Il sottotitolo di questo libro, “1940-1945: Bologna, Casola Valsenio, Monte Battaglia, Bologna”, dà immediatamente l’idea del viaggio compiuto dal piccolo Domenico, sfollato dalla città con la madre durante la Seconda Guerra Mondiale. È un’autobiografia, sì. Drammatica, anche molto, e colpisce particolarmente perché parla di casa nostra, di quel che accadeva in Italia, in Emilia, in uno dei periodi più beceri e vergognosi della storia dell’umanità (dal quale abbiamo, ahinoi, imparato poco, pochissimo). Storia personale, vissuta sulla pelle come la fame e la malattia, contro Storia ufficiale.
Perché la Storia che insegnano a scuola, quella scritta sui libri, è una cronologia asettica di date, di battaglie, vittorie, sconfitte. Ti fanno mandare a memoria i nomi di condotteri e dittatori, ma entrare nel dettaglio delle vite della gente comune… be’, è una faccenda diversa.
Domenico è un bambino, la sua è una famiglia benestante, va a scuola e vorrebbe essere un Balilla, attratto dalle divise, dai fucili giocattolo. Non lo sarà mai, perché è destinato a incontrare ben altre divise, ben altre armi, quelle che uccidono davvero, non per gioco.
Quando Bologna comincia a essere un posto pericoloso, colline e montagne offrono rifugio, ma le dispense si svuotano, la carcassa di un mulo avvelena l’acqua (la guerra non risparmia certo gli animali), si rende necessario il sacrificio del maiale che Domenico alleva, a cui è inevitabilmente affezionato. E quando la guerra raggiunge un nascondiglio, bisogna trovarne un altro, camminare chilometri con lo zaino che sega le spalle sempre più magre, mentre i compagni di viaggio cadono sotto i colpi di un’artiglieria che non ha pietà nemmeno per le donne e i bambini. Perché la guerra imbruttisce. Dentro. E fa dei propri simili dei bersagli a cui mirare per obbedire a un ordine o anche solo per ingannare il tempo.
“Storia minima di un balilla mancato”, però, è scritto in un modo talmente fluido, con un’ironia tanto incantevole e scanzonata da rappresentare non solo gli orrori della guerra, ma anche e soprattutto la vita che va avanti. Partite di pallone, scazzottate tra ragazzi, dispetti alle truppe tedesche, il ritrovamento di un deposito di bombe a mano senza sorveglianza… Domenico ne combina di tutti i colori, mettendosi costantemente in pericolo e facendo disperare le madre, mentre coltiva una sacrosanta speranza nel domani e in un nuovo inizio.
In conclusione, a mio avviso, siamo davanti a un libro necessario e indimenticabile.
