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La seconda sezione de “Le Occasioni” di Eugenio Montale, nota come i “Mottetti”, accoglie 20 componimenti da cui la sezione prende il nome. Si tratta di 20 mottetti tutti relativi alla tematica dell’amore come causa di sofferenza, motivo già evidente nel primo componimento ossia “Lo sai: debbo riperderti e non posso”. Necessaria è la spiegazione della forma poetica utilizzata dall’autore proprio perché, come ben sappiamo, un’ opera letteraria è tale se e solo se forma e contenuto si incrociano. Nel corso del XIII secolo si intendeva per mottetto un componimento musicale polifonico sacro, la cui caratteristica era la sovrapposizione simultanea di due testi diversi fra di loro. Nella letteratura del ‘200 e del ‘300 si intendeva per mottetto un componimento poetico caratterizzato da una brevità epigrammatica in cui confluivano altre due peculiarità: un tema sentenzioso e una chiusa gnomica. Potremmo parlare di due diversi origini del mottetto, una religiosa e l’altra aforismatica, che Montale seppe sfruttare al meglio tanto da adattarlo a quello che era il suo obiettivo ossia la composizione di un << romanzetto autobiografico>>. Argomento di tale romanzetto era la tipica situazione di sofferenza dell’ Io lirico in preda alla disperazione causata dalla continua intermittenza (scusatemi l’ossimoro) della donna amata. Dunque, della prima origine del mottetto Montale riesce a sfruttare la struttura dialogica attraverso un discorso fra l’io interiore e la donna amata; della seconda origine riesce a cogliere l’intensità della chiusa gnomica. Montale, quindi, vuole scrivere in versi ciò che Dante ha scritto in prosa e in versi (Vita Nova): parlare della sofferenza causata dall’assenza/perdita della donna amata. Ma se Dante scrive di Beatrice, Montale di chi scrive? Sappiamo che i mottetti contenuti ne ” Le Occasioni” sono 20, divisi in due parti: i tre mottetti (1934) che compongono la prima parte hanno come oggetto la donna genovese dalle lontane origini peruviane; i 17 mottetti (1934-40) che compongono la seconda parte hanno come oggetto Irma Brandeis ossia colei da cui Montale trasse la figura della donna-angelo. In realtà la distinzione fra le due donne non è così evidente ed intuitiva, Montale, infatti, lavorerà sulla costruzione della figura femminile come ibrido fra le due donne. Ci aspetteremmo, allora, di leggere questa sofferenza scandita dal tintinnio oscillante dell’orologio ma Montale decide di non rispettare né l’ordine cronologico degli eventi accaduti né la scansione temporale della scrittura dei mottetti. Utilizza coordinate temporali che appartenevano ai romanzi moderni ossia coordinate temporali dettate dai flussi di coscienza di Joyce e dell’essere sensibile della Woolf. In questo vortice di sofferenza, dolore e smarrimento, che non seguono un ordine oggettivo bensì uno sensibile, ricorrono alcuni temi principali: 1) la perdita della donna amata, 2) ripetute analessi di questa, 3) allucinazioni (o emanazioni) della donna da cui derivano effetti salvifici, 4) questa sensazione ottimista lascia il posto ad un repentino atteggiamento negativo. ” Lo sai: debbo riperderti e non posso” ha al suo interno tutti questi ingredienti, di seguito il testo:

Lo sai: debbo riperderti e non posso.

Come un tiro aggiustato mi sommuove

ogni opera, ogni grido e anche lo spiro

salino che straripa

dai moli e fa l’oscura primavera

di Sottoripa.

Paese di ferrame e alberature

a selva nella polvere del vespro.

Un ronzio lungo viene dall’aperto,

strazia com’unghia ai vetri. Cerco il segno

smarrito, il pegno solo ch’ebbi in grazia

da te.

E l’Inferno è certo.

