‘Il Conciaossa’: il ritorno di Paola Musa per raccontare la fame degli invisibili

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IL CONCIAOSSA – ARKADIA EDITORE ©2026

Invitante, evocativo allo sguardo. Una copertina lucida, dai colori tenui. Un libro che da subito si avverte impaziente di raccontare la storia che racchiude tra le sue pagine.
È Il Conciaossa di Paola Musa: un piccolo scrigno colmo di frammenti di amara quotidianità, disperatamente intrisi di vita.
L’autrice torna così a esplorare l’attrito dei margini sociali con un romanzo breve, denso, governato da un incedere narrativo fatto di odori, desideri soppressi e piccole superstizioni quotidiane.
Al centro c’è Michele Miluzzi, quarantacinquenne ex cameriere invalido, abitante di una borgata romana segnata dallo spaccio, dalla microcriminalità e da una miseria quasi di stile, ormai sedimentata nei gesti abituali, nel celarsi dietro le finestre, negli interni domestici, nei rapporti sospettosi tra vicini.
Michele sopravvive tra pensieri consueti; lo fa ascoltando radiodrammi, cucinando e mangiando compulsivamente, osservando e fantasticando.
È innamorato di Matilde e lo lascia intuire in maniera quasi ossessiva: ama da lontano, in maniera eccentrica e febbrile, come si ama quando la vita ha già tolto troppe possibilità, eliminando risorse, lasciando soltanto gli sguardi, quasi a infliggere un’ironica condanna.

Il titolo potrebbe far pensare a un noir dagli elementi orrorifici, uno psicodramma attuale carico di folklore urbano.
In realtà il conciaossa è prima di tutto una maschera.
Michele se la costruisce addosso con una goffaggine che fa tenerezza e allo stesso tempo inquieta.
Si reinventa “conciaossa”, una specie di antenato del moderno osteopata, ma con elementi in più da guaritore e sensitivo.
Il paradosso è evidente: proprio colui che incarna fratture nell’anima, solitudini e bisogno di apparire, prova a diventare il sostegno degli altri.
La forza del personaggio nasce proprio da questa sproporzione. Michele desidera fortemente un ruolo e la borgata gli concede un protagonismo ambiguo, sporco e pericoloso.

Il vizio capitale della gola diviene fulcro, ma supera fin da subito la dimensione alimentare: il cibo è presente, concreto e perfino comico, ma diventa una sorta di linguaggio profondo.
Michele mangia (male), per compensare i suoi bisogni, ma frigge per mandare segnali. Cucina per affrontare il trascorrere del tempo e per spegnere l’ansia, di conseguenza trasforma il cibo in rituale.
La gola diviene quindi fame d’amore nelle sue molteplici sfumature.
In questo senso il romanzo raccoglie un classico degli antichi temi morali e lo plasma nel presente, tra palazzi logori, vicoli, spacciatori, paure, illusioni e sopravvivenza urbana.

La Roma raccontata da Paola Musa appartiene a una geografia periferica che conserva solo qualche residuo di vitalità popolare e qualche lampo di solidarietà. Intorno domina un senso di logoramento; tutto appare consumato: i luoghi, i rapporti, le possibilità di riscatto.
Eppure l’autrice evita il compiacimento del degrado, non si limita a trasformare la miseria in scenografia, ma la affronta sempre in modo controllato. Questo è un punto importante: il romanzo restituisce presenza a personaggi che nella realtà verrebbero probabilmente liquidati con una semplice diagnosi sociale.

Michele Miluzzi è certamente un protagonista rischioso: bastava poco per trasformarlo in una caricatura: l’uomo solo, sovrappeso, innamorato senza speranza, ridicolo nei suoi tentativi di essere qualcuno.
Paola lo tiene però in una zona più interessante, dove il grottesco e la compassione si sfiorano diventando complici. Michele può far sorridere, irritare, commuovere e mettere a disagio. Questa mobilità emotiva dà al romanzo una qualità umana rara. Il lettore entra in una dimensione dove la fragilità del personaggio coincide anche con la sua pericolosa impreparazione alla vita.

Uno degli aspetti migliori del libro è la capacità di far nascere tensione da gesti apparentemente minimi. L’annuncio delle retate attraverso la frittura, per esempio, ha qualcosa di assurdo e insieme perfettamente credibile dentro il microcosmo narrativo. È un’invenzione potente perché lega golosità, odori, superstizione e bisogno di visibilità in un solo gesto. Attraverso questo Michele cerca di fare effetto sul suo mondo circostante, vuole che qualcuno si accorga di lui. Il problema è che gli ambienti su cui cerca di fare presa, non perdonano l’ingenuità e la sua messinscena si trasforma in una trappola.

La scrittura di Paola Musa presenta un passo sicuro. Ha la compattezza del romanzo breve, senza dispersioni inutili, e una naturale predisposizione alla scena.
Si avverte un impianto teatrale e una narrazione cinematografica nei dettagli. La lingua alterna crudezza, pietà e realismo mantenendo uno stile riconoscibile.
Il risultato è rapido solo in apparenza: è un libro che si legge in poco tempo, ma che ti resta addosso.

Il conciaossa conferma anche la coerenza del progetto di Paola sui vizi capitali. La gola qui è in fondo una condizione collettiva. Tutti i personaggi che ruotano intorno a Michele sembrano divorati da qualcosa: dalla solitudine, dalla paura, dall’abitudine, dalla necessità di arrangiarsi, dal desiderio di uscire per un momento dall’anonimato. La borgata stessa appare golosa di tali personaggi. Traspare il suo fottuto bisogno di alimentarsene.

In definitiva Paola Musa firma un romanzo maturo e profondamente umano, capace di unire materia popolare e riflessione sociale. La sua incursione urbana non offre consolazioni gratuite: attraverso Michele Miluzzi, infatti, l’autrice mette in risalto la schiera degli ultimi, finendo col rivelare l’ossatura fragile di un intero ecosistema sociale.

MIRKO FRANCESCONI

News Reporter
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