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Mary Oliver

1) Mary Oliver: aspetti biografici 

Mary Oliver (10 settembre 1935 – 17 gennaio 2019) fu un’affermata poetessa statunitense che vinse due rilevanti premi letterari, il National Book Award e il Pulitzer Prize. Nel 2007 il New York Times la descrisse come la poetessa in assoluto più venduta nel Paese.

Nacque in un sobborgo semi rurale di Cleveland, a Maple Heights, nell’Ohio; trascorse gran parte della sua infanzia all’aperto ed in contatto con la natura, dove faceva lunghe passeggiate, scriveva versi nel suo taccuino e leggeva le poesie di Walt Whitman. I luoghi dell’infanzia venivano da lei considerati pastorali, accoglienti, al pari di una famiglia allargata. Sviluppò una grande affinità col mondo naturale, sentendolo vicino ed accessibile. Le sue prime esperienze, più che sociali, si potrebbero definire naturali, fatte col mondo della natura che la circondava. Definì la sua infanzia trascorsa in famiglia dura e difficile, in quanto fu abusata dal padre e trascurata dalla madre; ciononostante, grazie alla scrittura, riuscì a costruirsi un mondo in cui vivere. A causa degli abusi sessuali subiti soffrì spesso di incubi ricorrenti. Iniziò a comporre poesie all’età di soli quattordici anni. Studiò all’università statale dell’Ohio e al Vassar College senza però conseguire il diploma di laurea. Nel 1963, all’età di ventotto anni, pubblicò la sua prima raccolta poetica No Voyage and Other Poems. Con la sua quinta collezione di poesie, American Primitive, vinse il premio Pulitzer per la poesia nel 1984. Dagli anni ’80 fino al 2001 lavorò occasionalmente come docente universitaria e vinse il Christopher Award ed il PEN New England Award per l’opera House of Light del 1990, il National Book Award per l’opera New and Selected Poems del 1992. I suoi versi attingono l’ispirazione dal mondo naturale, descrivono il senso di meraviglia e stupore che la natura instillava nel suo animo. Essi trattano inoltre dei ricordi dell’Ohio come pure della sua patria adottiva del New England, vicino a Provincetown, dove si trasferì negli anni ’60. La sua poesia fu influenzata dai predecessori Whitman e Thoreau e si caratterizzava per le osservazioni chiare e penetranti del paesaggio naturale. Dipinse un nuovo Romanticismo, che non conosceva confini tra la natura e l’io che la osservava: è oggi considerata una poetessa romantica moderna poiché tratta del rapporto tra corpo umano e natura senza seguire la vera tradizione romantica, non definendo i confini del proprio obiettivo visionario e conferendo quindi soggettività alla natura. Tuttavia, l’immersione totalizzante nella natura non rappresenta per lei la morte, la fine di ogni cosa; in tale esperienza si riconoscono invece la mutevolezza e la molteplicità dell’io. Il rapporto con la natura fortifica l’io ed è al contempo la fonte di rivelazione delle cose ultime: ci offre la forma più elevata di saggezza, ricercata nella solitudine e nella pace interiore. La morte è certamente un tema presente nella poesia della Oliver, ma soltanto in funzione della vita, considerata come ricongiunzione finale tra dimensione umana e naturale, spiegataci dalla natura stessa e dalla sua ciclicità.(1)

Oliver fu una grande camminatrice la cui creatività veniva costantemente stimolata dalla natura. Le sue liriche ritraggono scenari naturali risultando dense di immagini, quali uccelli di scogliera, serpenti d’acqua, balenottere azzurre, boschi, stagni, porti assolati e paesaggi lunari: il tutto non più di una virgola blu sulla carta geografica della terra, che per la poetessa era però l’emblema di ogni cosa. Una passeggiata risultava per lei proficua e produttiva quando non era mossa dalla fretta e non aveva una meta, in modo da potersi frequentemente fermare e annotare impressioni e parole. La sua poesia combina un’oscura introspezione interiore con espressioni di estrema gioia, venendo l’io poetico rafforzato dall’immersione e la fusione con la natura stessa. Il linguaggio utilizzato dalla Oliver è semplice ed essenziale, le tematiche trattate sono accessibili. La sua opera è stata letta come antidoto alla disattenzione e alle convenzioni sociali. È stata la poetessa della saggezza e della generosità che ci ha permesso di scrutare ed accedere a un mondo di non nostra creazione. Alla fine degli anni ’50 incontrò la fotografa Molly Malone Cook e ne divenne la compagna per oltre quarant’anni. Cook fu l’agente letteraria di Oliver e affinò inoltre in lei la capacità di vedere “il divinamente invisibile” attraverso “il divinamente visibile”; esse si stabilirono a Provincetown nel Massachusetts fino alla morte della Cook nel 2005 ed al successivo trasferimento della Oliver in Florida, dove si spense a causa di un linfoma all’età di ottantatré anni.

