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L’AI non è il vero problema. Il primo problema è sapere che scuola vogliamo

Che cosa accade alla scuola quando l’intelligenza artificiale entra nei compiti, nelle verifiche, nella preparazione delle lezioni, nella valutazione? La risposta più immediata sarebbe interrogarsi sugli strumenti: quali usare, come usarli, quali vietare.

Carmen Dal Monte, nel suo La scuola nell’era dell’AI, sceglie invece una strada diversa: partire dalla scuola e dai suoi fini, non dalla tecnologia:

“La questione tecnologica è solo la superficie. Quello che cambia, quando strumenti generativi entrano nei processi della scuola, è qualcosa di più profondo: cambia il modo con cui si prepara una lezione, si corregge un elaborato, si costruisce un giudizio sul lavoro di uno studente; quando il prodotto finale rende meno leggibile il percorso che lo ha generato. Cambia il modo con cui un dirigente deve prendere decisioni su strumenti che i suoi docenti stanno già usando, spesso in modo diverso l’uno dall’altro. Cambia, in modo sottile ma reale, il peso di alcune responsabilità che sembravano ovvie e che oggi richiedono di essere ridiscusse”.

Ph.D. in filosofia e CEO di TakeFlight, società che opera nell’intelligenza artificiale per scuole e imprese, Dal Monte costruisce un saggio che ha un’ambizione precisa: aiutare dirigenti e docenti a “capire, scegliere e governare” l’AI senza lasciarsi gestire da essa. La tesi può essere efficacemente sintetizzata in una frase: l’intelligenza artificiale non sostituisce la scuola, la espone. Espone criteri, abitudini e fragilità che già esistevano, ma che la nuova tecnologia rende più difficili da ignorare. L’AI non crea quindi necessariamente problemi: spesso li rende semplicemente impossibili da nascondere.

È forse questo il contributo più interessante del libro. L’intelligenza artificiale diventa infatti l’occasione per tornare a interrogarsi su questioni che precedono di molto ChatGPT. Che cosa significa imparare? Che differenza c’è fra informazione, conoscenza e giudizio? Che cosa stiamo realmente valutando quando giudichiamo un compito? E, soprattutto, quanto conta il percorso attraverso il quale uno studente arriva a una risposta?

Da qui Dal Monte introduce una distinzione importante fra informazione, conoscenza professionale e giudizio. L’AI può organizzare dati, sintetizzare documenti, produrre spiegazioni e suggerire feedback; ma il giudizio educativo implica una responsabilità che riguarda una persona concreta, una classe concreta, un determinato momento del percorso. Per questo la competenza del docente non diminuisce con l’AI: cambia forma e, anzi, diventa ancora più importante. Perchè questa competenza può far diventare migliore anche il percorso dello studente.

Particolarmente convincente è l’analisi del rischio di confondere l’assistenza con la sostituzione. Una risposta fornita troppo presto può impedire allo studente di costruire la domanda; una semplificazione può rendere un testo più accessibile ma anche privarlo della difficoltà necessaria per imparare; una personalizzazione può moltiplicare i materiali senza costruire un vero percorso personale. Il libro insiste così su un’idea pedagogica essenziale: non tutto ciò che rende più facile un compito rende migliore l’apprendimento.

La seconda parte affronta tempo, progettazione didattica, valutazione, autonomia, pensiero critico e inclusione. La terza passa dall’uso individuale alla governance dell’AI. Qui il libro assume anche un carattere operativo: ricognizione delle pratiche già esistenti, linguaggio condiviso, sperimentazioni circoscritte, verifica dei risultati e trasformazione delle esperienze in criteri comuni. La roadmap del primo anno presenta l’innovazione come un processo graduale, non come una nuova incombenza burocratica.

Dal Monte non indulge né nell’entusiasmo tecnologico né nella nostalgia per una scuola pre-digitale. Il suo criterio non è “AI sì” o “AI no”, ma: per quale finalità educativa, in quale momento e sotto quale responsabilità? E il ricorso a studi empirici evita di affidare l’argomentazione soltanto alle impressioni.

Un possibile limite. La scelta di privilegiare criteri, responsabilità e governo porta talvolta il libro lontano da una discussione dettagliata delle singole tecnologie. Ma è una scelta del tutto coerente con la tesi dell’autrice. Gli strumenti cambiano rapidamente; i criteri con cui una scuola decide che cosa vale la pena automatizzare e che cosa no dovrebbero cambiare molto più lentamente.

Alla fine resta una domanda che riguarda non soltanto l’AI, ma l’idea stessa di scuola: prima di chiedersi che cosa possiamo fare con una tecnologia, sappiamo ancora dire che cosa vogliamo ottenere educativamente, che cosa vogliamo davvero fare della scuola?

È su questo terreno, più che su quello della novità tecnologica, che si gioca la partita decisiva. E il libro di Carmen Dal Monte ha il merito di ricordarcelo.

News Reporter
Paolo Agnoli, 1955, è un fisico nucleare di formazione, ora in pensione, con anche laurea magistrale in filosofia. Da giovane è risultato uno dei vincitori del premio ‘Enrico Persico’, bandito annualmente dalla Accademia Nazionale dei Lincei. Da anni è ormai appassionato di temi storici e filosofici relativi al dibattito scientifico e culturale in generale. Ha lavorato per molti anni in settori di R&D di aziende a livello nazionale, ed è infine stato cofondatore ed ha diretto per molti anni un'azienda -Pangea Formazione, riconosciuta come Istituto di Ricerca dal Ministero dell'Istruzione dell'Università e della Ricerca-, composta in larga maggioranza di fisici e matematici, impegnata nella progettazione di algoritmi e modelli probabilistici di IA a supporto del processo decisionale industriale, manageriale e strategico. Pangea Formazione è stata acquisita nel 2020 dal colosso americano della consulenza Bain&Company

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