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Chi ha letto “Il coglione” di Francesco Gallotti sa di cosa scrivo.

Il romanzo suona come una lunga lettera, una confessione di un uomo che si racconta, fin nell’intimo. Perché c’è l’esigenza di leggere un libro simile? il romanzo racconta la condizione di un uomo, sui trent’anni, non impegnato, nel senso non sposato, attivo in una quotidianità che sembra banale, ma che forse alla luce di una forza magnetica non lo è. Ammetto che non amo le provocazioni, che considero le provocazioni prive di quella spinta magnetica, appunto, propria delle persone intelligenti ma i discorsi di Gallotti ruotano intorno alla natura dell’uomo, cercando di indagarne l’indole. Quale è la più profonda spinta che avverte, quella alla fedeltà (custodire rapporti fedeli nella vita alle cose e con le persone, conservare la fede al dito per la moglie fino a che la morte non lo colga) o quella all’infedeltà (desiderare donne diverse, non accontentarsi di potere dormire solo con una donna, sempre la stessa)?

Ci sono libri che non danno lezioni o risposte, che vengono scritti per testimoniare chi siamo, cosa facciamo qui. In questo genere “Il coglione” ha un andamento narrativo mai ingenuo e anzi misterioso, colloquiale e scaltro che lascia il segno di una giovinezza. Sembra non esserci mai il vero passaggio all’età adulta e anzi essere adulti vuol dire proprio considerarsi a metà tra un caos e un ordine a cui non si può trovare una quadratura, e necessariamente sarebbe più giusto arrendersi.

In questo ennesimo viaggio, potremmo dire, al termine delle nostre piccole notti, il fratello di Francesco è un mago del caffè, un alchemico. Questo ci fa considerare di come la fratellanza è nemica degli scandali, e come riesce a rendere pulita anche la più meschina delle bassezze. Ma è giusto indagare al di là della superficie per sondare gli abissi? È sempre giusto dire tutta la verità o l’amore è fatto anche di una rinuncia, di una finzione per dare spazio a chi amiamo profondamente e rispettiamo?

Ammetto che Gallotti è un autore di molto più giovane di me, ma trovo nella sua penna la maturità espressiva e il distacco di chi racconta per dare profondità alle immagini che si susseguono, negli anni, nel tempo: raccontare per vincere quel gioco infernale dell’estrazione di carte che ogni giorno si affaccia sulla letteratura e quindi sulla società letteraria, come una oscura minaccia. Un gioco di estrazione di carte che tutti un po’ temiamo o che tutti consideriamo ormai comico.

Se è vero che ad un uomo che ha perso tutto, poco è capace a renderlo felice (come in una sorta di andropausa in cui c’è un certo tipo di rimbambimento) è anche vero però, che nelle stagioni di un uomo è possibile rilassarsi, come per chi è tra i pochi fortunati a riuscire ad avere una vita decente e non orribile, una quotidianità soddisfacente e mai bersagliata dall’oppressione della solitudine e della pena. Ecco che il romanzo di Gallotti finisce per farci riflettere su cosa esistiamo a fare, su quale è il campo in cui siamo esperti, se l’amore che proviamo per il nostro compagno o per la compagna è così forte da riuscire a vincere qualsiasi tipo di bersagliamento emotivo.

O se invece la nostra protesta sta appunto nell’esserci innamorati di nuovo.

Con la scusa “del pover’uomo” Gallotti ci regala un romanzo che si rende necessario soprattutto per il sud e la Calabria tutta, un romanzo sugli ingredienti sociali, sulle pigrizie dei giovani e quindi sulle mancanze delle istituzioni al sud dell’Italia come nel sud del mondo. Un romanzo che prende e colpisce al cuore perché ti fa risentire che l’amore non è affatto un capriccio o una serie di capricci che derivano da quel rimescolamento delle carte del destino, sempre lo stesso con carte diverse, giornaliero come una maledizione, che è fine a sé stesso e non può portare a nulla.

Andando quindi oltre il cinismo, senza nemmeno pensarci una sola volta a guardarci indietro e superando quegli sbagli velenosi che pur oggi ci hanno trasformato e fatto crescere, amaramente, quali sono i trucchi del mestiere dell’amore? Si tratta solo di essere simpatici, di essere esperti nel sesso, di essere perdonevoli ma autoritari? Quale è la vera maschera della seduzione e in questo, come la Calabria incide sulla società del sud Italia, nelle tradizioni così come nel sangue?

L’amore forse è sottrarsi a quel palcoscenico per trascinare chi si ama in un azzardo, in una proposta sincera e agitata da dio. L’amore non è l’opportunismo utilitaristico, che puzza di zolfo. L’amore è anche fingersi il “pover’uomo” per realizzare quella candida corazza capace a creare un lavoro paziente, emozionante, deliziosamente esotico. L’amore non è un paradiso di vendette si tratta di un passaggio sì, si tratta di apostrofarsi per appartenere, si tratta di fingere per curare, porre rimedio, farlo con alchimia.

Cercheremo di rispondere a queste domande, in presenza, cercheremo di chiederci quanto si placa la fuga agonistica di chi si scomoda alla guerra per essere e tentare di essere ogni giorno pazienti, gentili, senza contorsioni strane dell’essere ma con la consapevolezza di appartenere a un proseguito dei grandi ineffabile eppure vitale.

Grazie Gallotti per questo splendido romanzo che spero abbia la luce che merita.

News Reporter
Sabatina Napolitano è nata a La Maddalena (SS) il 14 maggio del 1989. Ha pubblicato sette libri di poesia. Origami è il suo primo romanzo. Recensisce, collabora e intervista autori di poesia, narrativa e saggistica ed è una studiosa dell’opera di Nabokov.
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