Nel corso della sua carriera di scrittrice si fece intervistare raramente, preferiva che fossero le poesie stesse a parlare. Si innamorò della città di Provincetown, di quella magnifica convergenza tra terra ed acqua, della sua luce “mediterranea”, dei poveri pescatori, dei suoi molti artisti e scrittori.(2) La sua istruzione ebbe infatti luogo nei boschi, dove deliberatamente andò a vivere, come fece Henry David Thoreau nel XIX secolo. Oliver e la compagna gestirono per anni una libreria nelle stessa Provincetown, di cui la poetessa fu definita la voce, poiché ne abitava la terra ed il paesaggio marino, prestando attenzione a ciò che essi le raccontavano di Dio; ogni cosa era per lei riflesso di un aspetto del Creatore. La sua poesia divenne così la bussola capace di offrire le coordinate in base a cui potersi muovere profondamente nell’interiorità, nel mondo e in Dio.(3)

2) Mary Oliver: aspetti critici

Oliver fu guida instancabile attraverso il mondo della natura, catturato e ripreso nelle sue più piccole manifestazioni; fu altresì una visionaria, capace di tramettere estasi, mantenendo al contempo un livello di pratica consapevolezza del mondo, insistendo sul richiamo della fisicità, investendo il familiare di intensità sempre fresca e nuova. Ma questo suo celebrare il fondersi e il dissolversi con e nella natura ha turbato alcuni critici che hanno visto la pericolosità di questo stretto connubio tra immagine femminile e dimensione naturale, scettici circa il fatto che tale identificazione potesse effettivamente rafforzare la figura della donna. Poche sono inoltre le femministe che hanno veramente apprezzato il lavoro della Oliver.(4)

La poesia di Mary Oliver è stata considerata consolatoria poiché offre la visione di una possibile redenzione nel quotidiano: una poesia spesso composta in forma di preghiera, in cui l’attenzione diveniva principio di devozione, che vedeva nella natura un trampolino verso il sacro. La poetessa è riuscita a combinare la vita spirituale con l’esperienza concreta del reale, interpretando il concetto di rinascita in chiave non meramente spirituale, bensì fisica. C’è sempre una morale insita nelle sue composizioni, un tentativo di risposta su “come dobbiamo vivere”, accanto alla sensazione di consolazione derivante dal fatto che tutto procede e mai s’arresta nel mondo e che noi, benché piccoli, siamo una parte del tutto, pertanto essenziali. È la natura stessa ad indicarci ciò che è necessario che noi sappiamo. Nella sua ultima collezione poetica Devotions, che raccoglie circa duecento poesie di oltre vent’anni di operato artistico, e nella sua raccolta di maggior successo Dream Work del 1986, assistiamo sia a descrizioni di stati di grazia che a situazioni di violenza e disperazione caratterizzanti l’esistenza umana: un continuo sovrapporsi di “sublime” e “sinistro”.(5)

Lo stile generoso, aperto ed emozionale della Oliver è stato criticato in senso negativo in pubblicazioni letterarie e corsi di scrittura universitari. Le sue qualità di gentilezza e sensibilità sono state svalorizzate poiché principalmente legate alla femminilità. Ma ciò non ha per nulla demoralizzato o sconfortato la poetessa, la quale, nel suo saggio letterario Staying Alive, sostiene di non considerare il linguaggio come mezzo di descrizione di sé stessi o per scendere a patti con un’infanzia sofferta; lo vede piuttosto come una porta, o meglio come una miriade di porte spalancate davanti a sé, come strumento che ci permette di osservare, contemplare, celebrare e fortificarci. La poesia quindi come modalità per andare oltre la consapevolezza di sé ed entrare in contatto con l’alterità del mondo. La Oliver si rivolge di conseguenza ai critici affermando che il miglior modo di affrontare chi tenta di abbatterti è quello di preoccuparsi meno di sé stessi. Le principali osservazioni negative che le venivano mosse riguardavano in primis gli argomenti da lei trattati, quali natura, bellezza e Dio, visti come passati di moda, superati. In secondo luogo le vennero criticate l’eccessiva accessibilità e fruibilità della poesia, poco sofisticata ed elaborata, e di conseguenza fin troppo adattabile per semplici scopi di auto-aiuto. Non venne inoltre presa seriamente dal momento in cui vedeva grazia e bellezza riflessa in ogni cosa.

