Avverto l’urgenza di far suonare un campanello d’allarme dinanzi al progressivo declino sociopolitico del nostro tempo, un declino che affonda le radici nelle innumerevoli contraddizioni del diritto contemporaneo. Immanuel Kant definiva il diritto, nell’opera “per la pace perpetua”, l’insieme delle condizioni per cui l’arbitrio di ciascuno può accordarsi con quello degli altri secondo una legge universale di libertà. Oggi, al contrario, assistiamo a un sistema giuridico svuotato di questa vocazione universale, piegato a legittimare derive conservatrici o a rincorrere il mero beneficio occasionale. La causa prima di tale svalutazione risiede nell’estrema fragilità della politica attuale. Ci troviamo di fronte a una classe dirigente portatrice di ideologie ormai stantie, che forza meccanismi del tutto incompatibili con il mutamento e con le reali innovazioni dei rapporti sociali. È in atto, in sostanza, una radicale compromissione del fondamento politico a totale vantaggio dell’economia, assunta ormai a unico e indiscutibile motore trainante dello sviluppo. E cosa si compie, di fatto, nel mondo? La completa sottomissione al primato del capitale è la base di un sistema sfiduciato dalla politica, riversando le conseguenze delle scelte nelle future generazioni. Per fare un esempio: la questione sul referendum della riforma per la separazione delle carriere (riforma della “giustizia”) dovrebbe interessare l’intera popolazione ad esprimere un pensiero indipendentemente dall’esito morale della scelta, ma è qui che l’utopia del modello si lascia colpire dai dardi avvelenati scagliati sia dal motivo della scelta, sia dalla illogicità emotiva dell’atto compiuto. Non è mio intento sfaldare i principi cardine del voto dati dal sacrificio dei nostri predecessori, ma è inaccettabile richiamare simili eventi storici per invogliare alla votazione: tenere viva la memoria per legittimare le azioni non è un monito corretto per l’espressione del pensiero; o ancora, la “fede” del partito è l’equivalente dello slogan: pubblicità ingannevole. È la preparazione di un esame attraverso dei mini-riassunti: dove si colloca la capacità di comprensione oltre la scrittura di un solo testo? Dove è situata la riflessione? Ho posto ad un campione ridotto (40 persone, di cui 30 sotto i 30 anni) due quesiti: “Hai appreso il quesito referendario”? “Andrai a votare, e cosa ti spinge al voto/non voto”? nel primo quesito, solo il 15% ha appreso (perché sono studenti di giurisprudenza, che ho scoperto tardivamente), il 50% non ha appreso (e di questo, il 20% non era a conoscenza della chiamata alle urne), il 35% restante è disinformato, scettico. Nel secondo quesito, il 70% andrà a votare, il 30% no. Ora, il problema si sposta sul “cosa ti spinge al voto”: chi si dirigerà alle urne non ha un piano ideale, ma è semplicemente pedina di un meccanismo (partito politico) che non è guida informativa completa; chi invece non si dirige è rassegnato dal declino, non comprendendo, però, che è la rinuncia al voto il frutto del caos, perché si avranno decisioni non perpetrate dal volere del popolo. Ciò a cui stiamo assistendo è il fenomeno di “astrattismo ideologico concreto”, un processo che non preserva la capacità logica e di ricerca informativa, ma che pone l’idea ad un piano irraggiungibile che rende concreta la sua totale trascendenza; nel mondo contemporaneo si ricercano basi tangibili (denaro ed economia), per cui lasciamoci la politica e la genesi del diritto alle nostre spalle: si apra l’era del capitalismo darwiniano.
