
Stefano Cannistrà nasce a Roma nel 1956, città che per decenni lo ha visto crescere, studiare e impegnarsi come dirigente pubblico. Laureato in Giurisprudenza, ha dedicato gran parte della sua vita al servizio delle istituzioni. Trasferitosi a Perugia con la sua famiglia, ha iniziato a coltivare una antica e silenziosa passione: la scrittura. Intorno al 2015, pochi anni prima della pensione, nel tempo libero Cannistrà decide di riaprire quei quaderni fitti di appunti, frammenti e riflessioni accumulati negli anni come un diario intimo di sensazioni e sogni. Da quelle pagine prende corpo il suo esordio letterario: “La panchina” (Chiado Editore, 2017), un’opera che intreccia racconti apparentemente slegati ma uniti da un filo invisibile: la complessità dei legami umani e il volto nascosto dell’amore. Attraverso le voci di personaggi che si incrociano su una panchina di un parco dell’Italia centrale, l’autore esplora l’incomunicabilità, il tempo che trasforma i sentimenti e le domande irrisolte che ognuno si porta dentro. Un romanzo che non chiude le storie, ma le lascia aperte, invitando il lettore a completare con il proprio sentire ciò che le parole lasciano in sospeso. Il riscontro positivo di pubblico, i numerosi riconoscimenti letterari e l’incoraggiamento di chi gli è vicino lo spingono a non fermarsi. Nel 2023 pubblica “Le cose che perdi” (Europa Edizioni), opera pluripremiata che affronta le contraddizioni dell’affetto attraverso la vicenda di uno scrittore di successo, diviso tra la moglie, due donne amate e una figlia lontana e risentita. Un evento improvviso sconvolge ogni equilibrio, costringendo ciascuno a ripensare il proprio sentire, a cercare il perdono e a trovare, nel dolore, una via di pacificazione interiore. Con questo romanzo, Cannistrà conferma la sua capacità di scandagliare le imperfezioni umane, mostrando come l’amore, pur lontano dagli schemi precostituiti, conservi sempre una luce propria. A novembre 2025, la sua voce narrativa si fa ancora più intima e coraggiosa con “Guardo il mare” (Atile Edizioni), un racconto lungo che si legge come un viaggio catartico nell’anima. Attraverso gli occhi del protagonista Alberto, l’autore indaga la pulsione di non lasciare che i sentimenti svaniscano nell’oblio, la ricerca di un perdono mai chiesto, la forza interiore che resiste anche di fronte al peso della disabilità e alle sfide quotidiane di chi si prende cura degli altri. Un’opera che tocca corde universali, mettendo a nudo fragilità, dinamiche psicologiche complesse e amori smarriti, ma anche la dignità silenziosa di chi sceglie di restare. Da ex dirigente pubblico a narratore dell’animo umano, Stefano Cannistrà ha trasformato il proprio percorso di vita in una scrittura che non cerca risposte definitive, ma pone domande essenziali. Le sue opere sono inviti a guardarsi dentro, a riconoscere le proprie contraddizioni e a trovare, nella vulnerabilità, la bellezza imperfetta dell’essere umano. Una letteratura che non racconta solo storie, ma accoglie il lettore in un dialogo silenzioso, dove ogni pagina diventa uno specchio.

Una storia non muore mai, si confonde tra i nuovi affetti nati dopo la sua fine, finché, aggirando l’ordine naturale delle cose, inventa nuovi archi narrativi e si ripresenta per un ultimo sguardo. La ricerca del perdono, che il tempo non aveva reso possibile, nascosta tra le pieghe di una esistenza disordinata e vile, spinge Alberto, in tarda età, a cercare Arianna, il suo unico vero amore, lasciato senza cure e umiliato tanti anni prima. Dilaniato dai ricordi che non cedono all’oblio, viola l’intimità faticosamente ricostruita di quella che era stata la sua donna, costringendola a ritrovare le labili tracce di un sentimento smarrito. Ed è così che le pagine del loro immaginario diario dai fogli strappati, sembrano ricomporsi dentro i rimorsi di un uomo affaticato da una vita senza spessore interiore, dominata dal lusso, dai vizi, dalla forza dirompente e insana di una sorella capace di plasmare la sua volontà, e dalle parole e riflessioni, colme di rinnovata sofferenza, di una donna risucchiata tra le spire di un passato che ha già scritto la loro storia. Sullo sfondo, la figura di Adele, ragazza madre coraggiosa e determinata a dare un senso ai pesi familiari che la vita le ha imposto, e che in modo discreto e silenzioso seguirà, negli anni, la vita di Alberto, amandolo senza mai giudicare. Lo scorrere degli eventi esalta le figure femminili, voci portanti di tutto l’arco narrativo e protagoniste indiscusse, nel bene e nel male, di una storia di emozioni in continuo mutamento. Un romanzo che narra di un rapporto d’amore spezzato, privo ormai della forza rabbiosa della separazione, che rivive tra lo sconcerto dei ricordi mai sopiti e il crudele percorso di una espiazione che, forse, non chiuderà le porte alla rinascita.