E’ un mottetto scandito in due strofe di 6 versi ciascuno caratterizzati dall’uso prevalente dell’endecasillabo e raramente di versi più brevi come il quinario e il settenario. Quello che colpisce è la strategia tipografica adottata nell’ultimo verso: si tratta di un semplice settenario che è stato diviso su due livelli diversi con lo scopo di enfatizzare l’apporto semantico della parola-chiave dell’intero mottetto ossia “Inferno”, già scritto utilizzando la maiuscola. In realtà ad enfatizzare tale parola è anche l’utilizzo dell’assonanza, infatti “Inferno” assuona con segno e con pegno, entrambe parole di chiara derivazione stilnovista riferite ovviamente alla donna. Il messaggio è chiaro e risulta evidente anche ad un primo studio metrico e ritmico: proprio a causa della mancanza di questo segno, ormai smarrito, il poeta sta vivendo il suo “Inferno”. Già dall’incipit ci rendiamo conto di questa situazione interiore del poeta. Montale, rivolgendosi alla donna amata con la quale sembra continuare un discorso già iniziato (lo sai) e con la successiva proposizione oggettiva dal chiaro valore dichiarativo, esprime ciò che l’amata sa ma che il lettore non sa: Montale deve riperderla. Il verbo “debbo” indica una necessità alla quale il poeta non riesce ad adattarsi e ciò è confermato dalla locuzione verbale successiva (non posso). Tale necessità consiste nel riperdere nuovamente la donna amata. Riperdere, per l’appunto. Il prefisso utilizzato da Montale indica che non è la prima volta che il poeta si ritrova in questa situazione di sofferenza ma nonostante ciò questa routine non è diventata abitudine, è diventata abitudine il dolore causato da questa perdita al quale però il poeta sembra non adattarsi tanto che non riesce a trovare riposo in nulla. Ogni operazione, ogni grido, addirittura la brezza marina che fuoriesce dei moli produce un’oscura primavera di Sottoripa. Siamo davanti ad una sofferenza caratterizzata da una chiusura psicologica che è causa di una percezione oscura anche di uno dei quartieri portuali di Genova, Sottoripa, il quale è costituito da un susseguirsi di archi che nascondono il sole e favoriscono un riparo dal calore primaverile. Questa sensazione di dolore è resa anche in forma sintattica infatti tutta la prima strofa, ad eccezione del primo verso, è occupata per intero da un lungo periodo in cui i soggetti (ogni opera, ogni grido e lo spiro salino) sono posposti al verbo, al pronome personale e alla similitudine. Dunque, siamo davanti ad una costruzione sintattica in cui l’Io assume un atteggiamento passivo, così come è passivo l’atteggiamento del poeta circa il suo stato di alienazione. Dalla seconda strofa apprendiamo che lo sguardo del poeta è volta dall’interno verso l’esterno e dunque abita in un luogo chiuso, piccolo, forse una stanza che affaccia sul quartiere genovese. E dalla solitudine della sua stanza vede una Genova caratterizzata dal ferrame e dal groviglio delle navi e ci fornisce quest’immagine attraverso una sola e semplice frase nominale che occupa due versi; inoltre sente rumori provenienti dal porto alquanto fastidiosi tanto quanto il rumore di un’unghia sui vetri. La similitudine utilizzata penso sia alquanto rilevante per tutti: riusciamo a capire anche noi lettori il fastidio di questi rumori. Questo è il suo Inferno: vivere senza la donna amata, abitare in una città che non lo protegge e che, al contrario, aumenta in lui questo immenso senso di insofferenza verso una vita diversa da come l’aveva immaginata. La realtà cittadina è un topos nella speculazione montaliana circa la stesura de “Le Occasioni, infatti, dopo Genova vengono nominate anche Modena e Venezia. Città sempre legate alla figura femminile, ad un ennesimo addio di questa figura femminile. La città è dolore, è progresso e regresso, è sede di aeroporti, di porti, di stazioni ferroviarie utilizzate dalla donna per abbandonarlo. Insomma, la città è la sede dell’Inferno il quale si origina a causa del “segno smarrito […] di lei”.

News Reporter
Sono una semplice studentessa universitaria che ha l'ambizione di far capire come la letteratura sia in noi e con noi tutti i giorni, così come lo sono la biologia, la fisica, la matematica. Sono una sognatrice e, forse, per questo credo di riuscire nel mio intento.
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