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Introduzione

Verso la vetta

Sguardi aperti e silenzi

Fiato di roccia*

Osservo la roccia, ma soprattutto la sento, l’accarezzo con l’anima, con le dita ed il corpo tutto, mi metto in ascolto; sì, la ascolto, la odo sussurrare, a volte cantare, ma anche ridere o piangere. La roccia racconta, ci chiama, nel suo eterno restituire, prendere e cedere, ci riporta al centro, della terra, di noi stessi, si fa fiato, poi respiro, voce e silenzio. Penso alla roccia e improvvisamente mi ritrovo avvolta in un caldo mantello di pace e, parola dopo parola, si affastellano nei pensieri e dentro il cuore immagini pregne di energia e di colore che la descrivono…solidità, stabilità, radici, saggezza, forza, costanza, gravità, fondazione, tempo, memoria, eternità; poi altre ancora… calma, semplicità, vuoto, assorbimento, silenzio, meditazione, pazienza, permanenza. Ma la roccia può anche sorprendere, divenire a tratti audace, fallica, mascolina e trasgressiva, al contempo rimanendo profondamente femminile, sacra, nel suo ergersi a simbolo di garanzia, origine del mondo, legame col passato, eterno presente. In essa sono insiti l’ambiguità, il conflitto, la tensione tra il consentito e il proibito, elementi che ci spingono alla ricerca di un senso, di un’identità, posta come sfida verso sé stessi, nel tentativo di mettere alla prova il proprio spirito di sopportazione, di confrontarsi con i propri limiti; una sfida che la roccia, intesa soprattutto come dimensione verticale, ci chiama ad affrontare, offrendoci sempre nuove ed inaspettate angolazioni e prospettive, permettendoci di percorrere una sorta di viaggio nell’eternità, dove passato e divenire convergono, dove è messa a nudo la vulnerabilità di ciascuno. Vivere la roccia trova la sua massima espressione nell’atto della scalata, dove polso, ritmo, movimento, esplorazione, misti ad ansia, lotta, desiderio e piacere, si fondono e cedono il passo all’espressione più vera dell’io, che si traduce in autentica forma di improvvisazione, novità e creazione: scalare quindi, come atto poetico. 

Picchi perlati

Quel lento risalire

Su, fino in fondo*

(*Claudia Messelodi, haiku)


Gary Snyder, Riprap and Cold Mountain Poems

Lo scrittore Gary Snyder nasce a San Francisco in California l’8 maggio del 1930, si trasferisce in seguito in una zona rurale dello stato di Washington dove i genitori aprono una cascina. Svolge parecchi lavori che richiedono un notevole impegno fisico legati al servizio forestale, come guardaboschi, taglialegna, tracciatore di sentieri nello Yosemite National Park e in Sierra Nevada (1). Vive nel territorio posto ai piedi della Sierra Nevada nel nord della California, scrive oltre venti raccolte poetiche e svariate opere di saggistica. Le tematiche principali che affronta nelle sue liriche riguardano la geologia, l’ecologia, le tradizioni dei nativi d’America, le divinità tibetane, i dipinti cinesi di paesaggio, scene di intimità e di vita familiare. Snyder è inoltre considerato padre e fondatore del bioregionalismo, concetto che abbraccia un’idea di cittadinanza allargata per comprendere, oltre agli uomini, anche le piante, gli uccelli, i fiumi, gli alberi, e che vede il territorio suddiviso in regioni naturali, corrispondenti ai bacini idrografici, popolate da “famiglie ecologiche”(2). Snyder consegue la laurea in studi orientali all’università di Berkley e trascorre gli anni dal 1956 al 1968 in Giappone, a Tokyo, dove intraprende un percorso per divenire monaco Zen. In Giappone apprende anche l’arte dell’arrampicata. Dopo il ritorno in California lavora come professore universitario di poesia e come traduttore dal cinese di testi poetici. La sua opera Turtle Island viene premiata col Premio Pulitzer nel 1975; in essa vengono trattati temi a lui cari quali il Buddismo e le tradizioni dei nativi americani. Tutta la sua vita è caratterizzata e segnata da intense esperienze vissute nella natura selvaggia. Egli simpatizza inoltre per la classe operaia di cui si sente ammiratore e sostenitore e frequenta a San Francisco i poeti della Beat Generation, quali Allen Ginsberg, Jack Kerouac e Kenneth Rexroth (3).

