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La ragazza dei fili di seta: quando proteggere significa anche imprigionare

Ci sono immagini letterarie che, una volta incontrate, diventano difficili da dimenticare. Quella scelta da Luigi Troiani per dare forma al suo romanzo La ragazza dei fili di seta (Morrone editore, 2025) è una di queste: un grande cono, leggero e quasi invisibile, costruito con sottilissimi fili di seta per proteggere una bambina dal mondo. Un’immagine fiabesca che, pagina dopo pagina, rivela tutta la sua ambiguità. Perché ciò che protegge può anche separare, ciò che custodisce può trasformarsi in una prigione, e l’amore, quando è dominato dalla paura, può finire per negare proprio ciò che vorrebbe difendere.

Il protagonista è un grande feudatario, uomo potente, valoroso in guerra e rigoroso nell’amministrazione della giustizia. Ma è soprattutto un padre profondamente segnato dalla morte della moglie e dalla responsabilità verso Roswitha, la figlia più piccola, nata quando la madre era già in fin di vita. Terrorizzato dai pericoli di un mondo violento e convinto che il proprio compito sia quello di preservare la bambina da ogni possibile minaccia, decide di costruirle intorno quel singolare cono di seta. Roswitha crescerà così amata, accudita, istruita, ma anche progressivamente separata dalla realtà.

È qui che il romanzo di Troiani smette di essere soltanto un romanzo ambientato in un indefinito Medioevo e diventa una riflessione filosofica sulla natura dell’educazione. Il padre crede di fare il bene della figlia, ma finisce per sottrarle ciò che le permetterebbe di affrontare autonomamente la vita: l’esperienza, la conoscenza, la possibilità di scegliere. Il suo errore non nasce dunque dalla mancanza d’amore, bensì, paradossalmente, da un amore portato all’estremo.

Il cono di seta è perciò molto più di un espediente narrativo. È il simbolo di una protezione che progressivamente assume i caratteri della reclusione. Ed è significativo che sia proprio la seta a costituirne la materia: una sostanza delicata, elegante, quasi impalpabile, ma al tempo stesso straordinariamente resistente. Troiani insiste a lungo sulle proprietà del filo, sulla sua origine e sul complesso processo attraverso il quale viene prodotto. Non si tratta di una semplice digressione naturalistica. Il baco da seta, con la sua trasformazione da larva a crisalide e poi a farfalla, diventa infatti uno degli specchi attraverso cui leggere la vicenda umana dei protagonisti.

Non è casuale che proprio alla storia dei bachi il padre affidi una parte dell’educazione di Roswitha. Nasce così, all’interno del romanzo, una seconda storia: quella di Bacolina e Bacoletta, due piccoli bachi che crescono insieme, attraversano la metamorfosi, diventano farfalle e infine danno vita a una nuova generazione. È una sorta di favola nella favola, a tratti tenera e a tratti inquietante, che permette all’autore di parlare ai bambini attraverso il linguaggio della fiaba e, contemporaneamente, agli adulti attraverso quello dell’allegoria.

Ma la seta ha anche un altro significato. Per costruire il cono destinato a salvare la figlia, il padre deve accettare la morte di una quantità enorme di bachi. La scoperta lo costringe a confrontarsi con una verità più grande di lui: la vita non può essere governata senza fare i conti con le leggi della natura, con il dolore e con i limiti della conoscenza umana. È uno dei passaggi più interessanti del libro, che mostra appieno la dimensione profondamente filosofica del romanzo, sotterranea a tutta la narrazione: l’uomo può costruire sistemi, regole e protezioni, ma non può pretendere di dominare completamente la realtà.

Questa tensione trova una seconda espressione nella cosiddetta ‘piramide’, l’insieme dei principi morali ai quali il ‘grande signore’ cerca di conformare la propria esistenza. Alla sua base pone la creazione e, al vertice, la vita, considerata sacra; fra i due estremi colloca giustizia, gentilezza e rispetto per i viventi. È un sistema morale apparentemente solido, ma anche qui Troiani introduce una ‘crepa’ filosofica: perfino una morale costruita con le migliori intenzioni può produrre conseguenze opposte a quelle desiderate quando pretende di sostituirsi alla libertà e all’esperienza.

Il romanzo acquista così una struttura di formazione assai particolare. A dover crescere non è soprattutto Roswitha, come ci si aspetterebbe, ma suo padre. È lui che deve imparare, lentamente e dolorosamente, che educare non significa eliminare il rischio dalla vita di una persona, bensì fornirle gli strumenti per affrontarlo.

La svolta, quindi, arriva quando il padre comincia a comprendere che la sua idea di protezione ha già dovuto pagare un prezzo troppo alto. L’incontro con la moglie defunta, Rotrude, e quello con il vecchio maestro diventano momenti decisivi. Entrambi gli mostrano ciò che egli non vuole accettare: Roswitha non ha bisogno soltanto di essere difesa, ma di conoscere la vita, di sbagliare, di scegliere. «Recidi i fili», è l’invito che riceve: la conoscenza che egli ha voluto negare alla figlia è invece il bene necessario per diventare adulti.

