L’albergo dei poveri

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È in scena in questi mesi uno spettacolo teatrale molto coinvolgente, L’albergo dei poveri, di Massimo Popolizio con la riduzione teatrale dello scrittore Emanuele Trevi, tratto dal grande dramma omonimo di Maksim Gor’kij del 1902 – conosciuto anche come I bassifondi o Sul fondo o ancora Il dormitorio.

Massimo Popolizio ne è anche l’interprete principale, insieme ad altri quindici validissimi attori che danno vita ed emozione a un’opera corale che lascia con il fiato sospeso per l’intera durata dello spettacolo, un’ora e quarantacinque minuti che scorrono senza un briciolo di distrazione.

La scena si svolge in uno stanzone squallido, con letti miseri e pochi altri oggetti: ospita i reietti della società. Sono i malati che non aspettano altro che la morte per liberarsi della vita in un luogo cieco e nascosto al mondo. Sono gli alcolizzati che non hanno altra via d’uscita che disperarsi insieme ai compagni di un’avventura che li porta a rinchiudersi come topi in un sotterraneo, cunicolo o mura cieche non è dato sapere. Sono i diseredati di tragedie familiari, di sentimenti traditi dalla lussuria più forte dell’amore, dalla cupidigia per la ricchezza più forte del legame coniugale. E sono i ricchi che sfruttano gli ultimi della terra con il cinismo di maschi virili che si avventano famelici su corpi di donne già devastati, e con il livore di donne aguzzine che cercano di rubare il piacere sessuale di uomini invece innamorati di ragazze ormai dimenticate.

Al centro della narrazione appare il pellegrino, interpretato da Massimo Popolizio, un mago carismatico, un ciarlatano, un folle, chissà. Personaggio catalizzatore, colui che aggrega intorno a sé il popolo degli esclusi. Ha una vena mistica, anche cialtronesca, parla a tutti, ma non riesce davvero a comprenderli. Parla di un Dio astratto, di un intervento divino che potrebbe sovvertire i destini dei poveri, ma poi niente accade. L’immobilità della condizione umana.

Lo spettacolo è un sapiente dosaggio di pathos, denuncia sociale, amara comicità, riflessione filosofica e morale sul destino umano. Da non perdere, soprattutto in questi tempi in cui siamo troppo esposti alla violenza correndo il rischio concreto di assuefarci alla banalizzazione del male. Un testo che richiama alla spiritualità del mondo, anche si è atei. Dopo le felici rappresentazioni al Teatro Argentina di Roma, la tournée si sposta a Milano al Piccolo Teatro dal 7 al 28 marzo 2024, poi al Teatro Mercadante di Napoli dal 4 al 14 aprile 2024 e infine al Donizetti di Bergamo dal 17 al 23 aprile 20024.

News Reporter
Andrea Mauri è nato nel 1966 a Roma. Lavora in Rai e si occupa dell’archivio multimediale presso Rai Teche. Ha pubblicato il romanzo mickeymouse03 (Alter Ego, 2016), due racconti lunghi nel libro L’ebreo venuto dalla nebbia (Scatole Parlanti, 2017), il romanzo Due secondi di troppo (Il Seme Bianco, 2018) e le raccolte di racconti “Contagiati” (Ensemble, 2019) e “Ragazzi chimici – Confessioni di chemsex” (Ensemble, 2020), quest’ultimo lavoro insieme ad Angela Infante. La recente sua pubblicazione è il romanzo Il passo dell’ombra (Affiori, 2024). Scrive racconti su antologie, riviste letterarie e blog.
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