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Narciso quindi è morto, specchiandosi nel lago non è riuscito ad andare oltre sé stesso, a guardare fuori. Ma un altro personaggio – letterario stavolta e non mitologico – guarda, e non si osserva nel suo specchio ma al di fuori di sé stesso, e vede un atto sessuale. Il ragazzino in questione, parlo di un ragazzino di periferia, Michele Maestri, raccontato da Simone Innocenti, è descritto nel suo arco di vita (dai dodici anni ai trentasette) in una fiction che non è autofiction, anzi è un monologo che prende la forma di un noir psicologico. L’atto sessuale che vede Michele è quello della colf del notaio con suo padre, li scopre, e viene castigato in un armadio. Dopo costretto ad un atto sessuale.

Ho intervistato Simone Innocenti, senza purtroppo avere avuto la possibilità di registrare la diretta che alla fine ha fatto lui su instagram, perché invitandolo io l’app mi diceva “Simone non può partecipare alla diretta perché deve aggiornare la versione di instagram”. Ad ogni modo lui è un giornalista per il “Corriere Fiorentino”, per “La Nazione”, “L’Espresso”, “Sette” e ha scritto precedentemente a “Vani d’ombra” edito Voland, 2019; una guida per Firenze “Firenze Mare“ (Perrone) e una raccolta di racconti, Puntazza (Erudita).

Ho seguito varie interviste di Innocenti come quella su radio radicale, e le recensioni in siti come iodonna.it, altrianimali.it, rsi, marieclaire.com, bonculture.

Amando particolarmente Firenze ho letto questo romanzo che mi ha suggerito riflessioni sulla purezza, sul biancore che appunto come sottolinea Orazio Labbate già nel titolo della sua recensione su La lettura #391 (26 maggio 2019) “quell’occhio così bianco non è candido”. Se è vero che Anne Sexton nelle sue poesie parlava di “nerezza”, il bianco non è la ricerca di una forma del desiderio, il desiderio non è spinto a una triangolazione per svelare la finzione e la verità, per caratterizzare il proibito. Il bianco non è uno stadio di innocenza della società dove al di là del voyeurismo potrebbe esistere la distinzione tra vero e finto, una bussola tra ciò che è finzionale e cioè che è accadere reale.

Michele Maestri farà quindi il bagnino, il macchinista e l’occhialaio (non l’ottico, come mi ha puntalizzato Innocenti nell’intervista) e non si preoccuperà di trovare un bianco o ricercarlo, tant’è che alla fine si innamora di Arianna che però è anche Linda, in una forma del desiderio duale, ma non per questo meno attraente da tanti altri triangoli amorosi a cui la letteratura ci ha abituati, nondimeno il Nabokov di “Re, donna e fante”.

Se René Girard in “Menzogna romantica e verità romanzesca” negli anni Sessanta teorizzava la struttura del desiderio come triangolare e mai lineare, per Girard il rapporto del desiderio lineare sarebbe romantico, esiste sempre un mediatore, un terzo, a determinare la pulsione del desiderio.

Quindi nell’ottica di Girard la libido una volta espressa fuori dal narcisismo, e riversata nella società sarebbe poi soggetta alla mediazione di un terzo che permettere quindi l’attraversamento della pulsione verso l’oggetto stesso del desiderio, senza questo terzo non sarebbe possibile concepire l’opera d’arte o la pulsione erotica descritta nei romanzi. La componente “realista” dell’uomo quindi lo costringerebbe continuamente a una de-responsabilizzazione verso le trame dei rapporti personali costellate dalle etiche identitarie e affettive, costringendolo di fatto a una triangolazione continua.

Se l’uomo contemporaneo fosse di fatto vittima di questa triangolazione allora sarebbe possibile etichettarlo come un “voyeur” in una società di voyeurismo. La distinzione tra interno ed esterno all’io sta proprio in questo, se l’io si mostra per ripiegarsi nella propria pulsione alla fine tanti io messi insieme in una collettività sono costretti ad essere dei voyeur uno dell’altro, per poi rintanarsi ognuno nelle proprie bolle di autonomia, una forza complessivamente finta, una partecipazione fasulla che non fa che condizionare gli esseri umani a un narcisismo e voyeurismo che annichiliscono non solo Michele Maestri ma l’identità dell’uomo.