È un passaggio decisivo, perché, appunto, introduce appieno il tema della conoscenza. Conoscere significa distinguere il bene dal male, il vero dal falso, ma significa anche accettare che la realtà non possa essere interamente messa al riparo dal dolore. Roswitha è stata protetta dal mondo, ma proprio per questo non ha potuto imparare a viverci. Il padre le ha dato sicurezza, ma le ha sottratto autonomia.

Alla storia principale se ne affianca un’altra, quella di Annika, la figlia maggiore. È una figura apparentemente marginale che diventa invece, nel finale, davvero fondamentale. Annika ha avuto dal padre un’educazione diversa, fondata sulla libertà; è stata poi allontanata quando la sua adolescenza è sembrata prendere una direzione pericolosa. Sarà proprio lei, tuttavia, la donna che alla fine potrà assumere il ruolo che il padre non è riuscito a portare a compimento.

Ed è qui che il romanzo cambia ancora una volta prospettiva. Quello che sembrava essere il racconto della formazione di una ragazza diventa il racconto della trasformazione di un uomo e, infine, dell’emancipazione di due donne. Roswitha e Annika rappresentano due percorsi differenti verso la libertà, mentre il padre rimane la figura tragica di chi comprende troppo tardi il prezzo delle proprie scelte errate.

Troiani costruisce dunque un’opera difficilmente riconducibile a un solo genere. È favola, romanzo di formazione, allegoria, racconto psicologico e, in alcuni passaggi, quasi ripeto una vera parabola filosofica. Zoologia, pedagogia, religione, morale e psicologia vengono intrecciate senza che mai una dimensione cancelli le altre. Il linguaggio stesso oscilla fra la concretezza dei dettagli e un registro volutamente coerente con l’atmosfera fiabesca del racconto.

Il risultato è un libro che chiede al lettore di andare oltre la vicenda narrata. La domanda fondamentale, infatti, non riguarda soltanto Roswitha e suo padre. Riguarda ogni forma di educazione e, più in generale, il difficile confine fra prendersi cura di qualcuno e pretendere di decidere al suo posto. Fino a che punto è legittimo proteggere chi amiamo? Quando la prudenza diventa paura? E quando l’amore, proprio perché incapace di accettare il rischio, finisce per negare la libertà dell’altro?

La seta, allora, assume il suo significato definitivo. È un filo che unisce, ma può anche avvolgere; è fragile, ma può diventare davvero forte; così può essere tessuto per costruire un abito oppure una barriera. Comunque, e forse soprattutto, può essere reciso.

Troiani, già ricercatore all’Istituto Affari Internazionali di Roma, Researcher Associate al Center for European Studies di Harvard e docente alla State University of New York a Stony Brook, oggi professore incaricato di Relazioni Internazionali alla Pontificia Università San Tommaso d’Aquino di Roma, porta così nel romanzo – prima di tutto – una curiosità per la conoscenza che si avverte anche nella costruzione del contesto narrativo.

La ragazza dei fili di seta è infatti, in fondo, la storia di uomini e donne che devono imparare a recidere i fili che proteggono o li proteggono, quando quei fili hanno smesso di essere protezione e sono diventati impedimento. La metamorfosi dei bachi, che attraversa il romanzo come una seconda voce, suggerisce che vivere significa necessariamente cambiare forma. E nessun cono, per quanto ingegnoso e amorevolmente costruito, deve impedire alla vita di compiere il proprio percorso.

Ma La ragazza dei fili di seta non è comunque un saggio travestito da fiaba. È una storia originalissima sul difficile confine tra amare e possedere, proteggere e limitare, educare e decidere al posto dell’altro.

E lascia al lettore una domanda semplice e tutt’altro che fiabesca: quanto siamo disposti a rischiare per lasciare libero chi amiamo?

News Reporter
Paolo Agnoli, 1955, è un fisico nucleare di formazione, ora in pensione, con anche laurea magistrale in filosofia. Da giovane è risultato uno dei vincitori del premio ‘Enrico Persico’, bandito annualmente dalla Accademia Nazionale dei Lincei. Da anni è ormai appassionato di temi storici e filosofici relativi al dibattito scientifico e culturale in generale. Ha lavorato per molti anni in settori di R&D di aziende a livello nazionale, ed è infine stato cofondatore ed ha diretto per molti anni un'azienda -Pangea Formazione, riconosciuta come Istituto di Ricerca dal Ministero dell'Istruzione dell'Università e della Ricerca-, composta in larga maggioranza di fisici e matematici, impegnata nella progettazione di algoritmi e modelli probabilistici di IA a supporto del processo decisionale industriale, manageriale e strategico. Pangea Formazione è stata acquisita nel 2020 dal colosso americano della consulenza Bain&Company

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