La forza della risposta a queste critiche da parte della Oliver, intrinseca alle sue stesse poesie, sta nella mancanza di un “ego”, ossia di centralità del sé nella sua opera. La sua più famosa poesia Wild Geese dice con chiarezza che non dobbiamo sentirci in dovere di dimostrare nulla o di provare niente a nessuno. Fu definita una poesia che ha salvato delle vite, nel corso di un programma intitolato On Being alla National Public Radio, da parte dell’ospite Krista Tippett. La poetessa si muove nelle sue opere, anche solo temporaneamente, oltre la limitatezza della coscienza di sé verso un’esperienza indubbiamente più vasta, verso la gioia della connessione. Sensazione di gioia che scaturisce dall’immersione nella natura, mentre si ascolta il grido delle oche o si osservano le balenottere azzurre, e dove, in primo luogo, la distinzione tra l’io e gli animali svanisce, e, in un secondo momento, anche tra il poeta ed il lettore. L’uso frequente del pronome personale “I” permette di coinvolgere il lettore portandolo dentro l’esperienza del poeta. Nell’atto di scrivere viene creato dello spazio ulteriore, quello per il lettore. La Oliver non elude argomenti difficili e delicati quali la morte, ne abbraccia invece il timore e perfino il terrore in un contesto più ampio, quello dell’enormità del mondo naturale. Accettando e dando un senso alla propria piccolezza,  abolendo i confini tra sé stessa ed il lettore, fa propria una dimensione di trascendenza piuttosto che di disperazione. Ella non si stanca di sottolineare come la pace da lei ottenuta in vita sia stata resa possibile grazie ad uno sguardo più ampio, rivolto al di fuori di sé.(6)

La studentessa universitaria Katie Shi esprime in un saggio pubblicato su una rivista universitaria tutta la sua ammirazione per la grande poetessa, sottolineando come ogni sua poesia sia una rivelazione, insegni a trovare la bellezza nel concreto, l’amore nella semplicità. La sua stretta relazione con la natura è sempre espressa senza vergogna o restrizione, entrando nel lettore attraverso una sorta di intimità condivisa. La sua identità risulta quindi essere quasi inseparabile dall’ambiente naturale, verso e attraverso il quale trasporta anche il lettore. Si tratta di una poesia luminosa e didattica che invita a vivere e a godere di un momento di gioia, senza esitazioni.(7)

Nell’anno 2011 Mary Oliver acconsente ad essere intervistata dalla giornalista Maria Shriver per “O”, the Oprah Magazine. Ella dichiara che senza il mondo naturale non sarebbe mai divenuta poetessa: la porta che la conduceva alla natura era come la porta d’accesso ad un tempio, la porta verso il divino. Dice di amare a tal punto la natura da preferire la compagnia dei cani a quella degli esseri umani. Le sue descrizioni liriche, capaci di evocare miracoli naturali con sorprendente chiarezza di visione, parlano anche d’amore, preghiera e bellezza e seguono la tendenza del verso pastorale americano, caratterizzato dalla scelta stilistica del verso libero. Ella confessa di trovare ispirazione in Emerson, Whitman e Rumi, modello di una poesia focalizzata su brevità e spiritualità. Ribadisce quello che dovrebbe essere il compito incessante degli esseri umani su questa terra, quello di imparare ad amare e a vivere ponendo attenzione al mondo e provando stupore per ogni sua manifestazione. Conclude con una riflessione sulla sua morte, affermando di non voler finire questo viaggio terreno solamente come visitatrice di questo mondo, e di voler quindi vivere intensamente e consapevolmente ogni più piccola esperienza.(8)

3) L’eros sottovalutato di Mary Oliver(9)

Considerando complessivamente l’opera di Mary Oliver come poesia dell’attenzione e dell’amore, a proposito del suo coinvolgimento corporeo nell’atto di immergersi e fondersi divenendo un tutt’uno con la natura, non si può trascurare l’affermazione che i nostri corpi stessi sono degni di attenzione, di provare desiderio e di esprimere carica sessuale. La poetessa scrive nelle sue liriche di mani che si raggiungono e si toccano, alludendo ad un erotismo che esce dai canoni di genere. Ella stessa non hai mai fornito dati circa la propria vita privata o dichiarato pubblicamente la propria omosessualità. La sessualità espressa nei suoi versi risulta facilmente equivocabile e trascurabile dove spesso la manifestazione dei corpi e del desiderio è lievemente mascherata con metafore o immagini del mondo naturale: “On a cot by the open window/I lie like land used up while spring unfolds” (Su una culla vicino alla finestra spalancata giaccio come terra consumata mentre sboccia la primavera), dalla collezione No Voyage del 1963 e “I know someone who kisses the way/a flower opens, but more rapidly” (Conosco qualcuno che bacia nella stesso modo in cui si apre un fiore, solo più rapidamente), dalla lirica I Know Someone, 2010.

Nella sua poesia più amata e letta, Wild Geese, la Oliver dà il permesso al lettore di abitare il proprio corpo, di desiderare all’interno di questo, cercando di essere presente in esso e nei suoi incombenti desideri, di riconoscere ed appropriarsi di ciò ch’egli vuole, senza vergogna alcuna: “You only have to let the soft animal of your body love what it loves” (Devi soltanto permettere all’animale morbido del tuo corpo di amare ciò che ama); e ancora, “Don’t be afraid of its plenty. Joy is not made to be a crumb” (Non temere la sua pienezza. La gioia non è fatta per essere una briciola), dalla lirica Don’t Hesitate.

