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Nabokov parla spesso della Svizzera a cominciare da «Intransigenze», alla domanda «Lei è vissuto per vent’anni in Russia, per vent’anni nell’Europa occidentale e per vent’anni in America. Ma nel 1960, dopo il successo di Lolita, si è trasferito in Francia e in Svizzera e non è più tornato negli Stati Uniti. Bisogna dedurne che, pur considerandosi uno scrittore americano, ritiene concluso il suo periodo americano?», risponde, «abito in Svizzera per motivi strettamente personali – ragioni di famiglia e anche ragioni professionali, come un certo lavoro di ricerca per un certo libro. […] D’inverno mi sveglio verso le sette: la mia sveglia è un granchio di montagna – un grosso uccello nero e lucido con un gran becco giallo – che visita il balcone ed emette un chiocciolio dei più melodiosi. Per un po’ rimango a letto, con la testa che ripassa le cose e fa progetti. Verso le otto: barba, colazione, meditazione sul trono e bagno – nell’ordine. Poi, fino all’ora di pranzo, lavoro nel mio studio, con l’intervallo di una breve passeggiata con mia moglie in riva al lago. Si può dire che da queste parti si sono aggirati prima o poi tutti i più famosi scrittori russi dell’Ottocento: Zhukovski, Gogol, Dostoevski, Tolstoj – il quale corteggiava le cameriere d’albergo a detrimento della sua salute – e molti poeti russi.» ancora in «Intransigenze», quando gli chiedono «come mai è venuto a vivere in Svizzera?», risponde «a mano a mano che invecchio e ingrasso, faccio sempre più fatica ad alzarmi da questa o quella comoda poltrona o sedia a sdraio in cui mi sono lasciato sprofondare esalando contentezza. Ormai, andare da Montreux a Losanna mi riesce difficile quanto un viaggio a Parigi, Londra o New York. Invece sono pronto a farmi quindici o venti chilometri al giorno, su e giù per i sentieri di montagna, in cerca di farfalle, come faccio ogni estate. Uno dei motivi per cui abito a Montreux è che la vista della mia poltrona ha un effetto meravigliosamente sedativo o eccitante, secondo il mio umore o l’umore del lago. Mi affretto ad aggiungere che non soltanto non sono un evasore fiscale, ma devo anche sborsare una bella sommetta all’erario svizzero in aggiunta alla mole delle tasse americane, così imponente che quasi mi priva di quella splendida vista. Sento una grande nostalgia per l’America, e non appena avrò raccolto l’energia necessaria ci tornerò per sempre». Questa intervista uscita su «Wisconsin studies in contemporary literature (1967)» è avvenuta a Montreux in Svizzera, dove i signori Nabokov abitavano da sei anni in una suite d’albergo che dava sul lago di Ginevra. L’intervista è stata dettata da Nabokov ad un suo ex studente della Cornell University. Considerando che sto leggendo vari testi che parlano dell’archetipo della madre come simbolismo della terra, del risveglio della sessualità nel maschio, come attrazione dell’uomo che si sente quindi il bambino da accudire, il fanciullo, qualora io potessi in futuro andare in Svizzera, mi piacerebbe sicuramente portare con me i miei due figli (che per chi ha letto le precedenti recensioni già conosce come Alessandro e Teresa). A questo proposito sto amando molto il saggio di Roberta Franchi (Dalla grande Madre alla Madre, la maternità nel mondo classico e cristiano: miti e modelli, Edizioni dell’Orso, 2018) di cui parlerò soprattutto in futuro. Se quindi «l’archetipo materno, intriso di simbolismo, è connubio di vita e morte» la madre «nel momento in cui decide di mettere al mondo un figlio, e quindi di creare la vita, sfida la morte», si può continuare a chercher la femme nel volto della donna, e della madre. Certo che per passare attraverso la vera maternità spirituale e quindi fisica, è determinante seguire un serio indottrinamento alchemico, perché le madri costruiscono una cosmogonia. Nel mio caso la cosmogonia privata diventa inevitabilmente letteratura e quindi storia comune. Un noto giurista e antropologo svizzero, il cui nome è Johann Jakob Bachofen, nel volume Das Mutterrecht pubblicato a Basileia nel 1861, e in altre sue opere, traccia lo sviluppo del matriarcato e della ginecocrazia come processo naturale della crescita e della coscienza umana. Roberta Franchi sottolinea che Bachofen rappresenta il livello del