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A Venezia, una telefonata nel pomeriggio, terrorizzava la signora Bouquet mentre il suo giovane figlio, Guido, si alzava in fretta dalla panchina per fare le scale di corsa e raggiungere la mamma al secondo piano. La villa dei Bouquet aveva una grande porta verde nell’androne che si apriva a delle scale tortuose a chiocciola, alla radio passava una canzone dei Joy Division. “Sette anni sono troppo pochi per capire la vita”, se lo ripeteva il bimbo mangiando una mela, la mamma piangeva e lui non capiva bene cosa stesse accadendo. Quando il rumore della moto del signor Bouquet irrompeva giù in lontananza per le strade, Guido capì che avrebbe conosciuto la verità di quel pomeriggio. I signori Bouquet furono delicati nel dirgli come era morto il nonno Guido, addormentandosi in pace e felice all’età di novant’anni. Lui era un professore universitario illustre che aveva vissuto in Francia per molti anni e che aveva infuocato gli animi di una generazione di studenti spingendoli ad ogni tipo di avanguardia: era un uomo forte il nonno, non si poteva non essere legati a lui. In realtà il bimbo era molto legato al nonno soprattutto per la collezione di soldatini dal valore inestimabile che gli lasciò in eredità. Guido ne aveva ovunque, erano più di cento sparsi tra le scale, tra gli scaffali coi libri, addirittura sopra la lavatrice al piano interrato. Bang bang! Gridava al soldatino del Nevada, erano modellini della Todayland, marca prestigiosa che ormai produceva soldatini solo a numero limitato e su commissione. Lavorati a mano, rifiniti di ogni particolare, i soldatini della Todayland andavano sulla luna come astronauti, perlustravano i fondali marini come sub, viaggiavano su moto sportive e lavoravano come eroici pompieri del fuoco o giocatori di baseball. Guido amava tenere i soldatini a lui più cari al piano interrato, nascosto ai genitori. Brrrr… quando d’inverno faceva molto freddo, salvo nei giorni di temporale forte in cui restava tutto il tempo sotto le lenzuola, il bimbo passava al piano interrato dove giocava coi soldatini tutti in fila sotto la luce della lampada gialla. Da quando era morto il nonno non riceveva più in regalo dei soldatini, così il signor Bouquet pensò di regalargliene di nuovi ogni volta si trovasse a passare in aeroporto per un negozio della TodayLand. A Natale la signora Bouquet era seduta sul divano bianco di casa col marito appena tornato da un viaggio a Chicago per un lavoro presso l’università, se Guido si fosse comportato bene avrebbe ricevuto in dono cinque nuovi soldatini TL, e così fu. Vorrei potervi fare vedere gli occhi del bimbo, saltò dal divano rovesciando lo yogurt che stava mangiando per terra sul tappeto e cominciò a ruzzolare su e giù per le scale della villa in una euforia di gioia. Il signor Bouquet aveva pensato a quali soldatini preferire mentre aspettava nella sala d’attesa e nonostante il negozio non avesse i modelli che lui voleva per il figlio, l’idea di averlo reso così felice lo rassicurò, perciò baciò orgogliosamente la moglie e abbracciò il figlio con le guance e le orecchie accaldate. Al piano interrato Guido si sentiva inattaccabile con la nuova collezione di soldatini, e al ritorno dalla scuola passava qualche ora a giocare con l’amico Andrea e con Paolo. Da una parte della stanza all’altra passava per il pavimento una pista per le macchinine con cui i soldatini si muovevano da continente in continente, papà Bouquet avrebbe poi costruito negli anni dei piccoli grattacieli coi lego e con dei puzzle tridimensionali. A partire dalle quattro del pomeriggio però a Guido era proibito giocare ai soldatini per fare i compiti, così il birbante pensava bene a studiare rapidamente e a modo per poi potersi abbandonare al suo passatempo preferito. Ogni volta che la mamma lo guardava giocare così felice pensava