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Emily Dickinson

Conscious am I in my Chamber,

Of a shapeless friend

He doth not attest by Posture –

No Confirm – by Word – (…)

Presence – is His furthest license –

Neither He to Me

Nor Myself to Him – by accent –

Forfeit Probity –

(Sento nella mia stanza

Un compagno invisibile –

La sua presenza non è confermata –

Da gesto – o da parola – (…)

La presenza – è la sola

Libertà che si prende –

Né io né lui tradiamo –

Il patto di silenzio -)

(frammento 679)

Emily Dickinson nel panorama culturale e letterario americano del XIX secolo

La poetessa Emily Dickinson (10 dicembre 1830 – 15 maggio 1886) nacque ad Amherst nel Massachusetts da famiglia puritana e benestante. Trascorse un’adolescenza tranquilla, caratterizzata da stretti legami con la sorella Lavinia, il fratello Austin e la cognata Susan. Frequentò per sei anni l’accademia di Amherst per poi trasferirsi al seminario femminile di South Hadley. Qui, a causa di un ambiente eccessivamente religioso e rigido, Emily rifiutò di professare pubblicamente la fede cristiana, mostrando un temperamento via via più insofferente ed individualista. Per questo lasciò la scuola, scostandosi successivamente dalla religione della famiglia. Ella amava profondamente i filosofi trascendentalisti e specialmente il loro portavoce Emerson; grazie anche ai loro scritti formò il suo pensiero. Intraprese un viaggio di diversi anni a Boston, Washington e Philadelphia con la famiglia, in seguito al quale, una volta tornata ad Amherst, iniziò progressivamente ad isolarsi, scegliendo una sorta di reclusione volontaria nella propria stanza che sarebbe durata per circa trent’anni. Nell’isolamento e nel silenzio si dedicò alla missione poetica, forse per l’incapacità di conciliare il proprio io con il mondo esterno, forse a causa di un amore impossibile che la condusse ad un profondo stato di tristezza e depressione. Visse la maggior parte dei suoi giorni rinchiusa nella propria stanza, vestendosi esclusivamente di bianco. Le sue giornate venivano di tanto in tanto intervallate da visite ed incontri e la sua vita scandita da intensi scambi epistolari con parenti, amici e conoscenti. Importante il carteggio tra la Dickinson e l’editore giornalista Higginson dell’anno 1862, nel quale  si legge che la poetessa chiese un parere a proposito delle proprie poesie, ch’egli apprezzò pur sconsigliandone la pubblicazione. Soltanto una decina di poesie vennero pubblicate in alcune riviste letterarie nel corso della vita della poetessa; l’intero corpo poetico fu scoperto e rivalutato in seguito alla sua morte.

Compose un totale di 1775 liriche, un corpus edito solo nel 1955 da Thomas H. Johnson sine titulo ed indicate con numero progressivo. Tra il 1890 ed il 1896 vennero pubblicate tre sue raccolte poetiche che non riscossero però un grande successo. Fu dagli anni venti del ‘900 che si incominciò a considerare la sua produzione con rispetto e a vedere la poetessa come anticipatrice della lirica americana moderna.

I principali temi trattati nelle liriche sono l’amore, la natura, la morte e l’eternità, che la poetessa considera e sviscera grazie alla sua abilità nel trasformare tutto ciò che è grande, remoto, incommensurabile in umile, familiare e quasi tangibile. Nei suoi versi affiora un universo domestico fatto di fiori, insetti, di luce, albe e tramonti che sottolineano la mutevolezza delle cose e dei sentimenti e l’incertezza della vita mortale. Celebra con le sue parole la dignità di ogni anima che sta affrontando l’avventura del vivere, sempre segnata dal dolore causato dal costante pensiero rivolto alla morte, ma al contempo superato dalla speranza dell’immortalità dell’anima.

Lo stile delle sue composizioni è caratterizzato dalla brevità estrema del verso, dalla mancanza sia di un metro preciso che della rima. Ella focalizza sulle singole parole, spesso scritte con la lettera maiuscola, che dipingono immagini cariche di forza poetica ed evocativa. Ma la sua modernità espressiva si ha principalmente nell’assenza di punteggiatura, al posto della quale è frequente l’uso del trattino che taglia il verso internamente, e nell’utilizzo di una sintassi ellittica grazie alla quale è la parola ad avere la centralità. Una parola violenta, penetrante, incisiva, spesso trasgressiva e blasfema, ma anche lampeggiante, riverente, agile, aggraziata, metafisica e divina. (1) 

