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Ho cercato di chiudere una storia
per non tradire
la memoria della storia.

Nel dir quel che sento o non sento,
come nuvola cieca,
mi è piovuto il sentimento
di chi sa piangere
ma non sa dove farlo.

Come pietra che più non ama
raccontarlo,
ho dato fine a quell’inizio
quando l’apparire fittizio
diceva tanto
della sua durezza.

Senza timore,
ma con tanta amarezza,
mi si è svuotato il cuore
per baciare i cammini
dell’amore
che più non sente suo.

Per questa nuvola cieca,
per questo pezzo
d’acqua addormentato,
lasciami rotolare
per l’addio di carezze
che evoca i tempi
di favole impossibili.

Lasciami fidanzata
di continuità inaccessibili
per vecchie cariche
di errori commessi,
per vecchi castelli di sabbia, persi,
dove singhiozzano, lente,
le doppie campane.

Di rossi tramonti e notti lontane
nella sera, morendo,
un raggio di sole
mi si annoda nel cuore;
è l’ultima luce
di quel che credevo amore
al profilo di un nome
non più sentito.

Sulla danza di un coltello appuntito,
ricordo l’emozione sanguinante
di chi trattiene l’aria per quell’istante
di sentimento finito.
E dire che era sognare l’infinito
su ogni mattone che s’innalzava,
sognavo la luna e la luna mi sognava,
quando ad occhi chiusi immaginavo le stelle.

Di colorate chimere
le morti erano pezzi
dove le attenzioni traballavano,
dove le risate mancavano
orfane di contatto,
dopo metafore inventate
per non far morire
quel che andava morendo.

Per non soffrire
quel che andavo soffrendo,
ho perso anni senza forma di cuore.
Ho pianto senza fare rumore,
ho atteso senza aspettarmi più nulla.
Bevendo alla salute
di tutte le morti.

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