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Non dico a tutti quando si libera il cowboy! Cristina Taglietti in un interessante articolo su la letteratura del West e dei western (La lettura, Corriere del 24 dicembre 2017) scrive «la conquista del West come atto fondativo, svuotata della sua leggenda, viene raccontata attraverso una famiglia texana che trasferisce la sua ferocia all’economia petrolifera dei nostri giorni». In effetti non ho mai visto una puntata della serie televisiva americana “The son” con Pierce Brosnan, ma devo dire che ho riletto più volte il libro da cui è tratta. Philipp Meyer prima di questo libro aveva già riscosso un successo per “Ruggine americana”,  si possono vedere episodi della serie https://www.amc.com/shows/the-son–112, peccato che non posso guardarli da questo sito, ad ogni modo vi rimando invece al suo sito ufficiale https://www.philippmeyer.net. Se di un vero figlio della letteratura americana si può parlare (Il figlio, Philipp Meyer, Supercoralli, 2014, trad. Cristiana Mennella), quindi, sento di fare il nome di Meyer, non solo certo per la documentalità, per la straordinaria capacità dello struggente sviluppo dell’epica, per lo spazio della scrittura riempito da una archiscrittura sagace e rappresentativa, storica e civile. Non riesco a somigliare queste 560 pagine di romanzo a delle pagine di scrittura di nomi come – Sencin, Ondaatje, Butler, Drury, McMurtry, Offutt, Haruf, Morrison, Proulx, Leonard, King, Pavlov, McCarthy, Grey, Wallace, Landsdale (ho letto anche di lui il suo articolo su la lettura #418), Ford, Vollman, Eugenides, Franzen – e anche se non sono una esperta di letteratura statunitense contemporanea non riesco a fare a meno di fissarmi nei personaggi, così come nell’elemento delle dimensioni collettive e individuali, che manifestano logicamente sintesi storiche ed etiche difficili da cogliere così profondamente in altre cosmogonie americane. Il terreno del Meyer de il figlio è quello dei Apache Lipan e dei Comache in un arco temporale di circa duecento anni: whisky, cowboys, praterie, speroni, tende degli indiani, deserti, cavalli, bisonti, frecce, carrozze, fucili. Come sapete sono contro i romanzi lunghi, ma questo merita la lettura totale e immersiva. C’è un po’ di West in ognuno di noi; nel lungo articolo Taglietti non dimentica di citare alcuni romanzi western scritti da italiani come Di Monopoli, Meacci, Righetto. Una volta per tutte, quale donna non ha mai pensato che il risvolto logico di alcune desolazioni del tempo è la conversazione testimone e commossa con un fiero cowboy? In questo «far West» è giusto che ogni donna si preoccupi del proprio. Anche se i cowboy presentati da Meyer sono educati e ossequiosi.  Nel video Don’t tell me di Madonna la cantante richiamando le icone dei cowboy dice «tell me everything i’m not/ but don’t ever tell me to stop». So che esiste un libro di Savičevic dal titolo «Addio, cowboy», beh io ad esempio, non direi mai addio al mio cowboy, fiero e gentiluomo, che probabilmente si fa testimone di una visione umana: ho cercato nelle poesie di Szymborska qualcuna che parlasse dei western o di Tex Willer di Bonelli, e non ne ho trovate, quindi mi sono detta che sarebbe per me giusto coltivare l’intenzione di scrivere una poesia che si rifaccia anche ai film di John Wayne o Sergio Leone, ad esempio. Scrivere un romanzo western mi sarebbe difficile anche se per alcuni miei racconti scrivo di paesaggi western come in «Augh: quattro abbracci» dove ci sono praterie. Vi state chiedendo se mi piacciono i western? Certo, mi piacciono sì, sopratutto se visti come una garanzia storica. Ma sopratutto preferisco i libri. Meyer nelle interviste mi sembra un autore dinamico e dal sentire sensibile. In questi mesi rileggendo il romanzo mi ha molto toccato il passo al capitolo diciannovesimo, siamo nel 1850, i Penateka, una popolazione