Recensione: Leggendo “Guardo il mare” mi è capitato di chiudere il libro a metà, non per stanchezza, ma perché certe pagine ti si appiccicano addosso e devi metterlo giù solo per riprendere fiato. Stefano Cannistrà non ti racconta una storia, ti ci fa sedere accanto. Alberto ha settantadue anni, una carriera manageriale alle spalle, un corpo che inizia a cedere il passo e un vuoto nello stomaco che risponde a un solo nome: Arianna. Quarant’anni fa l’ha lasciata perché voleva una vita “ordinata”, o almeno così si è convinto. In realtà si è rifugiato dietro le scelte di una sorella ingombrante, Lucrezia, che gli ha insegnato a gestire un’azienda ma non a gestire il cuore. E da allora, Alberto ha vissuto di fughe, di letti diversi, di polvere bianca e di silenzi ben costruiti. Fino al giorno in cui gira la chiave dell’auto e riparte verso quella costa ligure che non ha più visto insieme a lei. Sulla carta, la trama sembra un giro già visto: un uomo che cerca il perdono di un amore abbandonato. Ma qui non c’è corsa contro il tempo, nessun colpo di scena sparato a tradimento. Tutto si muove al ritmo del respiro. Cannistrà ha il coraggio di lasciar respirare la narrazione, a volte con una lentezza che potrebbe infastidire chi cerca adrenalina, ma che a me ha fatto un bene strano. Perché il rimpianto non ha fretta. Il rimpianto si siede, accende una sigaretta, fissa l’orizzonte e aspetta che tu sia pronto a guardarlo in faccia. Il libro fa esattamente questo: ti costringe a stare fermo, ad ascoltare il fruscio dei pensieri di un uomo che, per la prima volta, smette di correre. La scrittura è asciutta, senza fronzoli, ma non sterile. C’è una precisione emotiva che ti entra sotto pelle. Quando Alberto riascolta Adele, la ragazza del bar che poi assumerà, raccontargli della figlia con la sindrome di Down, non c’è pietismo, non c’è retorica. C’è solo la vergogna nuda di un uomo che si specchia e capisce, finalmente, quanto sia stato cieco. I dialoghi sono radi, ma quando partono, tagliano. Arianna, quando lo incontra al bar della piazzetta, non alza la voce, non piange. Gli chiede semplicemente “Perché sei qui?” e in quelle quattro parole c’è tutta la fatica di una vita ricostruita mattone dopo mattone, senza chiedere permesso a nessuno. È lì che capisci che questo non è un romanzo sull’amore romantico, ma sulla responsabilità di ciò che abbiamo scelto di non capire. Il ritmo? È come la marea. Avanza, si ritira, lascia segni sulla sabbia, poi torna. Non ti tiene con l’ansia, ti tiene con il peso. E funziona, perché Cannistrà sa che la verità non si urla, si lascia trapelare tra una pausa e l’altra. Ti dà il tempo di farti le tue domande, di ricordare i tuoi “se solo”, di sentirti in colpa per qualcosa che non hai fatto neanche tu. Quando Alberto cammina verso l’acqua, verso la fine, non è un gesto da copertina. È un uomo che smette di recitare. Mi ha colpito, in particolare, come il mare non venga trattato come uno sfondo pittoresco, ma come un testimone silenzioso. È lì che Alberto capisce una cosa che forse già sapeva ma non aveva il coraggio di ammettere: il perdono di Arianna non basta. Deve perdonare sé stesso. Ed è proprio questo che ti resta addosso quando chiudi l’ultima pagina: non ci sono finali felici, ma ci sono finali veri. Questo libro ti promette solo di accompagnarti mentre guardi in faccia quello che hai lasciato andare. E onestamente, è più di quanto chieda a un romanzo. Resti lì, con il libro in mano, e non hai voglia di cercare difetti o punti deboli. Hai solo voglia di stare un po’ in silenzio, a sentire il rumore delle onde che si infrangono. Perché certe storie non si leggono, si attraversano. E questa, ti bagna fino alle scarpe.