Emily e la critica

A partire dagli anni ’70 diversi studiosi e critici hanno messo in evidenza molti nuovi aspetti circa la figura della famosa poetessa americana, affermando che la sua vita avventurosa e i suoi slanci poetici non fossero presenti soltanto sulla carta, nelle poesie che componeva e non pubblicava o nelle lettere che scriveva e mai spediva. Essi sostenevano che la poetessa avesse voluto di proposito tenere nascosto un lato della propria personalità fatto di slanci passionali ed erotici rivolti non soltanto a diversi uomini ma anche alla cognata Susan, fatto di insofferenza nei confronti di un sistema di patriarcato chiuso e soffocante. Tutto ciò la spinse a scegliere di rimanere inespressa tenendo i propri versi, scritti a matita e conservati in cartellette ricucite a mano, solo per sé. Trattasi  quindi di una personalità estremamente viva e complessa.

Dopo la sua morte furono scoperti i suoi scritti da parte dei familiari; la sorella Lavinia, la cognata Susan e l’amante del fratello Mabel li ripulirono cambiandone la punteggiatura, dividendo le liriche in strofe e attribuendo loro un titolo. Pure le allusioni sentimentali e le posizioni sovversive ed anticonformiste della poetessa vennero rimosse.(2) Susan e Mabel si sarebbero contese il possesso delle sue opere finendo persino in tribunale, con lotte che sarebbero proseguite anche tra i loro eredi protraendosi fino agli anni ’30. La figura della Dickinson, così manipolata e contraffatta, venne riscoperta nella sua vera luce nella seconda metà del ‘900 grazie a studiosi qualificati. Alcuni videro nella reclusione e nella scelta dell’isolamento della Dickinson un tentativo di celare al mondo i suoi disturbi d’ansia e depressivi, mentre la maggior parte della critica attribuì un tale atteggiamento alla volontà di dedicarsi pienamente alla scrittura poetica. (3)

Solo negli ultimi decenni è stato messo in discussione e scalfito il cliché della donna pia e repressa, ipersensibile e incapace di affrontare la realtà, che si rinchiude in una sorta di detenzione domestica volontaria a scrivere versi enigmatici e carichi di sensualità. In realtà ella rappresentò invece l’esempio di donna che riuscì ad esprimersi in un universo completamente patriarcale, facendo risuonare la propria voce con chiarezza e grande potenza espressiva. Molte studiose e letterate a partire dagli anni ’70, quali Ginevra Bompiani, Barbara Lanati, Marisa Bulgheroni, incominciano a studiare ed interpretare le sue opere e ad esplorare e tradurre i suoi versi enigmatici per fare emergere la vera Emily Dickinson, al di là delle mutilazioni e manomissioni subite in seguito alla sua morte nel tentativo di rendere le poesie maggiormente comprensibili e fruibili. La studiosa Lyndall Gordon ipotizzò che la poetessa potesse aver sofferto di epilessia, malattia che colpì altri membri della sua famiglia e di cui lei stessa parlò in alcune sue lettere: questo spiegherebbe il suo isolamento e il terrore ad affrontare la società a causa forse di attacchi dovuti alla malattia che l’avrebbero lasciata sempre più invalida fino alla morte, la quale sarebbe sopraggiunta a causa di un problema renale e che lei avrebbe vissuto lucidamente tanto da preannunciarla nei suoi versi. Gli unici spostamenti che Emily effettuava nelle sue giornate erano le visite quotidiane al fratello e alla cognata Susan che vivevano nell’abitazione accanto alla propria; era comunque sempre informata sui fatti attuali dal momento in cui leggeva giornali e riviste che ogni giorno il padre portava a casa. Ordinava inoltre moltissimi libri scrivendo direttamente agli editori, leggeva avidamente i contemporanei, quali le scrittrici George Eliot, Elizabeth Gaskell, Emily Brontë, e gli intellettuali americani del tempo. Il fratello Austin era solito tenere a casa un salotto letterario, ma lei mai vi partecipò; la sue poesie vennero però lette, apprezzate e diffuse grazie ad esso, nonostante lei si rifiutasse di essere pubblicata a causa delle manomissioni dei redattori, volte a rendere i suoi testi più interessanti agli occhi dei lettori. (4)

Emily e l’amore

Due figure maschili, con le quali ci fu forse più di una semplice amicizia, ebbero una grande influenza sugli anni giovanili della poetessa; ma entrambi gli amori non decollarono poiché i due uomini morirono precocemente per malattia.

