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(Questo intervento sarà seguito da un video che girerò in questi giorni).

Il libro “Il museo del mondo” (Einaudi, 2014) di Melania Mazzucco mi ha coinvolta a tal punto che mi è venuta voglia di riscrivere di quadri come avevo già fatto nei miei tour virtuali in pandemia (di cui i link qui, qui, qui e qui). Aggiungo quindi al museo di Melania una sala curata da me in cui parlerò di 4 quadri tra i 52 curati da Melania e altri che ho scelto da me (ne ho scelto due questa volta perché per i restanti sto scrivendo il saggio “L’intima tessitura” come già sapete). Anche io come Melania ho girato per musei nella mia vita, qui ad esempio ho anche scelto una opera dal valore emotivo che per me ha significato e significa molto e che ho visto a Siena questo maggio.

Dal museo di Melania e quindi anche nostro (come lei stessa scrive nella premessa) ho scelto di passare attraverso una sala con dipinti di Matisse, Leonardo da Vinci, Tiepolo, Kandinskij, Bosh. Per Bosh ne ho scritto anche un testo poetico nell’ultimo libro Corsivo (lettura qui) dal titolo “Fuori dai tuoi uffici”. Nella poesia faccio riferimento al dipinto “I sette peccati capitali”, “La nave dei folli”, “Il trittico delle delizie”, “Il trittico del giudizio” e infine a “Le tentazioni di Sant’Antonio”. Nel libro “Corsivo” (Edizioni il foglio, Piombino, 2021) cito anche Caravaggio, Matisse, Mirò, Klee, Goya (in Conferenza, p. 152-153) e Duchamp (in Farfalla astuta, p.152), Klimt (in Coro dei poeti del bosco correttivo, p.120), Diane Arbus e Georges Didi Huberman (in Le stanze dei filosofi, p.95) Jones (in Destino disinvolto, p. 53-54).

Entrando nella sala dalla prima parete che trovate alla vostra sinistra c’è il magnifico dipinto di Matisse, Il violinista alla finestra datato 1918. Questo giovane musicista ci accompagna nella visita, suonando appunto di spalle ad una finestra da cui si possono distinguere solo delle nuvole. Cosa sta pensando quest’uomo? Di certo ci racconta qualcosa, e racconta il lettore, noi amanti dell’arte come della letteratura. Non possiamo avvertire il suono del violino, ma lo percepiamo da dentro, in un’atmosfera sincronica in cui abbandoniamo le tempestività e le prontezze ma ci lasciamo a quei piccoli esercizi che ci ridanno dignità, che ci permettono di sentirci. Il quadro è stato dipinto a Nizza nella primavera del 1918 e Melania ci racconta un po’ della biografia di Matisse quarantanovenne. La finestra è il tentativo di guardare all’uomo come soggetto ma anche all’allontanamento della società senza rinunciare al colore. Colore sì che però è molto più spento rispetto alla signora della stanza rossa (Il dessert-armonia, 2018) o La gioia di vivere del 1906. Il violinista come forse in Tristezza del re del 1952 è colui che “apre le danze”. Probabilmente il violinista rappresenta un intermediario nostalgico al mondo altro, a quello che c’è dopo. Matisse morirà a Nizza proprio dove quel violinista guarda alla finestra. Ecco che allora quel violinista ci mette dentro una storia universale, ci porta nel senso dell’arte che è insegnare la storia, e ci porta nel senso della vita che è insegnare l’arte. Lontano da Picasso, Matisse ci porta nei suoi colori e ci condiziona a una relazione di reciprocità e infinito. Sento il suono attraente dell’infinito. Anche da qui queste finestre parlano dei nostri anni, si aprono a magiche nuvole di Matisse.

Di fianco al dipinto di Matisse troviamo, l’Uomo vitruviano di Leonardo da Vinci (1490 circa). Sì proprio lui. Facciamo un balzo tra i secoli utile a ricordarci in questo piccolo quadro l’immensità del segno e della scienza. L’uomo vitruviano ha quattro mani e quattro gambe, è dio nell’uomo e l’uomo in dio. Se ci pensate il triangolo amoroso si sviluppa sempre tra dio, l’amante e l’amata; così che la persona che amiamo diventa dio e dio è nell’altro che amiamo. Questa formula della divinità dell’uomo è racchiusa nel mistero del simbolo leonardiano. Quando amiamo qualcuno questo è dio, e noi siamo divinità. Cielo e terra sono racchiusi nell’uomo. Sono racchiuse le potenze infernali come quelle celesti e angeliche, perché l’uomo è dotato di un potere infinito, ma l’amore lo domina, insieme all’intelletto, lo spirito, la capacità di discernimento, la tecnica, l’amor di sé e della compagna. Così anche io sperimento che il mio uomo è cielo e terra: è l’uomo vitruviano e noi donne che amiamo sappiamo che l’uomo per noi è capace di darci paradiso e inferno con un solo gesto. L’uomo che amo è l’uomo vitruviano, misura di universi infiniti e cosmologie emotive, capace di una natura divina costruttiva come una divinità di pace e distruttiva come un dio psicopompo. L’uomo attraversa i regni, ironico ma serio, critico ma aperto. È tutto inglobato in un quadrato di spirito e materia. Dove per spirito si intendono le potenze celesti, quello che appartiene agli angeli, ai morti, al Perfetto che governa l’uomo in dipendenza dall’amore universale e dalla pace, da vibrazioni più alte che tendono a elevare l’intelligenza umana, a più alte vibrazioni dell’intelligenza. E dove per materia si intende il subconscio, gli impulsi dell’ego, gli irrefrenabili meccanismi dipendenti dalla logica della conservazione e della sopravvivenza, la logica degli animali che regola la materia, l’impulso al desiderio, alla sete di potere e affermazione, al contagio. L’uomo che amo è questo: è puro e sporco tra il celeste e il contagio della materia, come dio, che è pura luce nel contagio della bruttezza in cui viviamo.