4) Immersione nella natura e stupore: un viaggio attraverso le poesie

La prima raccolta che prenderò in considerazione apparve nel 1986 e si intitola Dream Work. In essa è inclusa una delle poesie più conosciute ed amate di Mary Oliver, Wild Geese (Oche selvatiche), dove la poetessa fa un appello agli esseri umani, pregandoli di rimanere ciò che sono senza dover cambiare per dimostrare qualcosa agli altri o per essere più buoni. Dobbiamo semplicemente rispettare la nostra anima, i nostri desideri dando loro voce, accettandoli per quello che sono, così come il sole, le pietre e le oche selvatiche mentre fanno ritorno a casa. Noi esseri umani, chiunque noi siamo, abbiamo il mondo che si offre alla nostra immaginazione e che ci chiama entusiasta, come l’aspro richiamo delle oche, annunciandoci il nostro posto nella grande famiglia del mondo: “Whoever you are, no matter how lonely,/the world offers itself to your imagination,/calls to you like the wild gene, harsh and exciting-/over and over announcing your place/in the family of things”.

Nel poema Dreams (Sogni) la poetessa paragona i sogni notturni a delle lettere che si trovano al centro di ogni petalo di fiore e che, componendo una parola o una frase, ci danno la risposta che cerchiamo. Ma la notte è lunga e difficile, troppe distrazioni, rami intrecciati, uccelli che vanno e vengono, la volpe che ci dorme accanto, lo sguardo della luna a fissarci; e quando giunge il momento di alzarsi non resta che il sapore di due o tre sillabe in bocca misto ad un senso di perdita: il ricordo incerto di una parola o di una risposta, una sensazione soltanto, come quando nella profondità dell’albero si aprono tutte le serrature, ed il fuoco divampa dal tronco, ed i fiori fioriscono. “And a sense/of loss-a memory/not yet of a word,/certainly not yet the answer-/only how it feels/when deep in the tree/all the locks click open,/and the fire sorge through the wood,/and the blossoms blossom”.

La poesia Starfish (Stella marina) parla del potere rigenerante dell’estate spesa ad osservare il mare ed il suo paesaggio fatto di onde, scogli e stelle marine; la poetessa descrive le stelle marine che scivolano come spugne sulle rocce e vorrebbe esserne intimorita, ma non ci riesce. Si inchina quindi verso gli scogli e le accarezza chiedendosi a cosa serva giacere tutto il giorno al sole ad amare ciò che c’è di più semplice. La risposta giunge subito dopo: non è in realtà mai stato facile, ma almeno tutto questo le ha procurato un senso profondo di pace, dal momento in cui, durante la stagione estiva, le sue paure diminuivano mentre fiorivano nell’acqua come fiori o come tracce di un sogno dai contorni indefiniti, e lei se ne stava sdraiata sugli scogli, imparando un po’ alla volta ad amare questo nostro ed unico mondo (“While I lay on the rocks, reaching/into the darkness, learning/little by litee to love/our only world”).

Nella poesia The Journey (Il viaggio), ecco il viaggio di un’anima alla ricerca della verità, dell’essenziale, un’anima capace di sbarazzarsi di tutto ciò che pesa sulla coscienza, dei doveri imposti, delle vecchie ferite e crepe da riparare. La Oliver non dà quindi ascolto alle voci dentro sé che la trascinano a terra, che le impediscono di andare incontro alla sua missione, di adempiere a ciò per cui ella è stata destinata; decide di lasciarsi tutto alle spalle e di dare così ascolto a quell’unica voce, nuova, che riconosce essere la sua, che le permette di intravedere le stelle oltre la coltre densa delle nubi, quella voce che tanto le ha tenuto compagnia mentre se ne andava per il mondo determinata a salvare la sola vita possibile, la propria. Ecco il perseguire i propri ideali, ciò che il nostro istinto ci mostra come cammino da percorrere: “As you strode deeper and deeper/into the world,/determined to do/the only thing you could do-/determined to save/the only life you could save”.

Nel poema Sunrise (Alba), Mary Oliver si descrive mentre scala le amate colline avvolte dal tessuto familiare dell’alba e pensa al mondo, alle sue diverse nazioni e a come il sole spenda gioiosamente per tutti, e sente di contenere moltitudini dentro sé; si interroga su quale sia il suo vero nome. Risponde affermando di chiamarsi felicità, o uno dei tanti modi di entrare nel fuoco: “Call it/ whatever you want, it is/happiness, it is another one/of the ways to enter/fire”.

In Milkweed (Euforbia) la poetessa parla al lettore e lo invita a camminare con lei nel mondo naturale per osservare cosa accade ai fili di euforbia sollevati e poi lasciati cadere dal vento, quando crepitano come una benedizione al di sopra dei loro sottili bambini che se ne fuggono via: “I wish you could see what has to happen, how/each one crackles like a blessing/over its this children as they rush away”.

In The Waves (Le onde) è descritto il continuo ritorno del tutto, come accade nel mistero del mare, che mai smette di agitarsi, dove i pescatori lavorano incessantemente anche dopo la tempesta ed i bianchi gabbiani fluttuano nel sole accanto alle imbarcazioni. Tutto ciò che possiamo immaginare si trova nel mare; e ritornano nelle reti cariche e luccicanti pure le ossa di un pescatore annegato diverso tempo prima: “Everything is here/that you could ever imagine./And the bones/of the drowned fisherman/are returned, half a year later,/in the glittering,/laden nets”.

