Recensione “La politica del male. Il nemico e le categorie politiche della violenza”, Tralerighe, Lucca 2019

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di Michele Pugliese (Storia in Network marzo 2019)

Ci sono libri che quando si leggono “arrivano” come un pugno allo stomaco, poiché coinvolgono emotivamente il lettore. È il caso dell’ultimo lavoro di Renzo Paternoster, La politica del male. Il nemico e le categorie politiche della violenza, edito da febbraio di quest’anno da “Tralerighe libri”, dell’editore lucchese Andrea Giannasi. Un libro che non può lasciare il lettore indifferente.
Renzo Paternoster, nato il 15 maggio 1965 a Gravina in Puglia (Bari), dove risiede, è uno storico collaboratore di “Storia in Network”. Laureato in Scienze Politiche, il suo ambito di ricerca è la violenza politica.
Ha detto la scrittrice spagnola Fernán Caballero, pseudonimo di Cecilia Böhl de Faber y Larrea: «C’è una forza più potente del vapore e dell’energia elettrica: la volontà». Ecco, questo aforisma rispecchia la determinazione del ricercatore Renzo Paternoster nei suoi studi sulla violenza politica. Poiché fatti bene, i suoi lavori raccolgono consensi. Infatti, il suo precedente lavoro a stampa Campi. Deportare e concentrare: la dimensione politica dell’esclusione (Aracne, Roma 2017) è risultato vincitore del primo premio Nabokov 2017, del premio della giuria al Golden Books Awards nel 2018, del secondo premio al Premio Letterario Internazionale Città di Arce nel 2018 e del primo premio al Festival letterario internazionale Città di Siena nel 2018.

L’ultimo lavoro di ricerca di Paternoster è un’indagine multidisciplinare sulla natura del male politico, sui modi concreti in cui esso si è manifestato e sulle origini delle pratiche che l’hanno reso sempre più crudele. Più di un libro di storia, dunque. Infatti, è un lavoro in cui la storia è supportata dall’antropologia, dalla psicologia e dalla filosofia politica, per meglio indagare sul male della politica. Un lavoro, possiamo affermarlo, libero da preconcetti su argomenti delicati che troppo spesso sono oggetto di strumentalizzazioni.
Il primo capitolo è dedicato alla figura del nemico. Riferisce Paternoster: Avere a disposizione un nemico consente di veicolare le frustrazioni, i timori e le paure di un gruppo umano. Il nemico è il capro espiatorio di una situazione di crisi che si sta vivendo come individuo e/o come gruppo. Così identificare un nemico, vero o presunto, e condividerlo con altri crea “gruppo”, rendendo quest’ultimo più “manovrabile”. Il nemico è dunque essenziale, afferma Paternoster: se non c’è bisogna inventarlo. In questo capitolo così l’autore indaga su questa importante figura che nel corso della storia ha cambiato molte vesti: esso è stato assoluto, convenzionale, ideologico, illegittimo, di classe, etnico, totale e globale.
Il secondo capitolo è dedicato al Male come fatto o processo, ai suoi luoghi d’azione (il corpo del nemico), alla sua evoluzione attraverso la violenza che, quando si inserisce nei giochi politici, porta proprio il corpo del nemico a divenire uno strumento su cui riversare la sovranità assoluta di un potere. Una violenza quella politica che, scrive Paternoster, «assegna determinati valori alla vita e alla morte, decidendo quale funzione assegnare al cor­­po del nemico suppli­ziato, violentato, imprigionato, da uccidere, ucciso e da far svanire. Un’antologia dei dolori del mondo prodotti da una politica che mortifica la vita e finanche la morte». Perché, continua l’autore: «Attraverso la violenza politica, il corpo umiliato, violato, imprigionato, suppliziato, smembrato, ucciso, cremato, fatto spa­rire, assume una funzione simbolica e pedagogica del biopotere: rinnova, nutre, assegna un senso di trionfo, diventando epifania del potere stesso».

