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Quello che a volte faccio non è solo mantenere degli archivi. Laddove posso sembrare in alcuni video creaturale e massiccia, la posta in gioco è sempre, trasparentemente, come degli effetti di contenuto spirituale in un dispositivo dell’industria culturale. Data questa necessità antropologica e sociale degli effetti di natura politica, da interventi anche minimi, sul fondo delle cose e al cuore delle cose, quanto più mi sento amata sinceramente e trasparentemente tanto più nella forma, tendo a dare importanza all’eleganza, alla morbidezza, all’aspetto mio maturo di donna di trentadue anni, con una vita vissuta. Raffinare questo aspetto per cui tanto mi sono incoraggiata in questi anni è dimostrare il lato umano delle mie leggi, come quelli di aver palesato sempre gli ostacoli, rendendoli preziosi come risorse, e ad aver cercato nelle mie due carriere possibili (critica e scrittrice), non una alternativa alla mia storia personale, ma una esperienza aderente alla mia natura profonda. Con queste premesse oggi intendo parlarvi di Ada (Adelphi), e afferrare il cuore dei concetti nabokoviani che io tengo chiusi come nella mia sciarpa. A quasi novantasette anni inizia il racconto di Ivan (Van Veen) che si innamora della cugina-sorella, dodicenne, Ada. Tutto avviene in un posto che non esiste, nell’anti-terra, come sappiamo senza fraintendimenti, questo di Nabokov è un romanzo ucronico. Le geografie che conosciamo sono rimescolate, arrangiate secondo nuove mappe, le cose nel passato, nella realtà non sono mai accadute. Nell’anti-terra la rivoluzione russa non è mai accaduta e non c’è di fatto energia elettrica, la Francia è scomparsa dal 1815 occupata dagli inglesi che hanno dato a Parigi il nome di Lute. Il telefono non esiste, esiste il dorofono che è uno strumento che funziona per un principio idraulico. In una lettera a Marina, Demon scrive:

“La tua voce era remota ma dolce, hai detto di essere nella condizione di Eva, di aspettare un momento, di lasciarti mettere un penjuar. Invece, coprendo il ricevitore, hai parlato, suppongo, con l’uomo con il quale avevi passato la notte, (e che io avrei volentieri spedito all’altro mondo, se non fossi stato ancor più ansioso di castrarlo). Questo è lo schizzo dipinto di un’estasi profetica da un giovane artista di Parma, nel sedicesimo secolo, per l’affresco del nostro destino, e coincidente, se si eccettua la mela della terribile conoscenza, con un’immagine ripetuta nella mente di due uomini. A proposito, la tua cameriera fuggiasca, è stata ritrovata dalla polizia qui, in un bordello, e ti verrà rispedita, non appena sarà sufficientemente imbottita di mercurio”.

Nabokov pubblica questo romanzo a quasi settanta anni, è un uomo maturo riconosciuto in ogni campo partendo dalla letteratura, passando per il cinema. L’Antiterra è una Russia (sinonimo di Estoty) che va spostandosi verso il Canada, nell’ Estotiland orientale (o Estoty francese). Ardis Hall è nel nord-est del Québec, Kingston è a sud di Boston (nel Mayne). Come scritto nelle note al testo, Nabokov cominciò a scrivere Ada nel febbraio del 1966, inglobando il saggio La tessitura del tempo di sette anni prima e il racconto fantascientifico Lettere dalla Terra di sei anni prima. Dopo due anni, nell’ottobre del 1968 Nabokov completò Ada. Il romanzo è diviso in cinque parti ed è ambientato negli anni ottanta dell’800, un secolo si intende, con dei riferimenti storici inventati e in dei tratti fanstascientifici. Van Veen figlio di Demon Veen, è un libertino, nel tentativo continuo di rianimare la sua virilità fino a che a ottantasette anni era completamente impotente. Insegna, scrive, pare essere sinceramente e autenticamente innamorato della sorella-cugina, Ada (o anche Adelaida), che è antofobica, ha paura dei fiori, e diventa un’attrice di cinema come la madre Marina. Van è figlio di Marina e Demon così come Ada, mentre la sorella minore Lucette è figlia di Marina e Daniel. Aqua è la sorella di Marina, malata mentale. Nella prima parte (43 capitoli) si descrive la vita dei protagonisti ad Ardis Hall, Ada appartenente ai Durmanov e Van ai Veen. Van a quattordici anni si innamora di Ada che ne ha dodici, i due hanno una piena vita sessuale con momenti di forte drammaticità (si veda il capitolo tredici, sedici, ad esempio, il ventidue). Dopo una separazione di quattro anni, in cui Van per un periodo si sposta in Inghilterra e finisce per fare il prestigiatore col nome di Mascodagama, il ragazzo ritorna in America, ad Ardis Hall nel 1888. Van rincontra l’amata e si costringe a delle prove con altri uomini, ma il primo (Percy De Prey) muore in battaglia, il secondo (Herr Rack) finisce per avere una malattia mortale.

