Il saggio di Fabio Scacciavillani e Michele Mengoli (Il furto del millennio. Come la Cina ha turlupinato e depredato l’Occidente, Piemme, 2023) si presenta fin dal titolo con un tono deciso, quasi provocatorio. ‘Il furto del millennio’ non è infatti un’analisi “neutrale”, ma una vera e propria accusa: l’ascesa economica della Cina negli ultimi trent’anni non è solo il risultato di strategie industriali efficaci, ma anche di un sistematico trasferimento (spesso illecito) di ricchezza e conoscenza dall’Occidente.
Il libro costruisce la propria tesi come una sorta di “thriller geopolitico”. Tra episodi di spionaggio industriale, hacking, dumping e appropriazione di know-how, la narrazione procede accumulando casi e dati che vogliono dimostrare come la crescita cinese sia stata favorita da pratiche scorrette e da una certa ingenuità occidentale.
Uno degli aspetti più interessanti è proprio questo: non si limita ad accusare la Cina, ma punta il dito anche contro l’Occidente, descritto come complice o quantomeno attore distratto. Secondo gli autori, governi e grandi aziende avrebbero sottovalutato — o ignorato — segnali evidenti, contribuendo così a creare le condizioni per quello che viene definito appunto un “furto epocale”.
Dal punto di vista stilistico, il libro è accessibile a tutti e a tratti molto brillante. Nonostante la materia economica e geopolitica, la scrittura evita il linguaggio troppo tecnico e punta su esempi concreti e ritmo narrativo, rendendo la lettura davvero scorrevole e interessante anche per chi non è esperto del settore.
La forte impronta polemica del testo ne definisce comunque anche il carattere distintivo, a mio avviso. La tesi è presentata con chiarezza fin dall’inizio infatti e viene sviluppata in modo coerente lungo tutto il libro, privilegiando una linea interpretativa ben precisa. Più che offrire un confronto approfondito tra diverse prospettive, gli autori scelgono legittimamente di sostenere con decisione il proprio punto di vista, dando vita a un saggio incisivo e, in ogni modo e a mio avviso, anche convincente. Con al cuore, citando letteralmente, questi fatti:
“…. da una parte ci siamo noi, l’Occidente e i suoi alleati. Con le sue regole e i suoi valori irrinunciabili: libertà individuali, accertamento della verità, diritti civili, alternanza al potere e demomeritocrazia. Valori che, anche quando vengono disattesi quotidianamente dalla contingenza della realtà più subdola e meschina, restano imprescindibili. Dall’altra parte c’è la Cina (e l’accozzaglia dei regimi autocratici o teocratici), con la sua imperturbabile élite, che questi valori ritiene fallaci, fuorvianti, illusori, ingannevoli e quindi da estirpare dalle coscienze. L’esercizio delle libertà a Hong Kong come a Taiwan (o in Ucraina) viene considerato un esiziale attacco al culto collettivistico del potere che prevale sull’individuo e lo domina. Il singolo cittadino conta solo in quanto sottomesso al potere nel perseguimento di un fine superiore. Un potere che, anche se spietato, corrotto e sanguinario, non va messo in discussione. Un potere che è avulso da remore morali, che sfrutta i propri sudditi, che ruba ignominiosamente i frutti del lavoro altrui, che si appropria proditoriamente delle innovazioni, che non mostra freni inibitori al proprio delirio di supremazia”.
In definitiva, ‘Il furto del millennio’ è un libro che può colpire, e dividere: ma fa discutere. È particolarmente adatto a chi vuole una lettura critica su un certo tipo di globalizzazione e sul ruolo della Cina, meno a chi cerca un approccio formalmente ‘imparziale’, forse più accademico ma meno stimolante e soprattutto utile a spingerci a capire. Proprio per questa sua natura di saggio ‘orientato’, lo studio riesce infatti nel suo obiettivo principale: stimolare il dubbio per chi ha certezze diverse, ma in generale spingere comunque ogni tipo di lettore (di qualsiasi opinione) a interrogarsi su come — e a quale prezzo — si sia costruito l’equilibrio economico attuale.