La raccolta di poesie che presenterò, Riprap and Cold Mountain Poems (4), nasce in seguito all’esperienza in qualità di sterratore e tracciatore di piste allo Yosemite National Park, dove, dopo le lunghe e dure giornate di lavoro, gli restava il tempo per meditare e lasciarsi sorprendere ed affascinare dalla bellezza dell’ambiente circostante. Le liriche registrano dunque momenti di intensità, trasparenza e fatica a contatto con la montagna.

Nella lirica Piute Creek (Torrente Piute), uomini, libri e parole, così come la roccia stessa mostrano tutta la loro vulnerabilità, non lasciando che tracce del loro passaggio: “The mind wanders. A million/Summers, night air still and the rocks/Warm. Sky over endless mountains./All the junk that goes with being human/Drops away, hard rock wavers/Even the heat present seems to fail/This bubble of a heart./Words and books/Like a small creek off a high ledge/Gone in the dry air.” (La mente vaga. Un milione di estati, l’aria calma della notte e le rocce calde. Il cielo sopra montagne infinite. Tutta l’inutilità dell’essere umano che scorre via, la dura roccia esita, persino il calore presente sembra non farcela, questa bolla di cuore. Parole e libri come un piccolo torrente al largo di un’alta cengia, che si prosciuga nell’aria) 

La poesia Riprap (Pietrame), che chiude la raccolta, si presenta quale celebrazione del lavoro manuale a stretto contatto con le rocce, disegnando un universo intrecciato, interconnesso, dove ogni singolo elemento si riflette nell’altro e lo abbraccia: “Lay down these words/Before your mind like rocks./placed solid, by hands/In choice of place, set/Before the body of the mind/in space and time:/Solidity of bark, leaf, or wall/riprap of things:/Cobble of milky way,/straying planets,/These poems, people()/ants and pebbles/In the thin loam, each rock a word/a creek-washed stone/Granite: ingrained/with torment of fire and weight/Crystal and sediment linked hot/all change, in thoughts,/As well as things.” (Deponi queste parole davanti alla tua mente come solide pietre, con le mani, scelto il posto, posizionale davanti al corpo dei pensieri, nello spazio e nel tempo: solidità di corteccia, foglia, o muro, pietrame di cose: sassi di via lattea, pianeti alla deriva, queste poesie, persone, formiche e ciottoli. Nel terriccio leggero, ogni roccia una parola, una pietra lambita dal torrente. Granito: radicato con tormento di fuoco e gravità. Cristallo e sedimento ardentemente uniti, tutto il cambiamento, nei pensieri come nelle parole)

Nella traduzione dal cinese delle poesie del monaco eremita Han-Shan, chiamato anche Cold Mountain, Gary Snyder ci mostra dei versi molto significativi che dipingono le bellezze primordiali della natura in opposizione all’artificiosità e innaturalezza della vita degli uomini; ci spiegano inoltre come l’io poetico sia stato in grado di compiere il passo decisivo che l’ha condotto ad abbracciare appieno la dimensione della natura, vissuta nella contemplazione delle sue meraviglie e nella matura accettazione del cambiamento e dello scorrere del tempo: “In a tangle of cliffs I chose a place-/Bird-paths, but no trails for men./Whats beyond the yard?/White clouds clinging to vague rocks./Now Ive lived here-how many years-/Again and again, spring and winter pass./Go tell families with silverware and cars/Whats the use of all that noise and money? “ (Tra un groviglio di rocce mi sono scelto un posto – sentieri d’uccelli ma nessun tracciato per gli uomini. Cosa c’è oltre il cortile? Nubi bianche aggrappate a rocce incerte. Vivo qui ormai da tanti anni. Sempre e sempre la primavera e l’inverno finiscono. Corri a dire alle famiglie con gli argenti e le automobili ‘A che serve tutto quel frastuono e quel denaro?’)

Men ask the way to Cold Mountain/Cold Mountain: theres no through trail./In summer, ice doesnt melt/The rising sun blurs in swirling fog./How did I make it?/My hearts not the same as yours./If your heart was like mine/Youd get it and be right here.” (Le persone mi chiedono la strada per Cold Mountain, Cold Mountain: non esiste un sentiero rettilineo. In estate il ghiaccio non si scioglie, il sole che nasce si macchia di vorticosa nebbia. Come ci sono riuscito? Il mio cuore non è come il tuo. Se il tuo cuore fosse come il mio, tu lo capiresti e saresti proprio qui)