Con Black Snakes (Serpenti neri) ci viene dipinto uno scenario di corpi sulle calde rocce che incutono terrore nel loro frusciare sotto le foglie o scagliarsi nell’aria contro il corpo della poetessa per poi vorticare lontano. Ed ella, una volta stabilizzatasi, esprime tutta la sua ammirazione per quei corpi di serpente, rimpiangendo di non essersi avvicinata più dolcemente e desiderando fossero degli amici oscuri. In seguito, li vede arrotolarsi e sgusciare sotto i rami con quegli occhi di pietra, nella speranza che lei se na vada, e, non potendo anticiparne le mosse, sputare con lingue di fuoco contro i riverberi del suo corpo: una colonna di morte che affonda nella foresta delicata: “Not knowing what I would do/next, their tongues/ show like fire/at the echoes of my body-/that column of death/plunging/through the delicate woods”.

Dalla raccolta Blue Iris (Iris blu) del 2004 vedremo alcuni poemi che portano come titolo nomi di fiori e delle stagioni. Nella poesia intitolata Blue Iris, la poetessa conversa con un insetto e con il vento che le chiedono cosa lei sappia fare, visto che non è in grado di volare o correre veloce. Lei replica di saper leggere e scrivere e, nel corso di questa breve conversazione, d’un tratto il vento, descritto con il viso d’argento, soffia forte rilasciando un po’ di essenza di iris blu. E qui il cuore della poetessa si sente turbato al solo pensiero di non potere essere ciò che più desidererebbe, il ricettacolo silenzioso, puro, vuoto e in attesa di tale essenza: “And my heart panics not to be, as I long to be, the empty, waiting, pure, speechless receptacle”.

Nella poesia Spring (Primavera) Oliver ci parla della rinascita della natura primaverile, descrivendo un serpente che esce dal suo nido d’oscurità tra le nere rocce, dal suo inverno di morte, per scendere a valle in cerca di sole tra le acque cupe dello stagno. L’attenzione passa poi alla poetessa stessa, nel freddo nel cortile senza luna, immersa nella morsa del nulla, ove ode soltanto il grido distante della civetta che la porta a pensare a Gesù e a come lui stette ripiegato su di sé al buio per due notti, per poi fluttuare ancora sopra l’orizzonte: “So I just stood there, inside the jaa of nothing./An owl crede in the distance,/I thought of Jesus, how he/crouched in the dark for two nights,/then floated back above the horzion”.

La lirica White Flowers (Fiori bianchi) parla della poetessa che si sdraia in un campo al buio per riflettere sulla morte, ma s’addormenta e si ritrova in uno spazio vasto e ricolmo di quei fiori bianchi e scivolosi che invadono i campi estivi. Al mattino, quando si desta, si trova ricoperta di quei boccioli e non si sa spiegare come ciò sia potuto accadere, se il suo stesso corpo si sia immerso inconsciamente tra quei tralci succosi o se quell’energia vegetale si sia innalzata al di sopra di lei, raccogliendola tra le sue braccia. Ella se li scrolla di dosso ma non si muove; mai nella sua vita si sentì tanto soffice, scivolosa, o così luminosamente vuota. Mai si sentì tanto vicina al confine dove terminava il proprio corpo e dove iniziavano le radici, gli steli ed i fiori: “Never in my life/had I felt myself so near/that porous line/where my own body was done with/and the roots and the stems and the flowers/began”.

In Poppies (Papaveri) la poetessa dice che i blu dell’oscurità della notte presto o tardi affogheranno ogni elemento naturale, ma per un attimo si gode l’incanto dei papaveri che emanano le loro  irradiazioni arancioni e delle creste dorate dei foraggi che miracolosamente ondeggiano sopra ogni cosa. Ma ovviamente nulla fermerà la falce del gelo e dell’oscurità, anche la perdita rappresenta una grande lezione impartita dalla natura e dai suoi cicli. Questo però la porta a riflettere sulla luce ed il suo invito alla felicità, intesa come cosa sacra, palpabile, redentrice. E lei, tra questi campi d’oro, si sente immersa nel fiume della gioia terrena, e la blu e profonda notte, contro a tutto ciò, non può fare nulla: “I am washed and washed/in the river/of earthly delight-/and what are you going to do-/what can you do/about it-/deep, blue night?”

In Lilies (Gigli) vediamo il dissolversi dell’io della poetessa nel paesaggio naturale, quasi fossero un tutt’uno. Lei dice di volere essere come i gigli che con arrendevolezza si lasciano mangiare dal bestiame, si lasciano sfiorare dal colibrì, non hanno gambe, né cassetti o credenze. Vorrebbe svanire in quei campi, lontana dal mondo, in solitudine, dove anche i gigli, senza protestare, si sciolgono sulle lingue del bestiame, dove il colibrì, ogni volta che c’è rumore, si alza in volo e scappa via: “Where the vanishing lilies/melt, without protest, on their tongues-/where the hummingbird, whenever there is a fuss,/just rise and floats away”.