Ma il suo grande amore, che nacque nella giovinezza e durò per tutta la vita, fu Susan Gilbert, futura sposa del fratello Austin. Susan era una coetanea, nata da una famiglia poco abbiente, che fin dall’adolescenza visse quasi esclusivamente a casa dei Dickinson. Emily le dedicò moltissime poesie e tenne con lei una fitta ed intima corrispondenza epistolare. Convinse inoltre il fratello a sposare Susan: i due ebbero tre figli, ma la loro unione non fu felice. Dopo la morte del terzogenito per tifo, Austin lasciò infatti Susan per una donna molto più giovane di lui, Mabel. (5)

Susan fu per Emily la musa, la mentore, la prima lettrice e redattrice dei suoi scritti, il suo più grande affetto. Emily diceva di provare per lei un amore fatto di intimità e devozione, come quello di Dante per Beatrice e di Swift per Stella. Un amore lungo trent’anni, capace di trascendere la vita, fatto di desiderio, affetto e di quei moti del cuore che resero possibile l’esplosione artistica e creativa di Emily. (6)

“I chose this simple star

From out the wide night’s numbers –

Sue – forevermore”

(Scelsi questa semplice stella

Tra numerose stelle della vasta notte –

Sue – in eterno)

“Be Sue – while I am Emily –

Be next – what you have ever been – Infinity”

(Che tu sia Sue – come io sono Emily –

Che tu sia poi – ciò che sei sempre stata – Infinito)

Natura, Immortalità, Amore e Poesia nelle liriche

La natura rappresenta per Emily la sorgente di vita e di gioia, mistero e sacralità. La si può ammirare nella lirica 12, vestita di colori vivaci e sgargianti, dove la poetessa, per renderle onore e poterle assomigliare, decide di indossare un gioiello: “The Maple wears a gayer scarf -/The Field a scarlet gown -/Lest I should be old fashioned/I’ll put a trinket on”. Nella poesia 19 la Dickinson si sente fatta di natura: mossa dalla brezza mentre richiama a sé le api, si sente una rosa, “A Breeze – a caper in the trees -/And I’m a Rose!”. E vorrebbe essere un fiore nella lirica 31 e rappresentare eternamente l’estate per la figura amata, anche quando essa sarà finita; divenire natura e sfuggire così alla morte, “For thee to bloom, I’ll skip the tomb/And sow my blossoms o’er!”.

Nel frammento 140 la poetessa celebra il mistero della natura e della ciclicità, nel quale risiede l’immortalità, grazie al quale tutto torna: “A furtive look you know so well -/And Nicodemus’ Mystery/Receives its annual reply!”. Nella poesia 333 vorrebbe divenire l’erba che si muove con la brezza, trastulla le api, poi s’inchina e tiene in grembo il sole. E quando muore profuma di divino, come spezia dormiente ed amuleto di pino, trascorrendo nei granai i suoi giorni come in un sogno. La poetessa vorrebbe essere fieno: “And then, in Sovereign Barns to dwell -/And dream the Days away,/The Grass so little has to do/I Wish I were a Hay -“. Nella lirica 342 ella canta il miracolo dell’estate, elemento sacro quanto il riporre dei simboli da parte dei sacerdoti una volta compiuto il sacramento: “Till Summer folds her miracle -/As Women – do – their Gown -/Or Priests – adjust the Symbols -/When Sacrament – is done -“. Nel poema 774 la poetessa parla della forte gioia che sta provando e tenta di descriverla: una gioia solitaria, capace di elevare l’anima, senza una causa apparente, ma invisibile ed incessante come un’essenza celeste, un canto d’uccello: “A Bird to overhear/Delight without a Cause -/Arrestless as invisible -/A matter of the Skies”. Nella lirica 1755 dice che bastano un trifoglio e un’ape per fare un prato, a volte anche un sogno. E quando mancano il trifoglio e l’ape anche soltanto il sogno può bastare. Tutto può essere anche solo sognato, immaginato, eppure risultare tanto forte ed intenso quanto la vita stessa e darci la forza e una ragione per continuare: “To make a prairie it takes a clover and one bee,/One clover, and a bee,/And revery./The revery alone will do,/If bees are few”.

Emily ci parla di bellezza, di una bellezza senza causa che invano tentiamo di inseguire e afferrare, poiché sempre ci sfugge, come le crespe di un prato mosso dal vento: e Dio farà in modo che sia sempre così, invitante ed irraggiungibile (lirica 516): “Beauty – be not caused – It is -/Chase it, and it ceases -/Chase it not, and it abides -“.