Green grass does for a mattress,/The blue sky makes a good quilt./Happy with a stone underhead/Let heaven and earth go about their changes.” (L’erba verde fa da materasso, il cielo blu da caldo piumino. Felice con un sasso sotto la testa. Lasciamo che il cielo e la terra affrontino i loro cambiamenti)

Clambering up the Cold Mountain path,/The Cold Mountain trail goes on and on:/The long gorge choked with scree and boulders,/The wild creek, the mist-blurred grass./The moss is slippery, though theres been no rain/The pine sings, but theres no wind./Who can leap the worlds ties/And sit with me among the white clouds?” (Arrampicare lungo il sentiero di Cold Mountain, la strada si inerpica: la lunga gola soffocata da ghiaione e massi. Il torrente selvaggio, l’erba macchiata di nebbia. Il muschio scivoloso nonostante l’assenza di pioggia, il pino canta ma non c’è vento. Chi è capace di valicare le catene del mondo e venire a sedere con me tra le nuvole bianche?)

Once at Cold Mountains, troubles cease – /I idly scribble poems on the rock cliff,/Taking whatever comes, like a drifting boat.” (Una volta giunti a Cold Mountain tutte le preoccupazioni cessano. Scarabocchio pigramente dei versi sulla roccia, prendendo ciò che viene, come una barca alla deriva)


Erich Fried, das Reich der Steine

Lo scrittore ebreo Erich Fried nasce a Vienna il 6 maggio del 1921 e muore a Londra nel 1988. All’età di diciassette anni, nel 1938, dopo la morte del padre ingiustamente provocata dalla Gestapo, fugge con la famiglia in Inghilterra per sottrarsi al regime di terrore del nazionalsocialismo. Si stabilisce a Londra e a piccoli passi diviene scrittore; inizialmente opera come traduttore letterario di Dylan Thomas, T.S. Eliot, Shakespeare e Silvia Plath. Dopo la guerra si schiera con l’opposizione di sinistra e incomincia ad occuparsi di letteratura, facendo poesia politicamente e socialmente impegnata e perseguendo lo scopo di combattere l’alienazione a favore di un modo nuovo e vero di sentire, ascoltare, vedere e pensare (5). Egli vuole scrivere principalmente contro i fascismi, il razzismo, l’oppressione e la persecuzione di uomini innocenti, l’ingiustizia presente nel mondo (6). Dal 1968 lavora per il canale britannico della BBC restando attivo pure come voce lirica dell’opposizione della Repubblica Federale tedesca. Il suo scrivere prende il via e si sviluppa tra due lingue, due mondi e culture, quella inglese e quella tedesca: questo fattore lo condurrà ad una sempre maggiore consapevolezza linguistica (7), che si traduce nell’uso della lingua come strumento di e in trasformazione. L’utilizzo della lingua da parte di Erich Fried si pone come atto sovversivo, come mezzo contro l’indurimento, l’aridità e il dogmatismo. La lingua, la parola dovrebbero sempre risvegliare dubbi, sospetti, essere messe costantemente in discussione, proprio in virtù delle enormi potenzialità  e possibilità che esse offrono e lasciano intravedere. 

Nella raccolta poetica che prenderò in esame, Reich der Steine- Zyklische Gedichte (8), (Regno delle pietre- poesie cicliche) sono inclusi componimenti che vanno dal 1947 al 1963. In essa sono presenti le tematiche della vita e della morte, della notte e del sogno, del mare e del deserto e, soprattutto, delle pietre e dei cuori. Nell’opera la parola si carica di vigore e di significato profondo e viene usata come arma contro le ferite dell’umanità; ciascuna delle liriche si fa chiamata ed invito all’irrequietezza, spingendo a riflettere, in modo nuovo, diverso.

Dalle liriche di Fried si evince un’idea di pietra come di un qualcosa di vivo, che comunica, sente, che dà sicurezza e stabilità, ma rappresenta anche resistenza contro l’indurimento, l’aridità, la perdita della “voce”, dell’identità; pietra inoltre come simbolo del sentimento, personificazione dell’uomo stesso, nel bene e nel male. Durezza, crudezza e pessimismo permeano a tratti questi versi asciutti benché densi di significato e profondità.