In Roses Late Summer (Rose tarda estate) si parla ancora una volta della ciclicità della vita e della natura, se ci sarà poi un paradiso personale per ognuno di noi, per le foglie autunnali, per gli uccelli e le loro ali, al quale verremo chiamati. Al di là del bosco le volpi continueranno ad insegnare ai loro cuccioli ad abitare le vallate: è così che non smetteranno mai di esistere. E oltre altre valli, lungo la sponda del mare, le ultime rose hanno aperto le loro officine di dolcezza: “And over one more set of hills,/along the sea,/the last roses have opened their factories of sweetness”.

Nella poesia The Roses (Le rose) la poetessa mostra come questi fiori, giorno dopo giorno in estate, esplodano in riva al mare richiamando le api che rotolano nei loro petali come gocce d’ambra. Esclama che non ci sarà mai fine a tutto ciò, alle invenzioni dell’estate, alla felicità che il corpo desidera contenere: “There is no end,/believe me! To the invention of summer,/to the happiness of your body/is willing to bear”.

Ed ecco un’esplodere di gialli, oro, arancioni e zafferano nella poesia Goldenrod (Verga d’oro) dove la poetessa descrive questi perfetti fiorellini ai margini delle strade e nei campi autunnali, che fanno starnutire e sparpagliano i loro semi, brulicanti d’api dorate e di farfalle arancioni: sono come una fiamma che ci rincuora, nonostante nessuno li ami o li noti. Li descrive come un finimondo di luccichii nel soffio del vento, come corpi colmi di luce; e si rallegra immensamente pensando alla loro arrendevolezza nei confronti del vento che li piega e li scuote, una cedevolezza che ha in sé un qualcosa di dolce e divino, nell’atto di regalare, nella pace più pura, un pò del proprio oro”: “they bend as though it was natural and godly to bend,/they rise in a staff sweetness, /in the pure peace of giving/one’s gold away”.

In Seven White Butterflies (Sette bianche farfalle)la Oliver cita i due grandi poeti Blake e Whitman quando descrissero la saggezza delle farfalle, ch’ella stessa osserva nel loro moto agitato mentre, come danzatrici, fluttuano verso il paradiso, volteggiando divertite e innalzandosi verso gli alberi, scagliando i loro corpi senza peso contro il vento invisibile, desiderose di consegnarsi all’universo, per poi posarsi su uno stelo e sorseggiare rapidamente da una torre d’oro; conclude chiedendosi chi avrebbe mai pensato potesse essere tutto così semplice: “All seven rapidly sipping/from the golden tower who/would have thought it could be so easy?”

Dalla raccolta di saggi e poesie del 2005 Long Life, la lirica The Morning Walk (Passeggiata mattutina) si concentra sulla gratitudine, sul saper pronunciare la parola “grazie”: alcuni la sussurrano, altri la sanno soltanto cantare; quando esprime gratitudine il serpente si raggomitola, il castoro batte la coda sulla superficie dello stagno, il cervo il suo zoccolo, i cardellini splendono mentre volano nell’aria. Un essere umano ringrazia canticchiando Mahler o c’è chi lo fa abbracciando il tronco di una quercia, o tirando fuori una matita ed un taccuino su cui annotare parole che toccano e baciano: “Or take out lovely pencil and notebook to find a few/touching, kissing words”.

Nel poema Summer Night (Notte d’estate) la notte viene presentata come troppo lunga e lenta; il chiaro di luna invece è un’altra cosa, specialmente per gli amanti, mentre la luce delle stelle ci fa pensare al paradiso. E s’odono delle musiche, come se anche il tordo non riuscisse a prender sonno, al pari della poetessa che esce nella notte e respira il profumo dell’erba o della pioggia, o quella traccia di miele di un altro essere sveglio come lei: il giglio blu, così diritto, dalle labbra così dolci, soffice e solo nell’oscurità:” And there are little musics, sometimes,/as though the mockingbird, also, can’t sleep”.

In By The Wild-Haired Corn (Grano dalla capigliatura selvaggia) vediamo un esempio di fusione totale dell’io del poeta con la natura che lo circonda; la poetessa si chiede se i girasoli siano degli angeli, con quei visi pieni di semi, con quelle spine coraggiose, quel cappotto di foglie con tante tasche; si domanda pure chi non vorrebbe stare un giorno d’estate in quei campi caldi e solitari di grano dalla capigliatura selvaggia? Risponde dicendo che quando passeggia accanto a questi elementi della natura, la sua lingua e i suoi pensieri si fanno morbidi, e ricorda che ogni cosa potrà essere qualsiasi altra cosa, sempre e sempre: “and I remember how everything will/ be everything else,/by and by”.