La speranza della poetessa è visibile nel frammento 1619 dov’ella dice di lasciare aperta ogni porta, della sua casa o del suo cuore, in attesa dell’arrivo di un’alba che avrà ali come uccello o cavalloni come una scogliera: “Not knowing when the Dawn will come/I open every Door, or has it Feathers like a Bird,/or Billows like a Shore”.

L’immortalità ci viene presentata attraverso i versi della lirica 258 come quello scorcio di luce nei pomeriggi invernali che opprime come musica di austere cattedrali, una sofferenza inenarrabile che scende dall’aria come un’afflizione imperiale, imponendosi sul paesaggio in tutta la sua maestosità, per poi andarsene, con sembianze di morte: “There’s a certain Slant of light, /Winter Afternoons -/That oppresses, like the Heft/Of Cathedral Tunes -/(…)When it comes, the Landscape listens -/Shadows – hold their breath -/When it goes, ’tis like the Distance/On the look of Death -“.

Nel poema 390 definisce la morte un’irrevocabile creatura che conosce la strada e entra nella nostra casa, sceglie uno degli abitanti e lo rende a Dio: “Dresses each House in Crape, and Icicle -/And Carries one – out of it -to God”. Un Dio visto come un Re nel frammento 644, che lascia a noi esseri umani due retaggi: un immenso amore ed un regno colmo di dolore tra questo tempo e l’eternità: “You left me Boundaries of Pain -/Capacious as the Sea -/Between Eternity and Time -/Your Consciousness – and Me -“. Nella lirica 657 canta il senso della vita, sentendosi vivere in un regno di possibilità, in una casa adorna, superba e allietata da dolci visite che ha come tetto la volta del cielo; una dimensione che lei fa propria allargando le sue esili braccia e innalzandole per potervi  accogliere il Paradiso: “The spreading wide of my narrow Hands/To gather Paradise -“. Sempre parlando di Dio, ci dice nella poesia 802 quanto siano vasti ed illusori il tempo e lo spazio, rudimenti che Dio ci offre per prepararci gradualmente al volume immenso del suo regno: “To His exclusion, who prepare/By rudiments of Size/For the Stupendous Volume/Of His Diameters -“. Nella lirica 827 la poetessa parla a noi lettori in qualità di messaggera e interprete del divino, confessando che ogni giorno reca con sé un messaggio dell’immortalità e che la sola persona ch’ella incontra lungo la strada dell’esistenza è Dio; se poi oltre a questo ci sarà anche dell’altro, ci farà sapere: “If Other News there be -/Or Admirabler Show -/I’ll tell it You -“. Nel frammento 1010 osserviamo la metafora dell’essere umano che sale il colle scosceso della vita con il suo fardello in spalla ed una dose di scoramento. Poi l’attenzione si sposta alla scelta di isolamento e solitudine della poetessa che afferma di non biasimare il cuore che propose e accettò l’esilio come patria. “Spotless be from blame/Heart that proposed as Heart that accepted/Homelessness, for Home -“.

Nella lirica 249 il tema è invece l’amore, un amore assente, fatto di notti frenetiche che non si consumano poiché il cuore resta fermo e ancorato al porto, la figura amata lontana: “Wild Nights – Wild Nights!/Were I with thee/Wild Nights should be/Our luxury!”. Nel frammento 611 descrive l’inutilità del giorno per quanto riguarda l’amore: sostiene infatti di vedere molto meglio l’amato al buio, come adagiato in una tomba, dal momento in cui ella pur nelle tenebre gode di un sole eccelso, sempre puntato al meridiano, la luce dell’amore: “I see thee better – in the Dark -/I do not need a Light -/The Love of Thee – a Prism be -/Excelling Violet -“. Nella poesia 1042 canta l’arrivo dell’amato che, come i fiori che si destano col giungere delle api, porta finalmente colore al mese di aprile: “Spring comes on the World -/I sight the Aprils -/Hueless to me until thou come”. Ci dice nel frammento 1725 di quanto possa costare in termini emotivi anche solo un piccolissimo assaggio di felicità, un breve attimo di innamoramento; ebbene, si tratta infatti del normale prezzo di mercato, le hanno spiegato dopo averla pesata e misurata, semplicemente il valore di un singolo sorso di cielo: “I took one Draught of Life -/I’ll tell you what I paid -/Precisely an existence -/The market Price, they said”. La lirica 303 definisce il concetto di amore per la poetessa, un amore che è uno soltanto: l’anima si sceglie infatti un solo compagno per poi chiudere il cancello e spegnere la propria attenzione come fosse pietra: “Choose One -/Then – Close the Valves of her attention -/Like Stone -“.

