania Portaccio non scrive solo poesie e racconti ma scrive anche fiabe e ballate. Nel 2016 infatti pubblica “Il padre di Cenerentola e altre storie” una riscrittura per adulti di dodici fiabe dei Grimm. In questa sezione è evidente come si possa creare una favola del quotidiano in un romanzo continuo come atto di devozione ed eros.

Nella terza sezione “Waterloo” la scrittura è ancora semplice e diretta, eclettica capace di spaziare tra concetti a volte brutali ma che si immergono nella natura istintuale e curiosa di ognuno. Succede talvolta di non riuscire a dare consistenza alla passione attraverso i versi. Stefania Portaccio invece sceglie lo sfondo di una battaglia epocale per raccontare le magnifiche battaglie epocali che si verificano soprattutto per eccessi di passione dentro di noi e verso l’altro. Prima di Waterloo l’autrice pubblica Contraria Pentecoste (I Quaderni del Battello Ebbro, 1996), Continenti (Edizioni Empiria, 2006), La mattina dopo (Passigli, 2011). La poesia di Portaccio anche per i lettori più ostici è una poesia che sa misurarsi con la battaglia di alcune prove dei poeti contemporanei senza per questo però pretendere una esclusione sofisticata, anzi Portaccio è spesso attiva con autori come Bre, poeta della sua stessa generazione.

è onesta ma quanto sgraziata selvatica!

Non ha levità, sprezzatura

Non è aristocratica:

non puoi farci alcuna poesia

con la gelosia  

[…]

il rigore? Con questo signore?

piuttosto aiutami

tu che ridi e rammenti

la lista ei miei amanti

a non amarlo.

Sì, diamogli addosso, assolderò sicari per pestarlo

ma tu fammi uno schema cui attenermi

per non amarlo.

È da molto tempo che non leggo della buona poesia anche a tema erotico. Tuttavia l’eros di Portaccio è intellettualizzato per questo i versi sono molto suggestivi. Il genere erotico è inflazionato e sembra che sia molto più semplice scrivere di rabbia o di odio oggi anziché riscoprire la potente poesia d’amore. Era dai tempi di alcune poesie di Patrizia Valduga che non trovavo dei versi così generosi di immagini e nello stesso tempo curati, gentili, rari. “Ma è chiedere e non ottenere il massimo piacere”, perché “del sesso di poi son piene le stanze”. La vera battaglia è scavare una retorica ideale, briosa a volte ingenua, per cominciare dalla paura di volere, accettare le discontinuità della passione, “il gioco dell’agguato/ all’assenza/ il gioco ad alzare la posta/ di offesa e pazienza”.

Quanto all’attività saggistica di Portaccio mi sono molto appassionata a leggere le sue critiche su Strout, Morrison, Munroe, Nabokov e filosofi come Rorty pubblicate su Academia tanto da essermi spinta a chiederle di poter parlare di “Pane per i denti” pubblicato da Mimesis.

Ciò che veramente colpisce dai capitoli pubblicati su academia è la capacità di trattare di ogni autore sia l’opera che una certa iniezione personale e perlopiù ironica.

Come noto ho letto diversi saggi di letture, molti di grande efficacia che mi hanno trasformato nel profondo. Anche in queste pagine Portaccio dà prova di una grande originalità che mi ha convinta fin dalla prima lettura. Abbiamo ragione di pensare che è inevitabile non rifarsi anche alla letteratura di prima, del dietro ma è consolante ci sia qualcuno in grado di costruire ponti su quella futura attraversando la contemporanea.