che l’attaccamento del nonno per questi giochi fosse stata una benedizione per il figlio, che collezionava anche i complimenti delle maestre. Per la sua prima comunione in regalo ricevette ben dieci soldatini nuovi, di una manifattura romana, erano gli antichi romani nell’anfiteatro, nelle case patrizie, non ci sono parole per descrivere la gioia di Guido. Su questa linea il bimbo diventò un adolescente e si iscrisse all’Università di Milano: qui il primo anno trovava dei problemi con un gruppo di ragazzi considerati i bulletti del quartiere, si trovava ogni mattina alle otto meno venti fuori scuola chiuso nel cappuccio e i pantaloni stretti. Nonostante fossero passati sei anni dal natale dei soldatini di Chicago, non aveva perso l’ossessione per quei giochi e pare che i bulletti vennero a saperlo. Graffiti e marciapiedi stretti costeggiavano la strada dell’istituto e una volta proprio lì Guido venne spinto a terra finendo a sbattere su una saracinesca, aggredito da uno di quei bulletti che gli rubava così il sacco e tre soldatini che c’erano all’ interno. “Andate via!” gridò ai ladri, poi si rialzò dalla caduta, e andò a scuola senza fare parola dell’accaduto, nella pausa dalle lezioni andò in bagno, si lavò le mani e specchiandosi si rese conto delle lacrime che gli scendevano per il viso, una raggiunse la bocca e ne assaggiò il sapore. A casa Bouquet non c’erano più le scale, Guido saliva in ascensore visibilmente emozionato di rivedere la madre a cui pensò di portare delle rose bianche, non raccontò mai dell’episodio dei ladri e non lasciò la passione per i soldatini. Il piano interrato negli anni non vide solo quella passione infantile, ma anche le prime riviste porno, le prime registrazioni radiofoniche e le prime notti di sesso con la ragazza dell’ultimo piano del palazzo all’angolo. Non amava Marzia ma le loro vite erano unite, lei cercava l’esperienza, lui si distraeva dal giocare coi soldatini che ora erano diventati i monili di un codice dell’infanzia da tenere custodito per sempre. Non avrebbe per nulla al mondo voluto perdere uno solo di quei soldatini erano il suo tesoro, ne contava almeno trecento. I soldatini erano gli spettatori di ogni suo momento di vita, a parte il gatto della signora Bouquet che ogni tanto entrava a disordinare il mondo. “Benissimo, Marzia, sai che mia madre mi ha iscritto all’università di Kassel, quindi dovrò trasferirmi lì per gli studi”, così gli disse, mentre erano appoggiati alla lavatrice del bagno. Lei lo abbracciò e pianse, aveva una maglia arancione e un profumo che lui avrebbe dimenticato solo diversi anni dopo. La sveglia a Kassel suonava alle sei del mattino, Guido non perse mai la sua attitudine introspettiva, e la sua ossessione per i soldatini. Li sistemò alcuni in degli scatoloni e li teneva in uno studio piccolo ma confortevole, certo non avrebbe mai potuto allestire un “piano interrato” infatti i restanti soldatini, quelli più pregiati, si conservarono nella casa dei genitori. Un giorno d’estate mentre preparava un esame di sociologia venne a sapere che un’alluvione aveva portato via tutto e che l’acqua alta era entrata fino a due metri nelle case al pian terreno, spazzando via ogni cosa anche al piano interrato di villa Bouquet. In quel preciso momento il ruolo dei soldatini nella vita di Guido era simile ad un amore folle, ai dettagli incontrollati di una passione, alla cura di non lasciare niente alla rinfusa; in quel preciso momento il ricordo dell’arte del collezionare del nonno, l’eredità dei soldatini dei primi anni del novecento, i soldatini di piombo, i modellini della prima serie TL era una ondata di dolore travolgente e trafittivo. Erano andati tutti perduti anche quelli in gesso e in caolino. Ora chissà dove marciavano i soldatini del nonno Guido, per quali piste si spostavano da una parte all’altra del mondo, e pensare che il giovane