Sito Personale Yuleisy Cruz Lezcano
Yuleisy Cruz Lezcano è poetessa, scrittrice, traduttrice, attivista e professionista della salute. Nata a Cuba e residente a Marzabotto (Bologna), è cittadina italiana e una delle voci della diaspora cubana nella letteratura contemporanea italiana. La sua attività letteraria unisce poesia, narrativa e impegno civile, affrontando temi come memoria, identità, diritti umani, violenza di genere, giustizia sociale e sicurezza sul lavoro. Nel 2026 ha pubblicato Crimini della sicurezza, raccolta di racconti e poesie dedicata ai gravi infortuni e alle morti sul lavoro, alle vittime e alle loro famiglie. L’opera, nata dall’impegno dell’autrice per la memoria e la cultura della prevenzione, ha vinto il Premio Internazionale Letteratura Italiana Contemporanea 2026. Una sua poesia dedicata alle vittime del lavoro è stata letta dall’attore Alessio Vassallo alla Camera dei Deputati, mentre un’altra è stata scelta dalla famiglia di Luana D’Orazio e dal Consiglio Regionale della Toscana per iniziative di memoria dedicate alla giovane operaia. Nel 2024 ha pubblicato Di un’altra voce sarà la paura (Leonida Edizioni), raccolta poetica dedicata alle donne vittime di violenza, candidata al Premio Strega Poesia e selezionata per il Salone Internazionale del Libro di Torino. È autrice di diciotto libri, alcuni pubblicati in edizione bilingue e tradotti in spagnolo, portoghese, inglese, francese e albanese. Ha conseguito la Laurea in Scienze Biologiche e la Laurea Magistrale in Scienze Infermieristiche e Ostetriche presso l’Università di Bologna e frequenta un Master di II livello in Gestione della violenza in ambito sociale, sanitario ed educativo.
Da anni svolge attività culturale ed educativa attraverso conferenze, laboratori, reading e progetti dedicati alla prevenzione della violenza, all’educazione emotiva, alla cultura del consenso e alla sicurezza sul lavoro.

Ho letto “Crimini della sicurezza” e quello che mi ha subito colpito è che il libro alterna prosa narrativa e poesia, con ogni storia che finisce e la poesia che arriva come un respiro trattenuto troppo a lungo. A volte sono due pagine di prosa, altre volte sei. Un ritmo irregolare come la dolorosa amarezza che somiglia a quella del lutto vero. Il momento in cui dici cosa è successo, e quello successivo in cui non riesci più a raccontare e ti resta solo un sordo suono strozzato in gola.
La prosa di Cruz Lezcano ha una qualità che in Italia vedo raramente. Sa stare nel quotidiano senza essere banale, come nel racconto di Luana D’Orazio. La madre, Emma, sta facendo il tiramisù. La crema non si monta. Gira e rigira, il mascarpone resta grumoso. E intanto, alle 9:46, Luana è già morta, risucchiata da un orditoio con la saracinesca disattivata. L’autrice non forza il parallelismo, lascia quel tiramisù non montato lì sul tavolo, come un oggetto che ha capito prima della persona. Mi ha fatto pensare al modo in cui certa narrativa sudamericana tratta gli oggetti come testimoni muti, come lo scrittore Juan Rulfo in “La pianura in fiamme”. Solo che qui non c’è il suo realismo magico, ma una cucina italiana, una madre, un cucchiaio di legno, quotidianità domestica.
Il “Memorial Van Toff” è il pezzo che più mi ha commosso. Ruggero è un ragazzo che gioca a bene a calcio. Gli amici lo chiamano “Van Toff”, storpiando Van Basten. Ha un fratellino di ventiquattro anni più piccolo, Matteo, che lo chiama “Tato”. Un giorno Ruggero muore in fabbrica, alla Magona, nel 1998. E qui arriva la scena che ti spezza. Il padre Roberto deve dirlo al piccolo Matteo e cerca di farlo con dolcezza, dicendogli: “Ho due notizie, una bella e una brutta”. La brutta è che Tato si è fatto male e non tornerà. La bella, nel tentativo disperato del padre di dare un senso a qualcosa che senso non ha, è che Mamma Elena, morta tempo prima, è venuta dal cielo a prenderlo. Matteo ci pensa su. Poi dice, serio: “Sono contento per mamma Elena”. Pausa. “Ma l’altra è brutta brutta”. Cruz Lezcano scrive i dialoghi dei bambini senza infantilizzarli, e questo è raro. Li lascia parlare con la loro logica storta e precisa.
Le poesie, secondo me, sono il vero pulsante cuore del libro, quello che lo distingue da un’inchiesta o da un reportage. Cruz Lezcano pensa per immagini, per compressioni e salti logici.
“Binario buio”, dedicata ai morti di Brandizzo, ha un attacco che mi ha fermato: “C’era un piccolo mondo custodito dentro mani di ferro, / una luce magra appesa al respiro della notte”. Mi ha ricordato la figura e la poetica di Vittorio Sereni, nella capacità di dare un peso fisico a ciò che è immateriale. La poesia di Cruz Lezcano riesce anche a essere più più cruda, più diretta: “«Tuo fratello è morto». Basta / e la frase cadde nel pianto.” Quel “Basta” isolato, quel verso monco, è un gesto di scrittura che significa più di dieci aggettivi.
“Trama recisa”, per Satnam Singh, il bracciante indiano a cui il datore di lavoro non ha prestato soccorso e lo ha abbandonato con il braccio mozzato accanto a una cassetta di frutta, ha un ritmo che ci riconduce al poeta Franco Loi, quando mescola il dialetto della strada con un respiro quasi biblico. “Satnam camminava in silenzio, con i piedi immersi nella polvere di un campo che non era suo, / sotto un cielo che prometteva pioggia ma non giustizia.” Quel “non era suo” è un verso politico nel senso più antico e più nobile.
Lei sa scrivere del silenzio come presenza fisica. “Il non-rumore dei passi che non torneranno, delle chiavi che non gireranno più nella porta, del pallone che non rimbalzerà nel cortile.” In quel passaggio del “Memorial Van Toff” c’è tutta una poetica in cui non descrive il vuoto. Spiega ciò che il vuoto ha tolto ed stato riempito dal silenzio, crudele e vero.
A fine lettura pensi a chi si sveglia alle cinque, prepara la moka, chiude la porta di casa e non torna più. Prima di questo libro era un pensiero che scivolava via, o che sceglievo di evitare. Qui non puoi scantonare. L’autrice ti afferra per il collo e ti costringe a guardare le persone: il ragazzo del pallone, la donna che voleva recitare, il padre con l’armonica.
Tutta gente morta mentre il resto del mondo continua a girare. E adesso ti ritrovi lì, da solo sul divano, con questa sensazione fastidiosa addosso. Un po’ come quando ti scopri un livido sulla pelle e non ricordi nemmeno dove lo hai preso.
Piergiorgio Leaci