Una nuova lettura è una possibilità che richiede uno sforzo di attenzione, Portaccio cita il Nabokov di Lezioni di letteratura: «il lettore accorto legge […] non con il cuore, e neanche tanto con il cervello, ma con la spina dorsale. È li che si manifesta quel formicolio rivelatore. […] Allora, con un piacere insieme sensuale e intellettuale, guarderemo l’artista costruire il suo castello». Alla luce di questa teoria lei fonda il suo libro di letture, come un percorso di appropriazione e un mosaico di una forma di felicità. Evidentemente un buon libro ha un potere confidente, rivelatore appunto. Diverse cose accadono e ci accadono lasciando che gli eventi scorrano imperturbabili in persone imperturbabili e impercepite, la conclusione è che è difficile invogliare un sincero desiderio della lettura in chi ha paura di evolversi e non si riconosce in un certo qual modo come affamato. In realtà è molto comune percepire il desiderio di crescere da piccoli attraverso la lettura come il lamento di un insonne e di fatto la lettura permette di farci viaggiare con la mente e ampliare la nostra visione. I libri sono proprio come piccole luci nella notte; probabilmente ogni libro è l’anima e l’essenza di un altro libro e ad esso sembra collegarsi. Un libro non è solo un gioiello italiano ma lo è per il mondo intero quando si tratta di grande letteratura: leggere ti ricorda dove devi andare, ogni pagina è una istantanea della polaroid.

I libri sono gli unici amici a liberarci dall’autosuggestione e dall’inganno dei messaggi subliminali così come dalle illogicità da cui a volte ci lasciamo avvolgere. Per entrare nel dettaglio di questo volume di critica di Portaccio su academia si possono leggere il capitolo nove (Un volto imprevedibile del nostro essere comune. Robinson, Munro, Strout) e il capitolo dieci (La lettera scarlatta o le peripezie della lettrice). Nei sedici capitoli di “Pane per i denti” Portaccio cita scrittori e filosofi tra cui Amis, Borges, Bichsel, Tuernet, Jedlowsky, Benjamin, Woolf, Miller, Nabokov, Yourcenar, Berlin, Brodskij, Kundera, Steiner, Cotzee, Wolff, Pamuk, Munro, Morrison, Minstry, Mandel’stam, Strout, Hoffman, Bernhard, Carofiglio, Auster, Lassorn, Simenon, Banville, Salinger, Bloom, Pasternak, Tarkovskij, etc. Se infatti il livello di pensiero in “Pane per i denti” scorre seminato di riflessioni sane, talvolta schiaccianti nel caso di alcuni autori, ogni capitolo vuol riprendere lo stesso pathos che è possibile rintracciare in “Waterloo”. La passione di Portaccio per le letture è sincera e il lettore non può che trarne degli elementi importanti per letture consapevoli. L’infaticabile sete di letture di Portaccio è d’esempio a chi lavora con la scrittura e la poesia. Schematicamente Portaccio parla dei capitoli di “Pane per i denti” dividendoli in capitoli riflessivi e capitoli narrativi.

Non solo chi legge è delegato necessariamente a recensire, il lettore colto si contraddistingue per una certa eleganza aristocratica di pensiero, ed è proprio per questo forse che Portaccio contraddistingue le sue pagine dal sorriso dell’intellettuale giusto. Troppe apparizioni infinitamente medie hanno ormai segnato almeno dieci anni di un vuoto enorme della cultura dei libri. Gli esiti nei nostri cuori di lettori sono quelli a volte di un sonnambulismo indotto dagli inserti culturali per lo più e dall’inseguire le vendite. Lo sguardo aperto, sorridente e voluminoso di Portaccio invece ci riporta sostanzialmente ai valori del romanzo contemporaneo, come forza storica; al recupero della scelta liberata dalla narrazione del romanzo di consumo, ai canoni estetici che ci permettono di liberarci dal morbo della fruizione passiva.

È vero che in questo mese e più di chiusura forzata i consigli di lettura sembrano essere moltiplicati tra book influncer, lettori/trici e scrittori ma la proposta della critica è sempre una abitudine meno narcicistica che gradisce preferibilmente l’attitudine riflessiva. I primi venti anni del secolo sono stati segnati almeno per l’Italia da pochissimi romanzi di successo, Portaccio cita Ferrante anche se sono propensa a credere e temo che la narrativa italiana sia più che mai spinta sul serio in uno sforzo di conversione commerciale che le impedisce il respiro di invenzione.

