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Quando Isabel Allende è arrivata in California, si esprimeva in un inglese modesto. Con sforzo e un po’ di fortuna riusciva a ordinare da mangiare in un ristorante (quante cose in comune trovo fra lei e me nella mia storia di immigrata)…
Lei si è data come primo obiettivo quello di imparare la lingua. Chi impara una lingua fa un passo importante per assimilare la cultura del paese ospitante.
Il suo secondo obiettivo fu ottenere la patente di guida; e il terzo fu adattarsi a una nuova forma di vita.
Non è stato assolutamente facile per lei. Tutti noi immigrati piangiamo in sogno per le cose che ci lasciamo dietro.
Ogni straniero porta con sé il vuoto delle cose mancanti, ma torniamo a questa grande donna!
Al momento delle sua partenza, all’età di 45 anni, con due figli e con un divorzio alle spalle, Isabel Allende abbandonò la sua terra, e uscì dal suo paese come esiliata politica, così toccava le terre di EEUU come immigrante.

Trenta anni dopo, l’autrice di “La casa de los espíritus” (La casa degli spiriti) diviene la prima scrittrice straniera a ricevere il National Book Award.
“La Casa degli spiriti” raccoglie uno spaccato di vita, racconta il destino e la storia di un popolo. In questo libro di grande fascino, l’amore, la magia, il mistero e i sogni si mescolano alle violenze e agli orrori della guerra cilena che portò all’ascesa di Pinochet. Come sempre la scrittura di Isabel riporta un affresco reale, con diverse note di magia.
La storia di quest’autrice l’avvicina agli immigrati.
Infatti, Isabel dichiara: “Mi identifico con l’idea di lasciare ogni cosa e di tornare a ricominciare; ho fatto questo per ben due volte nella mia vita, e nel mio caso mi ha aiutata il fatto di avere una certa educazione, connessioni e condizioni migliori della gente che esce dal proprio paese senza nulla. I rifugiati politici oggi rappresentano una crisi mondiale e nazionale, aggravata dalla politica di Trump”.
Attraverso la sua fondazione, la scrittrice lavora con e per persone che hanno abbandonato il loro paese di origine. L’autrice a proposito dell’immigrazione dichiara “La gente che si oppone ad accettare i rifugiati, a non prendere in considerazione gli immigranti, non ha idea di cosa sia questo fenomeno; non si rende conto del fatto che nessuno lascia tutto quello che è familiare, tutto quello che ama, la sua casa, la sua lingua, per andare all’avventura verso qualcosa di sconosciuto, dove sa che sarà ricevuto con ostilità. Nessuno lo fa a meno che non sia disperato ”…

La penso come te, Isabel. Ti ammiro da sempre e ho divorato moltissimi dei tuoi libri.
L’ultimo libro che ho letto di questa scrittrice “Más allá del inverno” (Più in là dell’inverno) è dedicato ai rifugiati politici… so che ne ha scritto un altro, che uscirà il prossimo maggio, che ha come tema principale il viaggio del Winnipeg, la barca che organizzò Pablo Neruda per ordine di Pedro Aguirre Cerda e che portò in Cile più di mille rifugiati della Guerra Civile Spagnola.
Dice la scrittrice: “Quando vivevo in Venezuela ho conosciuto Víctor Pey, e lui mi parlò di come era arrivato in Cile. Mi ha detto: ‘… vedi, sono esiliato per la seconda volta’, e questa frase mi è rimasta impressa”…
Isabel racconta ancora: “Dopo abbiamo riallacciato una corrispondenza tramite E- mail e incominciò a interessarmi quest’idea di raccontare la sua storia… Quella gente arrivò iniettata di creatività, di energia, di abilità, smuovendo la società cilena. E i discendenti loro sono brillanti. Il libro racconta la storia di uno di loro. Quando l’ho scritto avevo in mente la voce di Víctor. Non è lui che parla attraverso le mie parole, però è la sua voce”.
In un suo discorso di ringraziamento rivolto al National Book Award, a novembre, Isabel Allende ha detto che uno dei motori della sua vita è stato appartenere a un luogo. “Il mio sposo attuale è nato e ha studiato a New York, si sposò con una donna della sua stessa città e visse sempre nello stesso luogo, finché sono apparsa io, così lasciò tutto ed è venuto in California, però per lui la California è come l’Africa. Tutto il suo mondo è di New York. Quando io vedo qualcuno con quel senso di appartenenza, mi affascina. Quando ritorno in Cile e vedo le mie amiche, sento che appartengo a quel luogo ed è come se il tempo non fosse passato, però io vivo in EEUU. Conduco una vita piena in California e ho amici, però nessuno come quelli che ho in Cile. Nessun luogo è come questo”.