“Per la cena Ada aveva indossato un altro vestito, di cotone cremisi, e quando la notte si diedero convegno, (nel vecchio ripostiglio degli attrezzi, al bagliore di una lanterna al carburo), Van glielo slacciò con un tale impeto che quasi lo strappò in due per scoprire la sua intera bellezza. Erano ancora ferocemente allacciati (sulla stessa panca coperta dallo stesso plaid scozzese che saggiamente si erano ricordati di portare) quando la porta esterna si aprì senza rumore e Bianche scivolò dentro come uno spettro imprudente.”

Nella seconda parte (undici capitoli) si descrive Antiterra, Lucette che va a trovare Van a Manhattan, e precede di fatto la sorella Ada: i tre saranno coinvolti in un incestuoso ménage à trois. La parte terza (composta da otto capitoli) vede Van insegnante e scrittore, Ada è diventata una attrice di cinema, sposa Vinelander, un russo statunitense che però si ammala di tubercolosi. Van aveva scritto dei libri i cui titoli sono: Firme illeggibili del 1985, Chiarovoyeurismo del 1903, Spazio arredato del 1913, La tessitura del tempo cominciato nel 1922), incontra Cordula e hanno un rapporto sessuale. Lucette si uccide, gettandosi dal transatlantico dove era saltata per stare con Van che la rifiuta ancora. La parte quarta (un solo capitolo) è la Tessitura del tempo, costituisce una sorta di romanzo-saggio con tendenze definitorie intorno alla natura del tempo, un tempo che è come abbandonarsi a un simulacro di possesso o la memoria del suo farsi. Qui Nabokov si lascia a delle vere e proprie contaminazioni poetiche, la tendenza è quella di liberarsi del carattere più rigido della scrittura per cogliere degli aspetti più soggettivi dove il passato è un costante accumulo di immagini ma anche una coerente ricostruzione di eventi trascorsi. Per difendere le posizioni del suo monologo cita Bergson e Proust. Il passato non si può cambiare, e di certo le nostre speranze passate non hanno più possibilità di farsi come anche i rimpianti stessi di cambiare il passato, tuttavia il passato conserva l’aura, il profumo e il sapore della individualità.

“Ecco le due alture rocciose coronate di rovine che ho conservato per diciassette anni con decalcomaniacale, romantica vividezza – e tuttavia non con assoluta precisione, lo confesso; la memoria apprezza la otsebjatina («i nostri personali contributi»); ma la leggera discrepanza che ora viene corretta e l’atto della correzione artistica acuisce la fitta del Presente. La più acuta sensazione di immediatezza, tradotta in linguaggio visivo, è la deliberata acquisizione di un segmento di Spazio, captato dall’occhio. Questo è l’unico contatto del Tempo con lo Spazio, ma il suo riverbero arriva molto lontano. Per essere eterno il Presente deve dipendere dalla consapevole valutazione di un’espansione infinita. Allora, solo allora, il Presente è equiparabile allo Spazio senza Tempo. Sono rimasto ferito nel mio duello con l’Impostore”.

Van riceveva una lettera da Ada che lo informava della morte del marito avvenuta il 23 aprile in Arizona.

“Aveva cominciato a dirigersi verso Ovest, con una Argus blu che gli era più cara dei colibrì saffo e dei morfì perché lei ne aveva prenotata una identica per quando sarebbe arrivata a Ginevra”.

ancora:

“Bevve una birra al caffè di fronte alla stazione e poi, automaticamente, entrò nel negozio dei fiori, che si trovava lì accanto. Doveva essere instupito, per dimenticare quello che lei gli aveva detto l’ultima volta a proposito della sua antofobia (nata forse da quella débauché à trois di trent’anni prima)”.