Comache, era stata decimata dall’epidemia del vaiolo prima e del colera poi. Erano stati i cercatori d’oro e un duro inverno a dare il colpo di grazia ai sopravvissuti. Per sopravvivere i protagonisti si spostarono quindi in un accampamento più al nord, nel Nuovo Messico, «per fuggire dagli indiani infetti e dai bianchi portatori di malattie che continuavano ad attraversare il canadian diretti verso la California». Leggere questo capitolo mi ha figurato il modo in cui verremo inevitabilmente visti dai popoli futuri della terra, ed è vero come dice Piperno in un articolo allo stesso numero #317 de La lettura che «niente di meglio che lo svolgimento dei western descrive lo stravolgimento psicologico subito dagli americani nell’ultimo secolo», nell’ottica del romanzo e del simbolismo di Meyer direi che niente di meglio definisce lo sconvolgimento psicologico degli abitanti della terra nell’ultimo secolo e nel nuovo. Non solo quindi il romanzo regala delle ore di lettura avvincenti e stimolanti ma spinge a riflessioni sulla discriminazione, le disuguaglianze, la tragicità della vita. Ascoltando la colonna sonora di Ennio Morricone «C’era una volta il west» viaggio anch’io nell’anima del west colta da Leone: vagheggio avventure da girovaga e so che i sogni mi guidano e ci guidano a mete precise; mi basta solo la carta di identità, la mia voce e un cumulo di fogli scritti e manoscritti editi. Con la voglia di conquistare ed essere conquistata, verso nuove piccole epifanie per noialtri. Anticipazioni? Mi autoprofetizzo anticipandovi il futuro nel sogno del figlio? Chi può dirlo? Se un figlio è capace di attivarci come si attiva l’umanità ben vengano figli come quelli di Meyer, se serve sopratutto a non indebolirci e non balcanizzarci. Ciò che si realizza nei progetti dei caratteri dei personaggi di Meyer è la profondità: sentimenti forti e incontrastabili, l’azione è così veloce che i personaggi non restano mai congelati perché sono impegnati a sopravvivere ma anche a portare memorie. Pare che i maggiori critici contemporanei abbiano completamente dimenticato dalle loro tassonomie gli scrittori americani partendo da Nabokov. Certo tra Nabokov e Meyer c’è un abisso, non so cosa avrebbe pensato Nabokov di questo romanzo, tra i romanzi storici cita Guerra e pace di Tolstoj: è evidente come le diverse rivoluzioni sociali attraversate, le diverse prospettive sul mondo rendono Nabokov e Meyer distanti. Meyer si preoccupa di una riflessione politica e sociale dei personaggi? La critica è diretta ma è anche e sopratutto interna alle nature dei protagonisti, il romanzo è un romanzo storico dall’ampia e profonda prospettiva critica che non solo è documentata nei dettagli ma sopratutto è descritta secondo una opinione cronistica. Michela Murgia in una recensione su La lettura del Corriere della sera dell’11 maggio 2014 riflette se è il caso di definire questo romanzo, -un romanzo storico- e perché definirlo il romanzo americano inteso come «grande romanzo americano». Le mie risposte sono secondo me palesi e sono entrambi positive. Quello di Meyer é un romanzo storico come grande romanzo americano. Potrebbe anche esistere un «grande romanzo italiano» se solo si trovassero scrittori contemporanei all’altezza del compito, i tentativi di rintracciare una profondità identitaria e storica sono numerosi probabilmente non coprono un arco di duecento anni e non sono così emblematici da poter essere riconosciuti come un simbolo mondiale. Il genere western è stato importato dall’America in tutto il mondo come simbolo non solo storico ma etnico, sarebbe forse ancora interessante il tentativo di descrivere la nostra storia molto più lontana come il tempo degli Ostrogoti, dei Longobardi, degli Angioini o nelle storie più recenti le vicende che portano alla formazione dell’unità di Italia. Nella mia idea di talento ad uno scrittore storico può essere