Beninteso ho scritto che esistono capaci scrittori contemporanei italiani e alcuni tra loro sono anche poeti (vedi Ammaniti, Pecoraro, Inglese, Villalta, Siti, Falco, Pugno, Veronesi, Carofiglio, etc) tuttavia come nel caso di Ferrante parliamo di una storia trascinante, del resto Portaccio cita la Ferrante in apertura della sezione “Fiori” da “Waterloo”:

la voleva nella delicatezza della testa

per non dimenticarsela per farla

durare senza guastarla

per vederla cambiare con il tempo

baciarla e accarezzarla ed essere

accarezzato aiutato guidato

e comandato

non devoto non determinato

(da Storia del nuovo cognome di Elena Ferrante)

Portaccio è una grande appassionata della letteratura femminile, come lei definisce “non della letteratura al femminile, né la lettura femminista, ma la lettura femminile. Che traduce dal fintamente neutro, preteso universale in realtà maschile, ad un universale non neutro, orientato, in cui si può orientare e non perdersi solo se sa che sta traducendo. Un mondo descritto da un punto di vista, che vuol dire scelta di cosa del mondo vediamo e descriviamo”. Alla luce di questi elementi ho trovato molto affascinante quando Portaccio scrive di aver regalato “Memorie di Adriano” della Yourcenar alla sua guida nella città di Gerusalemme, Zvika. Lei qui definisce il ruolo della “co-lettrice” e del “co-lettore” ideale. Portaccio infatti nel corso del saggio più volte fa riferimento alla recensione giornalistica come “pubblicitaria” mentre molto più utile è l’incontro, fortuito e fortunato con altri lettori che ci parlano di un libro che abbiamo amato, o di uno che potremmo amare. Ad esempio quando sotto consiglio del co-lettore Fabio l’autrice ci racconta la prima volta che ha letto Casa della Robinson:

“Un libro decisamente triste e con un finale desolato. Che non mi lascia però triste – beh, un po’ triste sì, ma non desolata.- perché è bello. Alla fine del libro non c’è salvezza, guarigione, ma prendiamo atto di questa durezza attraverso una prosa che ha saputo pescare nella Bibbia e nella prosa della nostra intimità morale – le parole dell’esame di coscienza – la densità poetica necessaria a farci trasalire.”

In altre parole Portaccio non nasconde il trasporto stupefatto che la lega alla scrittura della Robinson. È in questa direzione che si muove anche il suo amore per la Munro, il cui sguardo “lucido, devoto alla realtà che accade” è addirittura utile. Anche Virginia Woolf viene descritta come “una intelligenza soddisfacente”, ma è propria della Munro la capacità “di mostrare in profondità sia uomini che donne, ma riguardo al modo di amare femminile per me la sua opera è una enciclopedia. […] Il ritmo di Munro è jazz e non smette di stupire, com’è proprio del jazz, con le sue improvvisazioni, gli strani inizi, i richiami interni rassicuranti, le brusche virate, i desolati, tristi finali. E la violenza. La vitale, distruttiva violenza che ci portiamo dentro, avendo con essa poca confidenza, rimanendone, quando la incontriamo, a bocca aperta”.

Si tratta di leggere impegnando energie psichiche, d’altra parte Portaccio si sofferma anche sull’opera di Nabokov, l’intero capitolo tre “Un grado elevato di attenzione” è dedicato al leggere seriamente o futilmente e per spiegarlo Nabokov è il critico di riferimento. Leggere non è solo un modo di interpretare il mondo ma di amarlo. A questo proposito nel prossimo articolo parlerò di Rorty e del suo testo su Nabokov “The barber of Kasbeam: Nabokov on cruelty” in “Contingency, irony, and solidarity” riprendendo anche l’articolo di Stefania Portaccio dal titolo “Qualcosa di ostico” che potete leggere su Academia.

Sabatina Napolitano

(foto Dino Ignani)
Sabatina Napolitano
News Reporter
Sabatina Napolitano è nata nel 1989, poeta, freelance, scrittrice, critica. Sue poesie sono pubblicate nella rubrica di Silvia Castellani; su «Poetarum Silva»; nell’antologia «Secondo repertorio di poesia italiana contemporanea» di Arcipelago itaca; nel blog «Poesia ultracontemporanea» di Sonia Caporossi; su «Neobar», «Bibbia d’Asfalto», «Irisnews», «La poesia e lo Spirito», «Poesiadelnostrotempo», «Nazione Indiana». Ha collaborato con «Oubliette Magazine», e «Satisfiction». Nel 2019 pubblica «Scritto d’autunno» per Edizioni Ensemble. https://it.wikipedia.org/wiki/Sabatina_Napolitano
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