Nella parte quinta del romanzo (sei capitoli) parla quindi in prima persona Van Veen ormai novantasettenne, e mi sento di dire che rappresenta una riflessione sull’invecchiare. Anche se come sappiamo Ada non è l’ultimo romanzo di Nabokov, seguiranno infatti, “Cose trasparenti” e “Guarda gli arlecchini!”. Il racconto di questi tre fratelli, in realtà è il racconto di un annuncio, così come è rapida la scoperta sessuale, così è rapido il modo in cui ogni comunicazione è sovvertita, perché di fatto, se di fronte alle leggi naturali del desiderio erotico e del legame fraterno vengono ad essere sovvertite con una sostenibilità mostruosa e luciferina, tutte le scoperte consentite così come la dignità delle passioni, questo inevitabilmente accade perché ci si lascia sopraffare da impazienze morbose, come quella del successo, ad esempio. L’incesto è consentito in questo libro perché sono consentite le passioni, per decifrarle. La logica importante di un amante non è quella di un fratello, perché lo sviluppo di una psicologia erotica decisiva è sostenuta da una morale che si incrocia all’intima spiritualità dell’individuo. Eppure l’orrore accade nell’industria editoriale, l’orrore che giornalisti e agenti lasciano accadere sotto l’occhio deviato del pubblico, è l’esagerazione di questo tempo dove si ucciderebbe padri e madri per vendere libri, e per le cifre. Le cifre sono un qualcosa di preoccupante. Nabokov non ha mai scritto per le cifre, il suo successo arriva postumo, mondiale e dopo una vita di stenti e promesse. Il suo successo arriva perché da autore si è fatto carico di descrivere il delitto che sarebbe sopraggiunto con l’industria editoriale, con la telecomunicazione di massa, questo perché, purtroppo, chi oggi fa di tutto per una comparsa nei programmi televisivi per vendere 50 copie in più, cioè circa 50 euro, è capace di ogni stratagemma per una medaglia. Sono aspetti questi da non sottovalutare, soprattutto quando l’obbiettivo della letteratura è raccontare l’umano e non l’elenco delle avventure editoriali marcate come una corsa agli ostacoli sotto l’egida di una mistificazione di massa. Centrare il valore della fratellanza intellettuale così come la dignità dell’essere coscientemente in società sta in quella logica che solo allo scrittore sofferto è connessa l’entità positiva della letterarietà non certo dei figli di. Il vocabolario dell’incesto è la risposta al delirio delle masse che seguono il gregge semplicemente per quieto vivere, senza un necessario indottrinamento culturale. In questa profezia al negativo degli animi la corruzione dei più, che operano nel giornalismo e nell’editoria può raggiungere livelli ben preoccupanti del semplice racconto di un orrore. Sarebbe più conveniente per tutti pensare che un certo tipo di storia non è mai accaduto o che è accaduto dopo, in una anti-terra dove cominciare dal cancellare tutto. In quest’ansia sovvertitrice la vera letteratura e le vere contaminazioni letterarie dicono la verità anche dopo secoli in un adattamento coraggioso degli eletti, dove proprio questi fanno strada e sono al volante, per dare alla polvere i tentativi strategici, semplicistici che non si fanno carico del peso storico, della tradizione e quindi del presente che è già futuro.

Sabatina Napolitano

Sabatina Napolitano
News Reporter
Sabatina Napolitano è nata nel 1989, poeta, freelance, scrittrice, critica. Sue poesie sono pubblicate nella rubrica di Silvia Castellani; su «Poetarum Silva»; nell’antologia «Secondo repertorio di poesia italiana contemporanea» di Arcipelago itaca; nel blog «Poesia ultracontemporanea» di Sonia Caporossi; su «Neobar», «Bibbia d’Asfalto», «Irisnews», «La poesia e lo Spirito», «Poesiadelnostrotempo», «Nazione Indiana». Ha collaborato con «Oubliette Magazine», e «Satisfiction». Nel 2019 pubblica «Scritto d’autunno» per Edizioni Ensemble. https://it.wikipedia.org/wiki/Sabatina_Napolitano
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