Da Beschwörung des Steines (Incantesimo della pietra), “Aber im Stein/will ich stehn/und widerstehen/dem Versteinen.” (Ma nella pietra voglio restare e resistere alla pietrificazione)

In Die fremden Steine (Le pietre sconosciute), ”Wenn sie lieben wollen/zerschlagen sie kleine Kinder/belauschen die Mütter/und lernen ihre Gefühle/Wenn sie dann lieben/wissen sie schon wie man fühlt.” (Se volete amare, distruggete dei bambini piccoli, ascoltate le madri e imparate dai loro sentimenti. Quando poi amerete, saprete già come ci si sente)

Da Die Zeit der Steine (Il tempo delle pietre), “Wer die Steine reden hört/weiß/es werden nur Steine bleiben/Wer die Menschen reden hört/weiß/es werden nur Steine bleiben.” (Chi ascolta le pietre parlare, sa che resteranno soltanto pietre. Chi ascolta gli uomini parlare, sa che resteranno soltanto pietre)

Nella lirica Das Bad (Il bagno), “Ich prahle/vor meinen Schweigern:/Ich werde/in Steinen baden/Ein Stein/zieht sich aus/um ein Bad zu nehmen/in mir.” (Mi vanto dei miei silenzi: farò il bagno nelle pietre. Una pietra si spoglia per farsi un bagno in me)

In Die Pflichten (I doveri), ”Kleidet die nackten Steine/sie liegen sonst kalt am Weg/Nähret die hungrigen Steine/sie werden sonst rissig/Besuchet die kranken Steine/sie werden sonst hart/Begrabet die toten Steine/in Schatten der breiten Menschen.” (Vestite le pietre nude o giacciono fredde sulla via, nutrite le pietre affamate o si crepano, fate visita alle pietre ammalate o si induriscono, sotterrate le pietre morte all’ombra dei grandi uomini)

E infine nella poesia Tagesreise (Viaggio di giorno), ”Nun müssen wir weitergehen/bis zu den schwarzen Steinen/der gestrigen Nacht/die unsere Feinde genährt hat/die unsere Freunde verzehrt hat/die unsere Eltern geblendet hat/daß sie uns zeugen.” (Ora  dobbiamo proseguire fino ai sassi neri della notte di ieri, che ha nutrito i nostri nemici, consumato i nostri amici, accecato i nostri genitori affinché ci procreassero)


Bibliografia

Letteratura primaria

(4)Gary Snyder, Riprap and Cold Mountain Poems, Four Season Foundation, 1969

(8)Erich Fried, Reich der Steine, Zyklische Gedichte, Fischer, Frankfurt, 1986

Letteratura secondaria

(3)Dana Goodyear, Zen Master Gary Snyder and the art of life, Profiles, The New Yorker, October 2008

(1)Robert McNamara, Gary Snyder American Poet, August 2019, Literature Thought Co. com

(2)Mimmo Tringale, Gary Snyder: Il poeta della natura, febbraio 2005, Terra Nuova .it

Linda Wertheimer, At 84, Poet Gary Snyder lives in This Present Moment, Author Interview, April 2015, nor. org

Gary Snyder, Poetry Foundation. org

Gary Snyder, Oregon Encyclopedia

(5)Bernadette Conrad, Erich Fried: Neugieriger als je zuvor…’, Mai 2021, Wiener Zeitung

Natalie Graal, Zum Leben und Werk von Erich Fried, 2001, München, Grin Verlag

(7)Beatrix Novy, 100. Geburtstag von Erich Fried, Verzweifelter Humanist zwischen zwei Sprachen, Mai 2021, Deutschlandfunk. de

Hubert Spiegel, Erich Fried, der Überlebenshilfekünstler, Mai 2021, Frankfurter Allgemeiner, Bücher

(6)Lydia Trueb, Erich Fried, sein Leben, seine Gedichte: Leben-das ist Wärme, Rote Revue, Monatszeitschrift, 1983

Erich Fried, Wikipedia. de

News Reporter
Claudia Messelodi lavora come insegnante di lingue e letterature straniere in un liceo. Ama scrivere poesie ed haiku sia in italiano che in altre lingue straniere, principalmente in inglese. Parecchie sue liriche hanno ottenuto premi e riconoscimenti poetici e sono state pubblicate su antologie nazionali ed internazionali, su riviste poetiche online e cartacee, su siti e blog specializzati. Ha pubblicato diversi saggi letterari e dodici raccolte poetiche a partire dal 2012: Sky-blue Wisteria/Glicini Azzurri, Variations of Sky and Soul/Variazioni di Cielo e Anima, Interlacements/Intrecci, Sinuosità, Blue Moon, Colori nel Vento, Alternanze, Nonostante il Vento, Porte Socchiuse, Luce, I Colori dell'Arcobaleno, Un pacificante intreccio di pensieri. www.claudiastones.blogspot.com
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