LISZT: La centralità del pianoforte da concerto

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Franz Liszt (1811-1886) è stato un compositore romantico ungherese, conosciuto per avere rivoluzionato lo statuto e la visione del pianoforte. Gli echi generati dal suo cospicuo contributo in ambito artistico si sono riprodotti fino ai giorni nostri, culminando nella concezione del “recital/concerto”, solistico ed orchestrale, cui si assiste regolarmente.

Il pianoforte trova, in Liszt, l’apice dell’importanza: in relazione al “solismo”, il musicista/interprete è invitato ad occupare la “scena” (in termini sia di apparizioni davanti al grande pubblico, sia di repertorio).

Liszt compie un procedimento analogo a Chopin (1810-1849), che esplora le iridescenze cangianti dell’unico strumento capace di imitare, nel modo più fedele possibile, l’orchestra; dando piena espressione al suo potenziale. Questa ricerca si traduce, per entrambi i pianisti, nel concepimento (fino ad allora, mai visto) dello “studio da concerto”: in Chopin, 24 Studi (di cui i primi 12, Op.10, dedicati proprio a Liszt; oltre ai 12 dell’Op. 25, e altri 3, postumi); in Liszt, 6 Studi “secondo” Paganini (accostamento al violinista), 3 Studi da Concerto e 12 Studi Trascendentali. In questi ultimi, trova corrispondenza una tale padronanza del pianoforte, da (quasi) volersi spingere oltre i limiti dello stesso.

Avendo vissuto per anni a Parigi, Liszt è stato mecenate di svariati musicisti, tra cui Chopin, che egli stesso ha convocato, presso di sé, nella capitale francese. L’ungherese permette al polacco di suonare nella prestigiosa “Salle Pleyel” (ancora oggi esistente) e stringe amicizia con altri artisti, provenienti da diversi retaggi culturali. Pianisti e direttori d’orchestra: Schumann (1810-1856), Berlioz (1803-1869), Wagner (1813-1883; suo genero, sposo della figlia); pittori: Delacroix (1798-1863) e Scheffer (1795-1858); e infine, letterati: Hugo (1802-1885) e Dumas (1802-1870).

Viaggia e si esibisce, nei suoi concerti, in tutta Europa; in particolare, tra Svizzera ed Italia. Ispirandosi a queste esperienze, darà vita ad una raccolta di vari componimenti: Les Années de pèlerinage, in tre parti (trattiamo le prime due). Nel contesto svizzero, abbiamo sovente a che fare con brani che si rifanno alla natura: Au bord d’une source (sorgente), Orage (tempesta), Au lac de Wallenstadt (lago). Nel contesto italiano, invece, prevalgono riferimenti letterari e pittorici, messi in musica: 3 Sonetti del Petrarca (n. 47, 104, 123), Dante Sonata, Venezia e Napoli (con temi e motivi tipici delle due città), Sposalizio (in pittura, Sposalizio della Vergine, di Raffaello).

Oltre alla cultura di uomo polivalente e cosmopolita, Liszt rimarrà sempre legato alla patria: compone ben 19 Rapsodie Ungheresi, le quali risuonano di melodie endemiche; definite, da lui stesso, “zingaresi” o “zigane”. La più nota è la 2a, che è stata veicolata in svariati modi, dai mass media; fino ai cartoni animati (da “Tom e Jerry” ai “Looney Tunes”). La 6a presenta un carattere baldanzoso e spensierato. La 12a consiste nella radicalizzazione di temi funerei, che paiono riprendere l’incipit della 2a. La 15a, “Marcia Rákóczi”, è l’ulteriore esasperazione degli atteggiamenti lisztiani, diametralmente opposti, tra autocommiserazione ed entusiasmo.

Il culmine della maturità di Liszt si coglie in due capolavori: la Sonata in Si Minore ed il Totentanz (composto sia per piano e orchestra, sia per piano solo). Entrambi sono accomunati da una profonda introspezione, che tende a sconfinare in sonorità lugubri e ridondanti. Entrambi “disegnano e designano” un percorso salvifico, verso cui è orientato non solo il pianista, ma anche l’uomo. Mentre, nella Sonata in Si Minore, è presente una successione di movimenti che si esprimono secondo registri estremamente variegati ed armonicamente complessi, il Totentanz pone il tema della morte, al centro (da un tema del dies irae, medievale), e lo declina secondo molteplici “variazioni”. La Sonata in Si Minore potrebbe essere vissuta come momento di contrizione, che trova risoluzione nella maestà e luminosità del finale; il Totentanz, come una “danza macabra”, che si conclude con il trionfo, da parte del virtuosismo lisztiano, sulla morte (così osserva Jankélévitch, in Liszt. Rapsodia e improvvisazione, ndr).

In tal senso, la figura di Liszt è passata alla storia come quella di un uomo magnanimo, energico, carismatico e ardito. Ha dedicato una vita intera all’esplorazione del pianoforte, come pochi altri della tradizione di Ottocento e Novecento.

Ed è stato -forse- il solo ad avere elevato il virtuosismo pianistico a dignità di filosofia di vita.

Stefano Chiesa

Fonte foto: “The New York Times”

News Reporter
Milano, 1990. Laureato magistrale e triennale in Filosofia ("Vita-Salute San Raffaele", 110/110, 2014) con un "Erasmus" di un anno presso l'Université "Paris 1/Panthéon-Sorbonne". Ho lavorato come articolista, content creator e intervistatore per "MilanoSud" (2021), "Melegnano Web TV" (2020/21) e "Aracne TV" (2020). Sono stato finalista premiato al premio "Nabokov" (dicembre 2021). Per ogni altra informazione (libri, critica musicale, conferenze tenute, riconoscimenti letterari), ecco il mio sito: "www.stefanochiesascrittore.it" Grazie :D
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