commissionata dall’ispirazione qualsiasi traccia storica anche italiana, ad esempio la storia delle signorie o dei Medici (già esiste la serie televisiva https://movieplayer.it/serietv/i-medici_4624/) e lui sarà di certo capace a farla diventare un successo mondiale. Credo che molto sia solo questione di intuizione e talento (anche un pizzico di coraggio). É possibile il romanzo storico italiano ed è possibile il grande romanzo italiano se si intende che debba essere storico. Ora leggiamo solo alcune tracce storiche riprese di tempi brevi nei romanzi ambientati nel periodo di Mussolini, del nazismo e del fascismo e tuttavia non riescono così sapientemente a dare voce a un popolo. Né ad essere identitari del popolo italiano, noi facciamo risalire nel nostro immaginario l’ultimo grande romanzo storico a Manzoni, o al Gattopardo, questo non è molto appassionante. Ma dimentichiamo alcune opere di Rigoni Stern, Calvino, Sciascia o la stessa Storia di Elsa Morante, Il nome della rosa di Eco, Vita di Mazzucco. Nel romanzo di Meyer chi è la vittima e chi il carnefice?  I nativi? Gli spagnoli? I Comache o gli Apache? Ogni tipo di crudeltà è colpevole ma non esiste mondo senza crudeltà, la storia degli uomini è una storia di predazioni, paure e sviluppi. Se si può creare una verità nell’immaginario lì pulsa la vita del romanzo storico contemporaneo: è un romanzo di violenza non vittimario che si muove verso una etica universale. Lo scontro di civiltà porta alla formazione di nuove culture. Citando Giglioli in Critica della vittima «il novencento sia stato il secolo che non abbia solo praticato ma tematizzato la violenza in un qualche modo umanizzandola […] è invece un pensiero cui non è concesso di affiorare: la violenza non solo dei potenti a danno dei deboli […] esito inevitabile: la violenza permane anche se in outsourcing, confinata nelle periferie della città e del mondo, ora sì veramente cieca e inumana, impensata, senza discorso, senza responsabilità e senza attori individuali e collettivi che non siano riconducibili alla tetra coppia del carnefice e della vittima.» Per quanto riguarda la letteratura invece non posso che esaltare il genio e le intuizioni di Meyer, epiche. A tal proposito mi riferisco al Bachtin di Epos e romanzo, «Il mondo dell’epopea è il passato eroico nazionale, il mondo dei padri e dei progenitori, il mondo dei primi e dei migliori. […] il passato è una specifica categoria assiologica (gerarchica). Per la concezione epica del mondo inizio, prima, fondatore, antenato, precedente, ecc sono categorie non puramente temporali, ma assiologico-temporali, sono cioè un superlativo assiologico-temporale che si realizza sia nei riguardi degli uomini sia nei riguardi di tutte le cose e gli eventi del mondo epico: in questo passato tutto è bene, e tutto ciò che è sostanzialmente buono è soltanto in questo passato. Il passato epico assoluto è l’unica fonte e principio di tutto il bene anche per i tempi successivi». Così il western non solo per i texani ma per noi tutti è memoria e forma creativa, bendarsi di fronte alle possibilità visibili e autentiche della letteratura contemporanea è come negare un appetito alla presenza.

Sabatina Napolitano

Sabatina Napolitano
News Reporter
Sabatina Napolitano è nata nel 1989, poeta, freelance, scrittrice, critica. Sue poesie sono pubblicate nella rubrica di Silvia Castellani; su «Poetarum Silva»; nell’antologia «Secondo repertorio di poesia italiana contemporanea» di Arcipelago itaca; nel blog «Poesia ultracontemporanea» di Sonia Caporossi; su «Neobar», «Bibbia d’Asfalto», «Irisnews», «La poesia e lo Spirito», «Poesiadelnostrotempo», «Nazione Indiana». Ha collaborato con «Oubliette Magazine», e «Satisfiction». Nel 2019 pubblica «Scritto d’autunno» per Edizioni Ensemble. https://it.wikipedia.org/wiki/Sabatina_Napolitano
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