Cosa guardare quindi nel mondo dei social? Nel mondo dei social l’immagine è identità e si vive per l’identità-per-l’immagine, ma in questo voglio citare il Siti di “Contro L’impegno” (Rizzoli, 2021), lui “non si sente in grado di lanciare un allarme ma di discutere” ed è quello che stiamo cercando di fare, per non restare insieme a contemplare di volta in volta il disastro.

Se in ogni caso la forma è sostanza, e se in ogni caso di fronte ad un evento liberiamo il nostro sano fregarcene, la letteratura finisce per diventare talk politico, programma televisivo della domenica, intrattenimento demenziale che poco ha a che fare con l’ironia o il sarcasmo. La società di oggi è basata su narcisismo e voyeurismo, ma se siamo voyeur perché tutto il mondo dello spettacolo gira intorno a conclusioni e messaggi subliminali e inconsci della pubblicità, per lo meno tendiamo ad essere dei voyeur capaci di analisi.

L’immagine è motore di irrealtà, così come testimonia una dinamica stereotipata di un adattamento-indotto, in cui pure le università invitando di volta in volta influencer e attrici a parlare dei libri, diventano i troni dell’irrealtà, i troni delle masse schiacciate dal dominio dei like.

Se ci fosse di fatto la giusta distanza tra ciò che è il potere della televisione e della pubblicità, e ciò che è il potere delle accademie e delle università non si verrebbero a creare dei mostruosi ibridi tra sguaiate semplificazioni di figure accademiche che diventerebbero attori e attrici che diventerebbero figure accademiche, realtà che ad un minimo di vero ascolto, è di fatto illusoria e paradossale, più che rappresentare una insinuazione persuasiva e diabolica.

La cultura del potere è di fatto una cultura voyeuristica, dove l’inconscio collettivo segna le menti che se non sono indirizzate all’ascolto finiscono per comporsi di ragazze e ragazzi stereotipati e adattati in un adattamento che non ha nulla e nulla conserva di una convinzione ideologica e professionale. Ecco perché non si può insegnare ad essere come le influencer, non lo si può fare se non si è nevrotici. Le circostanze fortunate della vita sono sempre state quelle del nutrimento, della cultura, della fiamma dell’arte, ma in questo l’ambizione presentata non era fondata su una dubbia strategia di marketing ma sulla voglia di fare arte.

Le migliori attrici erano mosse dal desiderio di fare il bello, così come i migliori protagonisti della storia del teatro italiano e del cinema. Oggi mi sembra che l’aspirazione malata di molti non venga per nulla caratterizzata come una ambizione fondata su un difetto di forma, la mancanza di professionalità, l’incapacità di stare al proprio posto.

Già Gay Talese in Motel Voyeur così come Alain Grillet in Le voyeur, riflettevano sulla disperazione del voyeur. Nel primo caso con una testimonianza tratta da una storia vera di un albergatore del Colorado, nel secondo un romanzo in cui “le cose sono là” come dice Grillet stesso, in cui si ricerca un biancore alla stregua del romanzo di Innocenti. Chi è che “guarda”? Ora come allora sono le masse a guardare, e sono anche quegli uomini di pensiero a credere i prodotti della pubblicità una forma di “incidente della modernità” a cui dobbiamo opporre non in modo del tutto silente, un vantaggio educativo.

Il romanzo di Innocenti non è solo questo, dopo l’indice i capitoli hanno il richiamo di una bussola “a est della stanza”, “a sud della parete”, “a ovest della finestra”, “a nord della sedia”, “al centro del bianco”. “Vani d’ombra” non è solo un romanzo che risveglia le coscienze, è un romanzo contemporaneo, una riflessione sul tempo e sugli anni, uno spaccato di cruda vita che serve a destarci ma non per questo a diventare meno generosi.

Sabatina Napolitano

News Reporter
Sabatina Napolitano è nata a La Maddalena (SS) il 14 maggio del 1989. Ha pubblicato sette libri di poesia. Origami è il suo primo romanzo. Recensisce, collabora e intervista autori di poesia, narrativa e saggistica ed è una studiosa dell’opera di Nabokov.
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