Il trasporto in parte enfatico ma sentito (coinvolgersi è umano di fronte a tanto stupore e mistero che la storia ci porge in dono) ci muove verso una altra parete, che è gialla, qui troviamo L’educazione di Maria di Giambattista Tiepolo del 1732. Non posso dimenticare di citare anche il libro di Calasso, Il rosa Tiepolo edito Adelphi naturalmente e non posso non rimandare alla bellezza del Museo diocesano di Udine e Gallerie del Tiepolo con le sue sale: la rossa, la gialla e l’azzurra. Dopo i due quadri precedenti qui ci troviamo di fronte a una pala molto grande, come specifica Melania, più di tre metri e mezzo per due. Il quadro è maestoso e tenero, innovativo e geniale, un trasporto vitalistico muove i personaggi: Gioacchino il padre di Maria (la Madonna), la madre Anna e la piccola muovono le mani e pregano, insieme ad Angeli che si impongono in una atmosfera mai ironica ma non pesante, solenne ma non struggente, in un gioco di esoterismo e luce in cui tutte le cose sono sciolte. La storia di Maria non è narrata nei Vangeli canonici. Il volto dell’angelo che sovrasta la piccola che legge è eloquente, e ci mostra quanto la storia parli e quanto un disegno di ispirazioni e comunioni spirituali avvolga i veri artefici della grande storia. È quest’angelo che a differenza dei soggetti pagani o storici ha catturato la mia attenzione sincera, vi consiglio di guardarlo con attenzione e immergervi nel mistero della verità.

L’ultima parete sulla destra è rossa, qui c’è un quadro del 1911, Lirica di Vasilij Kandinskij. Anche qui per chi voglia approfondire rimando a Punto, linea, superficie edito Adelphi (2014 e 2021). Anche Melania lascia trapelare il suo amore per i cerchi e i cavalli di Kandinskij. Lui era un innovatore, non solo ispirato come tanti, ma con quel quid che si scopre nelle analisi filosofiche e musicali. Punto, linea e superficie ad esempio, è un linguaggio sul contenuto dell’arte, un’invasione di stimoli e composizioni per leggere il mondo secondo la filosofia del segno. Con Kandinskij tocchiamo delle punte alte di sviluppo del pensiero: non era solo l’astrazione la sua regola, il problema formale costruiva e sintetizzava il problema del linguaggio. La formula grafica e il colore era la danza per eccellenza, ecco che ritorna quella musica accennata dal violinista di Matisse. L’armonia è qualità ma anche ritmo in una esaltazione sinestetica che comprende magnificamente la misura di tutte le cose e di ogni elemento (come nell’uomo vitruviano). La composizione è accentuata dal segno, perché il segno è la derivata della sensibilità, la possibilità della forza e quindi della divinità, così come lo è qualsiasi segno del linguaggio foss’anche la lettera. Il modo in cui si articolano le linee e i colori, i ritmi e le forme, gli angoli e i segmenti sono proprie del genio cosmico unito nell’ispirazione tecnica. Melania sottolinea che il cavallo di Rottendam, Lirica, è simbolo dei cavalli di Kandinskij e come nelle altre opere non c’è nostalgia ma una grandissima tenerezza e un senso di pace che deriva dal piacere di fare arte come la più alta forma delle armonie umane e dell’intelligenza del dono. Il cavallo di Kandinskij, Lirica, sembra sorridere: una sola linea rappresenta gli occhi sorridenti, cosi come due linee il naso e il muso. È un cavallo felice, la storia sembra averci fatto un regalo come da secoli di amore. È forse il cavallo del cavaliere azzurro, probabilmente quell’uomo che lo cavalca è un cavaliere della storia a portarci un sorriso vero finalmente, forse sì, Kandinskij con la sua poesia ha preannunciato una corsa musicale-melodica, ha accompagnato una architettura della natura, è un cavallo felice che ha masticato l’utopia e ha fatto strada al vero, cavalca sogni realizzabili e realizzati. Melania aggiunge: “Ma perché il titolo Lirica? Kandinskij sostiene che il lirismo è il pathos di una forza la cui espansione non conosce ostacoli.”

