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«In origine vi era il caos». L’incipit della Cosmogonia si presta funzionalmente al ragionamento di questo elaborato. Il caos, inteso nel suo senso etimologico di vuoto e poi di disordine, si pone come conditio sine qua non per la genesi di un nuovo ordine, noto come cosmos. La teoria della complessità sfrutta questo meccanismo per spiegare l’imprevedibilità delle mutazioni di sistemi non-lineari ossia non basati sulla logica causa-effetto. Tale teoria deriva da studi fisici e matematici ma, negli ultimi decenni, le scienze sociali hanno traslato tale meccanismo volgendolo a loro vantaggio: così come i sistemi, ad esempio, metereologici anche quelli socio-antropologici non possono essere prevedibili nei loro cambiamenti. La teoria della complessità è divisa in tre fasi ben precise: la teoria del caos evidenzia come un sistema sia in movimento in relazione ai suoi stessi elementi e all’ambiente a esso circostante e, per esemplificare il meccanismo, si utilizza la metafora del Butterfly effect secondo la quale un battito di ali di una farfalla in Brasile provoca un tromba d’aria in Texas; la teoria delle strutture dissipative propone la dimostrazione di come un sistema tenda ad abbandonare il caos per favorire la creazione di un nuovo ordine mediante la facoltà dell’auto-organizzazione, per la quale si intende la capacità di un sistema -arrivato ad un punto di forte instabilità- di riorganizzare le sue componenti di base per giungere ad una nuova stabilità. Questa è generata dalle risposte del sistema stesso: se il sistema si oppone inviando feedback negativi allora la sua trasformazione coinvolgerà piccoli fattori, se il sistema invia feedback positivi la sua trasformazione sarà totale. L’ultima fase è nota come teoria dei sistemi adattativi complessi la quale esplica i tre tipi di comportamento che può assumere un sistema: l’equilibrio stabile prevede la condotta ripetuta nel tempo che porta alla stabilizzazione, l’equilibrio instabile prevede la netta presenza di instabilità e, infine, l’instabilità contenuta intesa come quel comportamento borderline tra stabilità e instabilità.  Se nel primo caso il sistema può arrivare al collasso, nel secondo potrebbe arrivare alla distruzione, quindi una situazione di incertezza permette la sopravvivenza di un sistema. Alla conduzione di questa trasformazione si pone un leader che è scelto spontaneamente dagli altri operanti in quanto gli riconoscono credibilità, empatia, ottime capacità comunicative nonché la capacità di ragionare al futuro. È vero, tutto ciò sembra essere estraneo al noto romanzo di Carlo Levi, ma è più vicino di quanto ci si possa immaginare. Il romanzo di Carlo Levi propone una lettura dei rapporti fra due sistemi antifrastici fra loro: il sistema di Aliano che funge da exempla per tutto il meridione italiano e il sistema di Roma in quanto rappresentante dello Stato. Il primo, sistema del «crai» immobile, era caratterizzato da una cultura folcloristica dominatrice di ogni istituzione; il secondo, sistema totalitaristico, catalizzava il potere nelle mani di uno solo annientando qualsiasi forma di libertà. Questa forte differenza culturale, nota già dal periodo preunitario ma ignorata da chi propose di risolvere tutti i problemi con un’unificazione affrettata, fu accentuata ancora di più dal fascismo: per Mussolini non esisteva nessuna questione meridionale ma solo un’unica questione nazionale. Questa ignoranza incrementò in modo esponenziale il grande divario economico, politico e sociale di due sistemi che avrebbero dovuto coincidere nell’ideale di una nazione unita. Ma proprio da questa conflittualità fra i due sistemi si capisce che l’unica relazione possibile non era basata su una dialettica attiva ma su un rapporto monolaterale. Il concetto cardine, alla base di tale rapporto, è quello gramsciano di egemonia culturale[2]. Attraverso ciò Roma sfruttò la morfologia e i principi intrinsechi al totalitarismo stesso mediante l’ausilio di ideologie e apparati coercitivi come la Chiesa, la scuola, la burocrazia, i mass media, l’arte e la letteratura. A questi segnali Aliano fu obbligato ad inviare feedback positivi che aumentarono al suo interno il caos: tutto ciò era estraneo al mondo folcloristico di Aliano, in cui a dominare erano magia e stregoneria, provocando un malcontento ma non un’insurrezione in quanto ogni invio di feedback negativi era ostacolato. Lo stesso Levi, ormai parte integrante del sistema Aliano e quindi contadino, cercò di attuare alcuni miglioramenti che vennero prontamente respinti da Matera e quindi da Roma. Qualsiasi mossa fu negata dai poteri forti o da una parte di alianesi che vedevano in Levi una minaccia per la loro stabilità che poneva le basi su un’instabilità totale.  Roma era da sempre espressione di una piccola parte di popolo ossia della piccola borghesia, la quale ad Aliano esercitava una forte influenza. Chi turbava la piccola borghesia turbava anche lo Stato. Non vi erano vie di uscita, era un sistema confinato fra i suoi alberi e fra i suoi cieli, un sistema in cui la strada da seguire era l’esempio del brigantaggio e quindi della violenza. Levi, uomo colto, aveva ipotizzato come unica soluzione una rivoluzione contadina. Ma la teoria della complessità, in questo caso, ci è utile per capire perché questa non poteva avvenire: mancavano i prerequisiti di base. La teoria della complessità ci insegna che ogni sistema, in condizioni normali, non sempre risponde alla logica di causa-effetto e che, quindi, il suo mutamento non è prevedibile. La sua stabilità può essere turbata da un qualsiasi battito di ali e a questo corrispondono delle reazioni secondo le quali si attua un cambiamento più o meno percepibile. Il cosiddetto battito di ali necessario a produrre un nuovo ordine, nel caso di Aliano, era possibile se e solo se fosse provenuto da un sistema privo di una politica totalitaristica in quanto avrebbe reso possibile qualsiasi tipo di risposta. Quindi, affinché avvenisse il cambiamento in Aliano, doveva cambiare necessariamente prima Roma. L’egemonia dello Stato sul Sud non offrì un terreno fertile per la formazione di leader positivi, infatti, l’unico mezzo che Aliano conosceva era la violenza che non può appartenere ad una figura pragmatica. Levi sapeva che anche questa rivoluzione, qualora ci fosse stata, sarebbe stata persa in partenza così come lo sono state tutte le altre. Levi sapeva che questa condizione di sudditanza sarebbe stata destinata a fallire solo se lo Stato avesse cominciato a porsi come rappresentante di tutti i cittadini, borghesi e contadini. Ma, ad oggi, siamo ancora lontani da ciò.

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