matriarcato compiuto incarnato con Demetra, la madre insieme alla figlia Persefone sono tutt’oggi rappresentative di un archetipo dominante anche in letteratura, così come in poesia, basti pensare a Louise Glück, il premio nobel per la poesia, che nel libro pubblicato Libreria Dante & Descartes -parlo di Averno del 2019 – con il titolo “Persefone l’errante” ci lascia due testi sul mito di Persefone come ricongiungimento del matriarcato, della condizione della donna, della madre-terra e della madre-figlia, il testo a p. 35 è la prima versione del mito per Glück, cito dei versi luminosi, «è ammesso che non ti piaccia/ nessuno, sai. I personaggi/ non sono persone./ Sono aspetti di un dilemma o un conflitto./ Tre parti: proprio come l’anima è divisa,/ ego, superego, es. Analogamente/ i tre livelli del mondo conosciuto,/ una sorta di diagramma che separa/ il paradiso della terra dall’inferno./ Devi chiedertelo: dov’è che nevica? […] Lei sa che la terra/ è affare di madri, questo almeno/ è certo. Sa anche che/ lei non è più ciò che si dice/ una ragazza. Per quanto riguarda/ la carcerazione, lei crede/ che è stata prigioniera da quando è stata figlia». Ancora a p.145 un’altra poesia dal titolo “Persefone l’errante” che chiude la silloge, nella seconda versione del mito, «abbiamo qui/ una madre e un enigma: questo/ corrisponde precisamente all’esperienza/ della madre quando/ guarda in faccia alla bambina. Pensa:/ ricordo quando non esistevi. La bambina/ è perplessa; più tardi, l’opinione della bambina è/ che è sempre esistita/ nella sua forma attuale. Sua madre/ è come una figura alla fermata dell’autobus,/ un pubblico per l’arrivo dell’autobus. Prima di questo,/ lei era l’autobus, una temporanea/ casa o comodità. Persefone, protetta,/ guarda fuori dalla finestra del carro./ Cosa vede? Una mattina/ all’inizio di primavera, ad aprile. Ora». Tornando a Nabokov gli ultimi sedici anni trascorsi a Montreux con la moglie Vera, non sono l’unica lente con cui è possibile leggere la Svizzera di Nabokov, ma ci è dato farlo soprattutto attraverso la figura di Hugh Person, il protagonista del romanzo “Cose trasparenti”. Perché Hugh torna per la quarta volta a Witt, in Svizzera? «Una sottile impiallacciatura di realtà immediata ricopre la materia, naturale o artificiale, e chiunque voglia restare nel presente, col presente, sul presente, è pregato di non rompere la tensione superficiale. Altrimenti l’inesperto taumaturgo si ritroverà non più a camminare sull’acqua ma a inabissarsi dritto in piedi, fra gli sguardi stupefatti dei pesci. Ulteriori chiarimenti tra poco», le cose rievocate sono le cose che si vuole portare con sé, tra le cose, l’amore di una vita, la moglie morta Armande. E se per una volta il mio amato potesse considerarmi viva? Potesse nelle sue cose, rendere i miei colori e liberarle da quella trasparenza che altro non è che la maschera della passione? Sono in vita, e sono pronta all’amore ogni giorno, a quell’amore che eternizza e redime, anche dopo anni, anche dopo vari abbandoni. Per questo anche e soprattutto attraverso questo romanzo di Nabokov eternizzo le sue cose insieme alle mie, e addirittura porto i miei figli in Svizzera, per eternizzare un desiderio di esplorare, costruito attorno ai suoi occhi, coi suoi occhi nelle mani e soprattutto per la memoria comune, considerando della nostra epoca, i miti positivi non per un sentimento di anacronistica sensibilità, ma per una sensibilità odierna e eterna che libera dagli abusi subiti e rivisita le pagine della storia e della grande letteratura con senso di conquista e risanamento.

Sabatina Napolitano

Sabatina Napolitano
News Reporter
Sabatina Napolitano è nata nel 1989, poeta, freelance, scrittrice, critica. Sue poesie sono pubblicate nella rubrica di Silvia Castellani; su «Poetarum Silva»; nell’antologia «Secondo repertorio di poesia italiana contemporanea» di Arcipelago itaca; nel blog «Poesia ultracontemporanea» di Sonia Caporossi; su «Neobar», «Bibbia d’Asfalto», «Irisnews», «La poesia e lo Spirito», «Poesiadelnostrotempo», «Nazione Indiana». Ha collaborato con «Oubliette Magazine», e «Satisfiction». Nel 2019 pubblica «Scritto d’autunno» per Edizioni Ensemble. https://it.wikipedia.org/wiki/Sabatina_Napolitano
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