Nel poema scritto in prosa One Winter Day (Un giorno d’inverno), l’ultimo della collezione, i protagonisti sono i lastroni di ghiaccio che giungono a riva trasportati dalla marea, come nubi lasciate cadere sparse lungo la spiaggia. I bambini, i gabbiani e gli aironi vi si arrampicano o appoggiano come per gioco. I lastroni che galleggiano sul mare appaiono come isole, mentre quelli sulla spiaggia si mostrano in tutto il loro splendore come fossero ispirate opere d’arte scultorea. E una luce blu splende dalle loro fessure, secondo la poetessa avrebbero potuto essere delle anime:”A blue light glowed from their crevices. They might have been souls”.

Dalla raccolta del 2007 Thirst, la poesia Praying (Pregare) riassume tutta la poetica della Oliver, indicandoci come il contatto con l’elemento naturale, l’iris blu, piuttosto che un ciuffo d’erba spontanea o una piccola pietra, l’immersione in esso in tutta tranquillità e l’arte dell’attenzione rappresentino le porte d’accesso alla dimensione divina, caratterizzata da un profondo senso di gratitudine e da un silenzio che potrebbe fare spazio a un’altra voce: “This isn’t a contest but the doorway into thanks, and silence in which another voice may speak”, la voce di Dio.

Dalla raccolta Blue Horses del 2014, la poesia che apre l’opera, After Reading Lucretius, I Go To The Pond (Dopo aver letto Lucrezio mi reco allo stagno), presenta la fratellanza che lega la Oliver con gli elementi della natura, in particolare con la rana che finisce nella gola dell’airone e che viene definita dalla poetessa suo fratello minore; l’airone invece, con le sue bianche piume e che lava il suo becco a forma di spada nello stagno luminoso, come il fratello alto e magro. Conclude il poema con una breve strofa di soli due versi, il mio cuore si veste di nero e danza: “My heart dresses in black/and dances”, per piangere la fine del fratello più piccolo, ma festeggiando, danzando, con lo sguardo rivolto alla speranza di nuova vita legata alla ciclicità della natura.

La poesia intitolata Rumi ci descrive questo personaggio come modello di ispirazione spirituale e artistica per la Oliver, che lei ha deciso di seguire e di continuare ad ascoltare, fino a quando un giorno si è vista trasformata in un intero giardino di rose: “I was hopeful enough to keep listening/until the day I found myself/transformed into an entire garden/of roses”.

Nel poema If I Wanted A Boat (Se volessi una barca) la poetessa paragona la vita ad una barca, quella che lei vorrebbe avere, una barca che si scontrasse con le onde, che non sapesse distinguere la guida delle stelle dal porto, che accogliesse i delfini ed andasse incontro alle balene, che toccasse le rocce senza tenere d’occhio la terra, che saltasse negli spruzzi d’acqua. Che vita è una vita in cui tutto deve sempre essere pianificato ed eseguito, promesso e portato a termine, in cui si desidera soltanto ciò che è vicino e sicuro? E conclude affermando: “Yes, by the heavens, if I wanted a boat I would want a boat I couldn’t steer”(Sì, per Dio, se volessi una barca ne vorrei una che non so manovrare).

Nella lirica I’m Feeling Fabulous, Possibly Too Much So. But I Love It (Mi sento benissimo, forse troppo. Ma mi piace) incontriamo, sullo sfondo della primavera, il tordo in cerca di nuovi modi per festeggiare, il cielo che si sta dipingendo di un azzurro corposo e nuovo di zecca di cui delle gocce vanno a finire nello stagno. La poetessa si abbandona a tale meraviglia, il suo corpo svanisce, non ha più peso, la sua testa è affollata di voci che cantano i diversi elementi naturali ed è colta da estremo stupore nei conforti di quel mondo splendido, si ritiene fortunata di esserne parte. Per la gran gioia pensa perfino di poter volare. Ed infine un’ennesima voce che la invita a scendere dalle nuvole, ed un’ultima a replicare “D’accordo. Ma soltanto per poco”: “And yet another voice says, Can we come down/from the clouds now?/And some other voice answers, Okay./But only for a while”.

Nella raccolta Felicity del 2015 presenterò la poesia intitolata Moments (Momenti) dove la Oliver ci invita vivere la vita intensamente, nella sua pienezza, buttandoci in essa a capofitto, senza esitazioni, gridando alla persona amata il nostro amore, regalando tutto, fino all’ultimo dei nostri averi. Il nostro cuore batte, non siamo in catene, non c’è nulla di più patetico della ragionevolezza, ci sono momenti che vanno vissuti pienamente e questo atteggiamento può spesso salvare delle vite, anche la nostra: “There is nothing more pathetic than caution/when headlong might save a life,/even, possibly, your own”.

E nella poesia intitolata Humility (Umiltà), di soli due versi, si definisce in modo molto incisivo il ruolo del poeta ed il suo rapporto con la poesia: “Poems arrive ready to begin./Poets are only the transportation”(Le poesie arrivano pronte per essere incominciate. Il poeta è solo il mezzo di trasporto). I versi poetici per la Oliver erano insiti nella natura stessa, nella sua bellezza e splendore; il compito del poeta era quello di farsi portavoce di questa magnificenza e consegnarla agli altri esseri umani affinché potesse essere condivisa.

