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‘Dove finisce il mare’ è una crime novel di provincia con l’anima da noir sanguigno: un ‘on the road’ viscerale, attraversato da un velo di nostalgica malinconia; una gangster story che scava tra emozioni soffuse e represse, dove buoni e cattivi si confondono tra risvolti dai sapori underground.
La vicenda sceglie come sfondo un’autunnale e logora riviera adriatica, che si rivelerà subdola spettatrice di destini segnati da tempo.
Nel romanzo spicca una Rimini insolita: le immagini da cartolina sembrano ricordi sbiaditi, la sabbia è fredda e l’aria frizzante, invece di rilassare, ti investe di un’inquietudine sottile.
La storia di Fabio Mongardi nasce esattamente da questa ambientazione: una insolita zona di confine, dove la bellezza rinomata del luogo non assolve le azioni di chi lo vive.

Il motore narrativo parte da Mariani, boss della malavita locale, che assegna un “colpo” apparentemente facile alle persone sbagliate. Da lì, il romanzo si apre su una città quasi osservata dall’alto: un intreccio di locali e vie che si incrociano e si ostacolano in modo ricorrente. Mongardi lavora su un’idea tanto semplice quanto feroce: quando qualcosa va storto, non crolla solo il piano criminale, crolla la maschera di tutti. E allora emergono le figure del sottobosco: i piccoli predatori, gli intermediari, gli osservatori, i corrotti che puzzano di marcio. Anche tra coloro che di solito sono considerati i buoni.
La struttura è riuscitissima: il racconto non resta incollato a un solo punto di vista; anzi, si muove, passa di mano e ti costringe a ricalibrare continuamente simpatie e sospetti. C’è spazio anche per i sentimenti. Più o meno profondi.
Ed è una scelta vincente, perché il suo noir vive di pressione: più personaggi entrano in scena, più la stanza si satura. A questo punto basta la riviera, un imbuto che, in bassa stagione, diventa un corridoio lungo chilometri, con poche vie d’uscita.
Emerge, nel testo, un’umanità riconoscibile: uomini che hanno perso il controllo da tempo, ma continuano a fingere di guidare; altri che credono di essere cinici e invece sono solo assuefatti; chi usa la divisa come scudo e chi, al contrario, la vive come condanna. È un ecosistema che si alimenta autodistruggendosi, che trascina nel buio.

Al centro di tutto troviamo Nino, un (ex?) poco di buono, ormai anziano, che ha giocato troppo con la vita. E quando tenta, per denaro, di risollevarsi incappando nell’ennesima occasione, dai risvolti quasi premonitori, si ritrova braccato. Braccato non solo dai propri nemici, ma dal ritmo incalzante degli eventi: dal tempo. Quello che presenta il conto.
Qui Mongardi fa un’altra cosa molto intelligente: arricchisce il noir di un peso ulteriore, fatto di memoria e passato. Poco alla volta affiora, infatti, una filigrana di ricordi remoti, antichi, persino di guerra. E questa scelta sposta la storia dal puro meccanismo “azione-reazione” a qualcosa di più umano: Nino non scappa solo dalla polizia o dai rivali. Fugge anche da ciò che si è lasciato dietro, consapevole che quel passato, prima o poi, lo raggiungerà.
Il mare, citato nel titolo del libro, diventa un simbolo. È un confine fisico e mentale: in una storia dove tutti cercano un varco, l’Adriatico resta lì, immobile.
E, dove finisce il mare, ti chiedi, cosa finisce davvero? La fuga? Le illusioni? La possibilità di redimersi?
E’ qui che il romanzo assume i suoi toni più profondi: non si accontenta più di far scorrere la trama, ma insiste sulle conseguenze e sulla parte sporca della coscienza.
E Mongardi non arriva certo da zero su questo terreno: l’autore faentino, pluripremiato, vanta un percorso lungo nel giallo/noir e una bibliografia molto solida alle spalle. La sua esperienza, in questo ultimo gioiello firmato con Morellini, ci regala una storia dai sapori alla Scorsese.
Non a caso, il libro risulta tra i primi tre classificati al Premio Dante Arfelli, ed è ora in procinto di sbarcare in Germania e Spagna.

Insomma, Fabio non sbaglia e il suo romanzo è da leggere. Assolutamente.
Perché non cerca l’effetto facile. Perché non trasforma la riviera in una scenografia da thriller qualunque,
ma la mette al centro di una domanda secca quanto scomoda: quanto puoi tirare avanti, quando hai già consumato tutto?
E, sullo sfondo, il mare, che non consola.

News Reporter
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