Versione integrale della nota critica pubblicata su “L’Indice dei libri del mese”, febbraio 2026.
di Francesco Mola

Costruzione cinica e ineluttabile, il percorso di riprogrammazione interiore che emerge
leggendo L’apprendistato alla morte, sesta raccolta poetica del salentino Marco Vetrugno,
edita da Interno Libri.
Più che un cammino, è un attraversamento bruciante: un precipitare lucido verso gli inferi,
dove ogni singola referenza morale, affettiva e sociale si sgretola, trascinando con sé
brandelli d’identità.
È infatti nelle rovinosità delle cadute, da cui Vetrugno si lascia trascinare, che sgorgano le
verità sanguinolente dell’opera. L’occhio è puntato sul buio delle vicende vissute in giovane
età: costellazioni di dolori tra follia e lacrime, detenzione e droga, ubriachezze e rabbia. Una
fucina logorante, all’insegna della dissipazione e, in apparenza, negazione delle virtù
minime dello stare al mondo così come socialmente inteso e condiviso.
La crosta dell’autore è spessa, eppure capace di far affiorare una forma di saggezza quasi
involontaria dall’esposizione, mai compiaciuta, di esiti cicatriziali e residui interiori:
“Ubriacature cimiteriali / gli occhi viola del mattino / l’irragionevolezza… depressione
sistemica… il mio dolore / i miei mali / non li ho mai scelti.”
E ancora:
“Strati protratti di afasia / balbuzie / instabilità / lapsus / difformità / il dono della
lacerazione / leccarsi le ferite / leccarti.”
Carne viva, carne esposta: la scrittura di Vetrugno è feroce, viscerale, autentica, atomica,
priva di sporgenza consolatoria. Una voce che rifiuta l’allegoria, svuotata di ogni metafora
salvifica: essa non trasfigura la ferita, ma la incide tra i versi nudi.
Un linguaggio che si graffia sulle superfici del vissuto, che si sporca, privo di lirismi
ornamentali, se non in forma corrosa, di scarto.
L’autore ci conduce con sé in questa spirale maledetta, dove la benedizione sembra
irraggiungibile. Ma proprio per questo il lettore la anela, la percepisce possibile nella
compartecipazione empatica alle sue condanne inestinguibili, stregato da un
autobiografismo tragico e appassionato.
“La morte ha decretato / ha inciso / ha inflitto il suo marchio / ha scarnificato / e nulla
potrà modificare il corso / nessuno potrà tornare indietro / nessuno.”
Non mancano nel libro fenditure civili: accenni feroci alla scena letteraria, alla ruffianeria
culturale, all’improvvisazione eretta a sistema. È una poesia che denuncia la finzione, che
respinge lo spettacolo della parola e la teatralità dei salotti culturali; una voce che rivendica
la necessità del corpo vivo, non l’orpello del testo.
“Nella totale mancanza di critica / in questa città di ruffiani / leggono ancora
accompagnati / da quei cazzo di flauti traversi.”
Non è un caso che la raccolta sia dedicata a Salvatore Toma, presenza tutelare e compagno
d’ombra, maestro di quella poesia che non teme il corpo né gli abissi dell’anima. In Toma,
come in Vetrugno, la disperazione è carne ardente, gesto ultimo di verità. L’omaggio non è
imitazione, ma riconoscimento di un’eredità spirituale: la consapevolezza che la poesia
nasce dove la vita si spezza, laddove è ancora possibile attingere barlumi di sacralità.
Dentro questa geografia ferita, Vetrugno colloca anche la figura femminile, compagna e
controcampo del disastro. Non è un amore salvifico nel senso consueto: è una postura di
fedeltà, un ritorno ostinato al corpo dell’altro come ultima sponda d’umanità. Una luce
minima, ma sufficiente a non essere inghiottiti dal crollo.
Nella magistrale prefazione del giornalista e critico Renato De Capua si ribadisce la natura
vetrugnana di questa lotta, combattimento interiore ed esteriore, capace di affliggere ma al
contempo rinvigorire e dare slancio alla poetica: “La lotta è un logorio insistente…
un’eterna battaglia tra tradurre e rinominare, scomporre e riassestare le parti in un unico
corpo.”
Una scomposizione come di mosaico, tasselli rimescolabili, riassemblabili in nuovi
accostamenti e icone, con la memoria elaborativa dell’agente distruttore capace di ridefinire
il campo di battaglia: una quotidianità priva di redenzioni, ma fedele all’etica dell’onore.
“Il male ha un destino / io ho un codice d’onore. / Per donarti la mia eredità / ho
rinunciato a tutto. / Non ho rimpianti.”