Interessante in questo capitolo è il concetto sviluppato dall’autore di “Bene banale”, in contrapposizione al “Male banale” della filosofa Hannah Arendt. La filosofa tedesca naturalizzata statunitense elabora il concetto di “banalità del male” riferendosi all’incapacità del pensiero razionale del gerarca nazistaOtto Adolf Eichmann durante la guerra che, in un’ottica di obbedienza acritica, diceva di seguire i comandi incondizionatamente, considerandoli giusti. Paternoster, invece, preferisce il concetto di “banalità del bene”, in quanto il comportamento di Eichmann — ma questo vale per qualsiasi aguzzino che sposa un progetto criminale — si è sviluppato grazie a una valutazione soggettiva di un bene, che lo ha portato a legittimare un male, tra l’altro non ritenuto tale.
Sempre nel secondo capitolo, l’autore affronta anche la deumanizzazione del nemico, pratica che porta alla esclusione morale delle vittime e al disimpegno morale dei carnefici.
Gli altri capitoli descrivono le categorie politiche delle violenze che si riversano sul nemico.
Dunque il capitolo III è dedicato al “nemico da discriminare”, una disamina storica sul razzismo, sui pregiudizi e sugli stereotipi nel corso della storia. Il capitolo IV è riservato al “nemico torturato”, un percorso storico della tortura. Il capitolo V è destinato al “nemico imprigionato”, quindi, storia e funzioni dei campi di internamento, concentramento e sterminio. Il capitolo VI è rivolto al “nemico violato”, quindi ai “tortuosi sentieri della violenza sessuale” (paragrafo 2), al “corpo della donna come bottino” (paragrafo 3), al “corpo della donna come campo di battaglia e luogo di dominio” (paragrafo 4), agli stupri politici nel corso della storia (paragrafo 5). Il capitolo VII è dedicato al “nemico da uccidere”, quindi ai vari modi di ammazzare il nemico sino agli stermini di massa che hanno scritto pagine crudeli di storia, tra cui, oltre ai più conosciuti Metz Yeghérn degli armeni, l’Holodomor degli ucraini, entrambi portati a termine agli inizi del Novecento, alla Shoah degliebrei e al Porrajmos dei rom e sinti, durante la tragica parentesi del nazismo in Europa, e quelli consumati nell’ex Jugoslavia e in Ruanda, anche quelli più sconosciuti perpetuati in Indonesia tra il 1965 e il 1967, in Cambogia dal 1975 al 1979, in Darfur dal 2003, in Siria dal marzo del 2011 e, infine, quello dei popolo rohingya in Myanmar (Birmania).
L’ultimo capitolo è riservato al “nemico ucciso”, quindi alla destinazione del corpo ucciso che è stato a volte mangiato, a volte dissolto, a volte fatto sparire, a volte è divenuto anche dispensatore di morte attraverso i moderni kamikaze.

Se nel prologo Paternoster si augura che «questo lavoro di ricerca faccia vergognare il lettore, quella vergogna che i vari carnefici non hanno saputo esprimere, che non hanno voluto esprimere», nell’epilogo spiega l’importanza di questa vergogna, distinguendola dai sensi di colpa, entrambi sconosciuti ai vari carnefici, ma ambedue importanti nelle scelte politiche. Vergogna e senso di colpa, sottolinea l’autore, potrebbero «essere un primo passo verso un impegno civile connesso alle responsabilità morali […] per non lasciarsi sedurre dalle tentazioni del male». Spiegando come si arriva a un programma sterminazionista, la summa degli orrori di una politica criminale, Paternoster smonta la «tesi della “belva umana”, secondo la quale lo stato di natura degli esseri umani è violento», spiegando «che la violenza politica è frutto di atti consapevoli e di utilità programmata per il dominio totale sulle persone». Questo per stimolare il lettore e proiettarlo nell’azione a difesa dei diritti umani, dinanzi a qualsiasi politica che si fa criminale e riconoscersi in valori positivi che devono essere comuni a tutta l’Uma­nità.
Un’altra soluzione proposta da Paternoster nell’epilogo del suo lavoro per “vaccinarci” da una politica violenta è quella di educare le generazioni attraverso una “pedagogia del dolore” che, portando a interrogarci «sui meccanismi che hanno generato tanta crudeltà», ci conduca a «metterci dalla parte delle vittime, della loro sofferenza» per «non rassegnarci all’orrore» e «comprendere nel presente i segni anticipatori di un passato da non riproporre, per scardinare in anticipo eventuali ricadute».
Concludiamo con un passo del Prologo del libro, che esplica il fine di questo lavoro: interessare, emozionare, far comprendere, educare al rispetto dei diritti umani: «Annick Cojean, giornalista francese, racconta che un preside di liceo americano aveva l’abitudine di scrivere, a ogni inizio di anno scolastico, questa lettera ai suoi insegnanti: “Caro professore, sono un sopravvissuto di un campo di concentramento. I miei occhi hanno visto ciò che nessun essere umano dovrebbe mai vedere: camere a gas costruite da ingegneri istruiti; bambini uccisi con veleno da medici ben formati; lattanti uccisi da infermiere provette; donne e bambini uccisi e bruciati da diplomati di scuole superiore e università. Diffido – quindi – dall’educazione. La mia richiesta è: aiutate i vostri allievi a diventare esseri umani. I vostri sforzi non devono mai produrre dei mostri educati, degli psicopatici qualificati, degli Eichmann istruiti. La lettura, la scrittura, l’aritmetica non sono importanti se non servono a rendere i nostri figli più umani”. Ecco, è proprio l’umanità perduta l’argomento di questo lavoro. Uno studio di un’Umanità seviziata, violata, imprigionata e sterminata da parte di una politica oscena che si è fatta criminale».

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