‘Sembrava dovessero incendiare il mondo’ di Elisa Andriano: anatomia di un piano (im)perfetto

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Nel favoloso universo delle promesse letterarie, è il nome impresso su una copertina scarlatta dai sapori vintage ad attirare la mia attenzione:
si tratta di Elisa Andriano, esordiente per la casa editrice Clown Bianco di Ravenna, che con il suo Sembrava dovessero incendiare il mondo, dimostra fin da subito un talento raro e difficilmente riscontrabile in un romanzo debuttante: una spiccata solidità di direzione.
Nel libro di Elisa c’è controllo della materia narrativa, c’è un linguaggio che non si atteggia ricercando scorciatoie emotive, ma soprattutto c’è una voce pensata, ben costruita e poi lasciata libera di graffiare.
La Andriano, in tutto questo, non punta a piacere: punta a reggere. E ci riesce.
La sua storia, incentrata su una giovane protagonista, si plasma su un pensiero dai risvolti classici:
Carlotta ha vent’anni, vive in una Ferrara intrisa di vicoli e nebbie, e si porta addosso una fede che oggi ha il sapore di una preziosa archeologia dei luoghi comuni: l’idea che, se seguirai uno schema in modo impeccabile, la vita prima o poi ti premierà.
Laurearsi, distinguersi, realizzarsi: è il “catechismo” laico del suo paese, pervaso da una logica glaciale, quello che si impara guardando gli adulti divenire pedine del sistema, convincendosi che l’unica salvezza sia diventare efficienti.
Sembrava dovessero incendiare il mondo prende questa fede e la mette davanti al primo vero imprevisto della vita di Carlotta: un test di gravidanza positivo. Quasi una sentenza.
Da lì in poi il romanzo non parla più di sogni, ma di una realtà che si stringe attorno a se stessa.
L’autrice prosegue scegliendo la strada più esposta: il monologo interiore.
La voce di Carlotta è continua, ravvicinata, a tratti spietata. Il dialogo entra nel pensiero e il pensiero si rimangia il dialogo, senza troppi fronzoli e comodità. È un flusso che ti costringe a starle addosso, e questa è la scommessa: Carlotta non fa niente per risultare “piacevole”. È intelligente, ironica, ma pragmatica. Usa un linguaggio clandestino per mantenere il controllo dove questo sfugge: soldi, rapporti, futuro, perfino il corpo.
Ferrara esce da una scenografia di fondo e diviene un avvolgente organismo pulsante, una città che può sembrare accogliente, ma che nasconde le insidie tipiche della società e dei sistemi di credenza. In mezzo ci sono amicizie che si allontanano, il senso di essere fuori tempo e quel dettaglio apparentemente laterale (ma decisivo): le profezie di una cartomante, che cominciano a pesare come un destino inevitabile.
Sullo sfondo, il 2000 e un richiamo al Terzo Segreto di Fatima, la rivelazione attesa per decenni che arriva e lascia un retrogusto amaro. È un parallelo chiaro: anche nella vita di Carlotta la grande verità non arriva come salvezza, ma per sciogliere illusioni.
Il bersaglio del libro, però, è la “favola del merito”.
Quella frase implicita, spesso scolpita nelle menti come un tatuaggio sulla pelle: “se vuoi, puoi”.
Elisa la smonta senza troppi fronzoli, la illustra mentre si sfalda nella vita esemplare di una ragazza che ha fatto tutto giusto, e che si ritrova comunque davanti a una scelta apparentemente impossibile.
In tal senso il romanzo, più per postura etica che per tono, richiama le atmosfere poetiche e implacabili dei testi di De André: la diffidenza verso le morali scontate e l’attenzione a ciò che resta fuori dalla narrazione ufficiale dell’esistenza.
La pietà che rinuncia a fare scena.
La Andriano non predica, ma nemmeno assolve, lascia che a parlare sia una voce che si scava da sola, che si ferisce e si difende, e in questa assenza di consolazione sta la sua onestà.
Sembrava dovessero incendiare il mondo è un esordio che non gioca a essere carino o invitante, ti prende per la collottola e ti porta dove la retorica finisce: nel punto in cui la vita assale senza avvisare.
E lì, Carlotta resta impressa.

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