Bouquet desiderava regalare a qualcuno quella eredità, farla passare da uomo a uomo. Sentiva unita la sua vita interiore ai ricordi di quei modellini, erano gli amici dalle soluzioni facili, il meccanismo perfetto per sviluppare ogni rifiuto della vita, per distrarsi senza corrompersi, per impegnare il tempo libero in modo puro. Gli sarebbero rimasti i soldatini che teneva a Kassel ma erano pochissimi rispetto al tesoro inestimabile che collezionava al piano interrato, avrebbe dovuto pensare prima a conservare i modellini in un piano più alto della villa, ma quel piano interrato era il suo rifugio, il luogo del nido, la dimora dei primi orgasmi. In altre parole non avrebbe mai accettato di avere perso i modellini e con loro tutta l’esperienza legata a quei monili magici e caricati della sua energia, quello che per gli altri non era essenziale per lui era vitale, i suoi modellini silenziosamente gli indicavano i giusti modi per compiere azioni minuziose, il giusto peso del silenzio, lo spazio per un colloquio con sé stessi, privato e proficuo. Soffriva molto in quello scompartimento del treno, pensava a quanto era stato stupido a non conservare quel tesoro altrove, in un posto più protetto. L’episodio lasciò il ragazzo in una grave crisi interiore che lo fece chiudere ancora di più, per diverse settimane non uscì di casa tanto da preoccupare i colleghi che lo andavano a trovare ma che non sapevano nulla della sua ossessione per i soldatini. Dopo circa tre settimane un amico tedesco lo convinse a scendere di casa per studiare insieme nel parco dell’università, al balcone dell’aula studio c’era affacciata Marina, la solita indelicata che non avrebbe potuto capire che perdendo quei modellini Guido aveva perso il controllo sul mondo, che non era un gioco per lui, che non era un semplice gioco… poi c’era Ruth una giovane ragazza bionda con una t-shirt bianca con dei dettagli in tulle. “Venite giù, voi due, vi presento un amico!” così gridava alle ragazze che in pochi minuti raggiunsero gli altri sul prato. “Certo che stare qui al prato si è più comodi che su quelle sedie in aula”, esordì Marina, la guastafeste. Quando Guido vide negli occhi Ruth ne rimase profondamente colpito, anche lei pareva meravigliata e continuava a sorridergli timidamente. “Ho queste bozze per la lezione, vogliamo discuterne?” chiese lui sicuro di sé bevendo il succo di limonata con la cannuccia, lei si avvicinò chiedendogli di alzarsi e seguirla in un posto. Sebbene si sentisse come un animale in difficoltà lui la seguì, non avrebbe potuto fare altrimenti che fidarsi. Si fermarono in una smart ferma dietro un albero lontano da tutti quando un coro di voci confuse parlava nella mente di Guido “avrai così la tua rivincita, avrai così la tua ricompensa! Siamo i tuoi soldatini, siamo venuti per salvarti!”. Gli occhi di Guido caddero su un pendente vicino allo specchietto che aveva una carta francese, la regina di fiori, e Ruth estrasse dalla borsa qualcosa di simile ad un soldatino, uno dei primi modelli della TodayLand…

Sabatina Napolitano

Questo racconto è liberamente ispirato alla foto di Gianluca D’Andrea vincitore del photocontest 2020.

Sabatina Napolitano
News Reporter
Sabatina Napolitano è nata nel 1989, poeta, freelance, scrittrice, critica. Sue poesie sono pubblicate nella rubrica di Silvia Castellani; su «Poetarum Silva»; nell’antologia «Secondo repertorio di poesia italiana contemporanea» di Arcipelago itaca; nel blog «Poesia ultracontemporanea» di Sonia Caporossi; su «Neobar», «Bibbia d’Asfalto», «Irisnews», «La poesia e lo Spirito», «Poesiadelnostrotempo», «Nazione Indiana». Ha collaborato con «Oubliette Magazine», e «Satisfiction». Nel 2019 pubblica «Scritto d’autunno» per Edizioni Ensemble. È nella giuria del premio Nabokov ed è redattrice del giornaleletterario.it.
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