Il poema The Pond (Lo stagno) vede la personificazione di elementi naturali quali i gigli e l’airone descritti con qualità umane, con i quali la stessa poetessa si identifica. Ella invidia infatti ai gigli la grande vicinanza, l’intima prossimità, l’inchinarsi l’uno verso l’altro in balia del vento e del desiderio di toccarsi. La poetessa si sta ubriacando di sole estivo in riva allo stagno e, udendo il verso dell’airone, vorrebbe ella stessa saper cantare, da ogni gola dovrebbe sgorgare un ringraziamento, nonostante la vita non riservi purtroppo soltanto felicità, ma pure delle ombre. E qui lei non perde la speranza, sa che ora dovrà fare ritorno a casa e che, molto probabilmente, canterà: “Soon now, I’ll turn and start for home./And who knows, maybe I’ll be singing”.

La collezione poetica si conclude con il poema A Voice From I Don’t Know Where (Una voce da non so dove), dove Mary Oliver conversa con una voce che le pone dei quesiti circa la sua vita e la felicità. Da questo dialogo si evincono l’amore della poetessa per il mondo, la complessità della sua mente sempre in attività e dei suoi pensieri a volte cupi e a volte luminosi, il suo tentativo di affrontare le più difficili domande esistenziali che spesso non hanno risposta, il suo forte legame d’amore con la compagna ed infine la felicità che risiede nel profondo del suo cuore: “It must surely, then, be very happy down there/in your heart./Yes, I said. It is”.

4) Conclusione

La semplicità disarmante della poesia di Mary Oliver colpisce il cuore, vi penetra a fondo depositandovi un senso di gioia intensa, pace e pienezza. 

Inoltre la sua opera, oltre ad aver raggiunto i livelli più elevati di lirica consacrata alla natura, offre degli spunti importanti di riflessione circa la consapevolezza rivolta alla crisi ambientale ed ecologica dei nostri tempi e, allo stesso tempo, propone la via che conduce ad un primo passo verso una loro possibile risoluzione: la via del rispetto totale e quasi devozionale nei confronti di ogni creatura del pianeta.

Poesia che con gentilezza indica, illumina e insegna, poesia della strada da seguire, del giusto percorso, dell’armonia con sé stessi e gli altri, poesia delle risposte e, in ultimo, della salvezza, rivolta a chi di noi è disposto a fermarsi e ad ascoltare, ad accogliere e a voler cambiare.

BIBLIOGRAFIA

Letteratura Primaria

Oliver Mary, Dream Work, Atlantic Monthly Press, 1986

Oliver Mary, Blue Iris, Beacon Press, 2007

Oliver Mary, Long Life: Essays and Other Writings, Da Capo Lifelong Books, 2005

Oliver Mary, Thirst, Beacon Press, 2007

Oliver Mary, Blue Horses, Penguin Books, 2014 

Oliver Mary, Felicity, Penguin Press, 2015

Letteratura secondaria

(4)Duenwald Mary, The Land and Words of Mary Oliver, the Bard of Provincetown, 5 luglio 2009, New York Times 

(5)Franklin Ruth, What Mary olive’s Critics don’t understand, 20 novembre 2017, The New Yorker

(9)Kadlec Jeanna, On the Overlooked Eroticism of Mary Oliver. Poetry as Affirmation of Queer Desire, 23 gennaio 2019, Literary Hub

(3)Myers Jason, Facets of the Maker: Life and Work of Mary Oliver, 26 aprile 2019, American magazine.org

(2)Ratiner Steve, Poet Mary Oliver. A Solitary Walk, 9 dicembre 1992

(7)Shi Katie, My Mary Oliver, 24 gennaio 2019, The Dartmouth, America’s Oldest College Newspaper

(8)Smith Harrison, Mary Oliver: Pulitzer-Prize winning poet who cracked mainstream success, 26 gennaio 2019, Washington Post, independent.co.uk

(6)Todd Sarah, What Mary Oliver Can Teach Us About Handling Criticism With Grace, 20 gennaio 2019, Quartz

(1)www.gtheil2.weebly.com/the-criticisms: Mary Oliver. A Modern Romantic

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Claudia Messelodi lavora come insegnante di lingue e letterature straniere in un liceo. Ama scrivere poesie ed haiku sia in italiano che in altre lingue straniere, principalmente in inglese. Parecchie sue liriche hanno ottenuto premi e riconoscimenti poetici e sono state pubblicate su antologie nazionali ed internazionali, su riviste poetiche online e cartacee, su siti e blog specializzati. Ha pubblicato diversi saggi letterari e dieci raccolte poetiche a partire dal 2012: Sky-blue Wisteria/Glicini Azzurri, Variations of Sky and Soul/Variazioni di Cielo e Anima, Interlacements/Intrecci, Sinuosità, Blue Moon, Colori nel Vento, Alternanze, Nonostante il Vento, Porte Socchiuse, Luce. www.claudiastones.blogspot.com
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