Isabel comunque incontrò, come me, una casa adottiva…
in effetti dice:
“Ho una nuova casa, EEUU mi ha dato quello che nessun altro paese mi ha dato, Obama mi ha consegnato la medaglia della libertà, che è uno dei più grandi onori che può ricevere un civile, e adesso mi hanno consegnato il Premio Nazionale della Letteratura. Mi sento onorata e accettata, però sarò sempre straniera, là e qua.”
Isabel Allende è una donna e scrittrice unica, che con grande maestria trasforma la sua vita in romanzo. È impossibile scordare certi passaggi, i suoi romanzi sono, spesso, confezioni magistrali, ricche di particolari. Ha fatto storie della vita, ha trasformato le tragedie in lezioni di coraggio.

Un esempio è il libro “Paula”, dedicato a sua figlia. In questo romanzo il dolore è affrontato in modo esemplare. Quando Paula, sua figlia, che è una ragazza felice, che conduce una vita semplice a Madrid, insieme a suo marito, lontana dai riflettori, si ammala di Porfiria, che è una malattia gravissima, Isabel decide di “usare la scrittura per distrarre la morte”, come lei stessa afferma.
Usa la magia della parola per evocare e richiamare a raduno, attorno a Paula, tutti i componenti della famiglia, in modo di cercare di trattenere Paula in vita. Purtroppo Paula chiude gli occhi il 6 dicembre 1992 e Isabel scrive nel suo libro “… la tristezza è un deserto sterile. Non so pregare, non riesco a legare due pensieri, meno che mai potrei immergermi nella creazione di un altro libro. Mi rigiro in queste pagine in un tentativo irrazionale di vincere il mio terrore, mi viene da pensare che se dò forma a questa devastazione potrò aiutarti e aiutarmi, il meticoloso esercizio della scrittura può essere la nostra salvezza.”

È incredibile come una donna come Isabel, con una vita così travagliata abbia trovato la forza per uscire dal proprio dolore, per comprendere la sofferenza e il dolore degli altri. Questa autrice racchiude in sé la sintesi della perfetta resistenza. Quando l’impasto della vita si è fatto troppo duro, la scrittrice si lascia abitare dall’impasto molle dell’ispirazione, e porta verso il mondo il suo mondo preverbale di sofferenza deglutita.
Il suo è un viaggio che diviene emozioni collettive. Lei sa di essere fatta di un cuore di emozioni, sa però che le fragilità possono divenire forza e la forza trasformarsi in volontà.
Credo che l’ultimo libro di questa scrittrice deva ancora nascere, ma nel suo nuovo libro dal titolo “Largo pétalo de mar” (Lungo petalo di mare) Isabel Allende narra l’appassionata odissea di una pianista incinta e di un medico che si vedono obbligati ad abbandonare Barcellona quando la città cade in mani del nemico e a cercare una seconda occasione di vita nell’esilio , in un paese remoto, nel quale incominciare da zero. Per riuscire ad approdare in Winnipeg, Roser e Víctor fingono di essere un matrimonio e a loro non rimane un’altra possibilità che sposarsi per questo motivo, senza stare veramente insieme.
In Cile, nella veste di una famiglia tradizionale, troveranno nuove radici e un promettente futuro, però la minaccia di una nuova dittatura metterà in discussione, nuovamente, i loro piani…
Buona lettura!

di Yuleisy Cruz Lezcano

News Reporter
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