La Dickinson non poteva non parlarci del ruolo del poeta e del concetto di poesia attraverso i suoi versi; lo fa nel frammento 448 dove descrive il poeta quale creatura che sa tramettere significati straordinari e sorprendenti partendo dall’ordinario, che rivela immagini e ci condanna ad un’illimitata povertà. La sua voce resta un tesoro inviolabile ed esterno al tempo, tanto che nulla lo potrebbe mai turbare: “This was a Poet – It is That/Distills amazing sense/From ordinary Meanings -/And Attar so immense”. Ed infine la parola poetica, raccontata nella poesia 1212, parola viva ed eterna, che quando è detta non muore come sostengono i più, ma che incomincia a vivere davvero proprio nell’esatto istante in cui viene pronunciata: “A word is dead, when it is said/Some say -/I say it just begins to live/That day”.

Conclusione

Nel corso di un’intera vita Emily Dickinson festeggia e canta con passione, ironia e talvolta giocando con il concetto della paura della morte, il fatto di essere viva, di esistere oltre ogni discriminazione e pregiudizio, senza sentirsi vittima degli aspetti sociali e sessuali del tempo in cui vive e delle limitazioni da esso imposte. La sua anima sa volare ben oltre, completamente libera,  capace di scegliere e di affrontare le proprie scelte con gioia e consapevolezza fino all’ultimo dei suoi giorni. Nel suo dialogo continuo ed incessante con l’infinito ci rivela la possibilità di incontrare il compagno invisibile, l’immortalità, ottenuta anche semplicemente osservando i fili d’erba danzare nel vento o stringendo un ramo di campanule tra le dita. La poetessa si fa voce forte e chiara mentre intona un inno alla vita e ne celebra la massima espressione, l’Amore. Un amore verso un tu spesso indefinito nelle liriche, ma tanto vivo e presente da farla sentire come rinata, aprendoci ad una dimensione di sensualità tutta femminile, di piena consapevolezza dei propri sogni e desideri. Rinascere quindi attraverso l’Amore e in esso essere Immortalità.

How good — to be alive!

How infinite — to be

Alive — two-fold — The Birth I had —

And this — besides, in — Thee!

(Com’è bello – essere viva!

Com’è infinito – essere

Viva – due volte – La Nascita che ebbi –

E questa – un’altra, in Te!)

(frammento 470)

Bibliografia

Letteratura primaria

The Complete Poems of Emily Dickinson, Thomas H. Johnson; Little, Brown and Co., Boston, 1960

Emily Dickinson Poesie, a cura di Margherita Guidacci, Rizzoli, Milano, 1997

The Letters of Emily Dickinson, Thomas H. Johnson and Theodora Van Wagenen Ward, 3 vols, The Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge, Mass. 1958

Letteratura secondaria

(4)(5)Roberto Cocchis, Emily Dickinson: Amore ed Epilessia oltre il cliché della poetessa reclusa, in vanillamagazine.it

(6)Maria Popova, Emily Dickinson’s Electric Love Letters to Susan Gilbert, 10 dicembre 2018, in brainpickings.org

(3)Francesca Raviola, Le Poesie di Emily Dickinson più belle sulla natura, la morte e altro, in cinquecosebelle.it

(2)Dario Ronzoni, Altro che zitella: Emily Dickinson aveva una personalità ribelle e vulcanica, novembre 2019, in linkiesta.it

(1)sapere.it, Letteratura angloamericana, Emily Dickinson

News Reporter
Claudia Messelodi lavora come insegnante di lingue e letterature straniere in un liceo. Ama scrivere poesie ed haiku sia in italiano che in altre lingue straniere, principalmente in inglese. Parecchie sue liriche hanno ottenuto premi e riconoscimenti poetici e sono state pubblicate su antologie nazionali ed internazionali, su riviste poetiche online e cartacee, su siti e blog specializzati. Ha pubblicato diversi saggi letterari e raccolte poetiche a partire dal 2012: Sky-blue Wisteria/Glicini Azzurri, Variations of Sky and Soul/Variazioni di Cielo e Anima, Interlacements/Intrecci, Sinuosità, Blue Moon, Colori nel Vento, Alternanze, Nonostante il Vento, Porte Socchiuse, Luce, I Colori dell'Arcobaleno, Un pacificante intreccio di pensieri, Oltremare, Il sottile equilibrio tra arte e vita: la scrittura femminile nel mondo anglosassone tra la fine del '700 e il nuovo millennio, Emozioni. www.claudiastones.blogspot.com
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