Molto più in fondo alla sala lontano dalle altre pareti si staglia una vetrata elegantissima di sei metri di diametro, realizzata da Duccio di Buoninsegna intorno al 1288 per l’occhio absidale della cattedrale di Siena. La vetrata presenta della Vergine la Sepoltura, l’Assunzione e l’Incoronazione. La vetrata su sfondo nero ci regala dei giochi cromatici entusiasmanti, al centro l’Assunzione della Vergine. In basso è raffigurata la Vergine nella sua morte corporea incorniciata da apostoli, uomini e angeli. Al centro l’Assunzione, la Vergine sempre in un abito blu ha le mani congiunte ed è circondata dal quattro angeli mentre in alto la vediamo seduta mentre viene incoronata. La vetrata è rappresentativa per lo stile della scuola senese. Lo stesso Duccio è uno dei rappresentati più significativi di questa pittura. La sensazione che regala la vetrata è quella di una salvezza fatta di fede e angeli, di luci e sacro. Qui il sacro dimentica i chiaroscuri dell’olio su tela, e rimanda ai dettagli che erano già incisi nella pittura di Duccio. Guardando alla Maestà del Duomo di Siena la folla di angeli e santi sullo sfondo in oro ricorda l’esaltazione dei dettagli quasi come a sottolinearne il valore mistico. Così il Cristo che incorona la Madonna nella vetrata in alto e la Madonna stessa sono esaltati nei dettagli che rimandano alla Madonna Rucellai. La pittura a grisaglia su vetro è stata attribuita a Duccio, che è un innovatore dei troni architettonici. La vetrata di Duccio conferisce alla sala un aspetto gotico, mistico ed è una esaltazione delle luci nei dettagli che vibrano nello spazio. Come dice Daverio in un commento ad un filmato qui l’azzurro zaffiro, il rosso rubino, il giallo dorato, il verde smeraldo, il viola ametista esaltano la vetrata per uno stupore emozionante. I contorni delle figure così tanto moderne sembrano quelli di un cartone animato, aggiunge Daverio.

Sempre sul tema del sacro tornando indietro verso le altre opere, troviamo sulla parete sinistra al centro La visitazione di Carmignano, di Pontormo (1528-1530). Tela intensa e leggerissima, ambientata in uno sfondo cittadino ed ispirazione per Bill Viola nel video The greeting (1995). Il capolavoro vede protagoniste quattro donne incise in un gioco di chiaroscuri manieristici tra un arancio, un rosa, un verde che rendono decisi e indimenticabili i volti, maestosi e sinuosi gli abiti come gonfiati da un vento che avvolge le donne dal basso verso l’alto. Maria abbraccia sua cugina Elisabetta, entrambe sono in attesa: Maria del Cristo e Elisabetta del Battista. Allo sguardo intimo delle due cugine con l’aureola, si contrappone quello abbandonato e sommesso delle ancelle che le accompagnano. Alla serenità dell’incontro si richiama però il contrasto con delle oscure presenze in basso a destra nella tela, non evidenti ad un primo colpo d’occhio (per alcuni Giuseppe e Zaccaria, rispettivi compagni di Maria e Elisabetta). L’impressione che l’opera rimanda è quella di una profonda sensazione di affetto e incontro ricco di tensione ed enfasi. La visitazione è un dipinto sugli intrecci, sulle relazioni familiari e sul potere che queste relazioni sprigionano ed è un dipinto sugli inizi: da cosa si inizia per amare, da dove si inizia e come. È il dipinto di un accordo di nascite, è il profilo di due donne coraggiose anche se riprese con il profilo dello stupore e della gioia. Pontormo era conosciuto per non avere un carattere facile, il Vasari lo definiva un solitario. Eppure dimostra di avere una grande capacità di introspezione psicologica, moderna. Le ancelle hanno una espressione distaccata e compartecipante insieme, come se lo stupore dei miracoli non fosse possibile di comprensione ma solo di partecipazioni ed è per questo che in alcune letture le due ancelle potrebbero non essere altro che il doppio delle sante. Alla spalla sinistra di Maria quindi abbiamo Maria frontale, una seconda Maria, che visita sé stessa sì e visita la cugina anch’essa miracolata perché gravida in età avanzata. La visitazione è un dipinto sul mistero e sulla gioia.

Sabatina Napolitano

News Reporter
Sabatina Napolitano è nata a La Maddalena (SS) il 14 maggio del 1989. Ha pubblicato sette libri di poesia. Origami è il suo primo romanzo. Recensisce, collabora e intervista autori di poesia, narrativa e saggistica ed è una studiosa dell’opera di Nabokov.
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