INTERVISTA A GIUSEPPE ALBANESE, PIANISTA E FILOSOFO DI ECCEZIONE

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Quali ragioni ti hanno indotto ad intraprendere studi universitari filosofici, essendo un pianista? In che senso, nella tua tesi di laurea, parli di “estetica” riguardo alle “Années de pèlerinage” di Liszt?
Come per molti, l’incontro con la filosofia avvenne al primo liceo classico, e fu subito colpo di fulmine. Ho sempre avuto, sin da bambino, un’indole assai incline alla meditazione sul senso dell’esistenza e della morte. Se poi pensiamo che alla base della riflessione filosofica (e dell’espressione artistica) sta il senso di meraviglia per la vita, lo stesso che anima le emozioni espresse dalla musica, allora il gioco è fatto. Provengo da una famiglia di laureati e mi è venuto del tutto naturale completare un percorso di studi. La scelta di affrontare Liszt, oggetto della tesi, per una commissione formata unicamente da filosofi, era anche dovuta al fatto che egli – musicista – avesse scritto, di proprio pugno, in materia di filosofia della musica. Les “Années de pèlerinage”, infine, mi consentivano di parlare delle diverse fasi della sua evoluzione creativa, trattandosi di un’opera la cui stesura ha praticamente impegnato Liszt durante quasi tutto l’arco della sua vita. Ho tentato di far notare come il numero dei “3 anni” ricordasse la filosofia di Hegel e le sue “triadi” (con riferimento alla tripartizione di “tesi, antitesi e sintesi”): il 1° Anno, Svizzera, pone la Natura al centro; il 2° e il 3°, entrambi Italia, rispettivamente l’Arte e lo Spirito. Ma il numero 3 ricorre anche in un altro parallelo, quello con la filosofia di Kierkegaard, volendo assimilare le tre “annés” ai tre stadi (estetico, etico e religioso). In sintesi, l’oggetto della trattazione è inteso come il frutto di una estetica del contenuto, ovvero di una concezione della musica come espressione attraverso i suoni di contenuti umani. La questione spinosa si rifà alla diatriba tra coloro che concepiscono la musica come linguaggio intraducibile e chi, come Liszt, rivendica il diritto di suggerire al pubblico – attraverso il suo simbolismo – quale sia l’ispirazione che lo ha condotto a scrivere musica che si distingue per le sue componenti “elevate”.


– Quali sono stati i tuoi mentori?
Il compianto Derek Han è stato il primo a dire alla mia famiglia che avrei potuto diventare professionista, sin dai miei 11/12 anni. La mia formazione è stata estremamente eterogenea. Anna Maria Cristina Raffa, docente al Conservatorio di Pesaro, mi ha seguito fino al diploma, che ho conseguito in 3 anni (anziché 10), a un anno dalla maggiore età. Ciò è accaduto in quanto, dopo la mia ammissione, fui confermato al 5°; in seguito, anticipai sia l’8° che – da privatista – il diploma. A ottobre 1995 ero comunque già ad Imola. Quest’ultima (l’Accademia internazionale “Incontri col Maestro”) è stata la formazione (dovrei forse dire il perfezionamento?) più lunga, che mi ha coinvolto per 10 anni. 

– Quali sono stati i concorsi pianistici più prestigiosi ed importanti, in cui ti sei distinto e affermato, ai fini della tua carriera concertistica?
Sicuramente, il “Premio Venezia”, nel 1997 (avevo 18 anni); ancora oggi, rimane il più importante nazionale; vengono invitati tutti coloro che si sono laureati almeno col massimo dei voti (eventualmente, lode e menzione d’onore/speciale).

Questo premio dà l’opportunità di suonare in svariate città italiane ed ottenere visibilità.  
Al concorso “Ferruccio Busoni” (2003) ho vinto il Premio speciale per la migliore esecuzione di un’opera contemporanea. Inoltre, il concorso internazionale che mi ha profondamente gratificato (2003), è il Premio “Vendome” (con una giuria altamente qualificata). 

– Quali attività di musicista svolgi, in questo periodo? Hai dei progetti futuri, imminenti o a lungo termine?
Attualmente (come da sempre) sono concertista solista (recitals o concerti per piano e orchestra), mentre la musica da camera è da me frequentata meno assiduamente (ciononostante, suonerò con “Il quartetto della Scala” a ottobre). Sono professore di pianoforte al Conservatorio di Cesena; precedentemente, al “Rossini” di Pesaro e al “Tartini” di Trieste.

In merito ai miei progetti futuri, affronterò programmi in cui compariranno Skrjabin e Rachmaninoff, di cui ricorrono degli anniversari (morte del primo e nascita del secondo). Il programma del mio ultimo disco, “Invito alla danza” (il mio terzo tra quelli pubblicati su etichetta “Deutsche Grammophon”), avendo subito il blocco della pandemia (è uscito a gennaio 2020), rappresenta il repertorio con il quale continuerò a cimentarmi, ancora per i mesi futuri. Da quando ho inciso questo CD, noto che diversi contesti concertistici contemplano la presenza di danzatori, assieme al/ai musicista/i. Quest’estate realizzerò infatti anche alcuni spettacoli con la presenza del noto ballerino Giuseppe Picone. È di imminente uscita sul mensile “Amadeus” una mia registrazione inedita dei Concerti di Mozart nn. 18 e 21. Il genere del concerto per pianoforte e orchestra, devo dire, mi è molto caro (sarà per questo che ho un repertorio di più di 40 concerti alle mie spalle, già eseguiti: tra i più noti, quelli di Beethoven, Chopin, Liszt, Tchaikovsky, Rachmaninoff, Prokofiev etc.).

Stefano Chiesa 

News Reporter
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