“I Trotta erano un casato di recente nobiltà. Il loro progenitore aveva ricevuto il titolo dopo la battaglia di Solferino. Era sloveno. Sipolje – il nome del villaggio d’origine – divenne il suo predicato nobiliare. Il destino l’aveva prescelto ad autore di un gesto straordinario. Ma egli provvide a che i tempi futuri perdessero memoria di lui.” Così inizia il romanzo capolavoro di Joseph Roth, scrittore nato nel 1894 a Schwabenhof, in Austria. Nei suoi testi si narra di personaggi che assistono al lento tramonto di un mondo, la “Felix Austria” dell’impero austroungarico di Sua Maestà Francesco Giuseppe. La Marcia di Radetzky venne pubblicato nel 1932.
Di mano in mano che sulla scena compaiono i vari personaggi si ha come l’impressione che ognuno di loro sia portatore di un alone surreale che lo sovrasta, da cui non può fuggire e che conduce a un’unica conclusione, la morte.
Non si tratta solo della fine di una istituzione statale secolare, l’impero asburgico. Ogni pagina del romanzo tratteggia il lento declino di una visione della vita, di un modo di esistere e di interpretare il mondo che, dopo la dissoluzione dell’impero che riuniva una miriade di nazionalità dell’Europa centro-orientale e balcanica, scomparirà per sempre.
Tre generazioni di Trotta sono l’emblema di questo lungo crepuscolo culturale. L’ultimo esponente della famiglia, Carl Joseph, pur ripudiando interiormente la disciplina militare resterà fino alla fine un soldato, e parteciperà alla primo conflitto mondiale, dimostrando che le qualità migliori ereditate dal nonno erano rimaste intatte in lui.
Si potrebbero trovare tanti messaggi al termine della lettura di questa storia: critica all’ipocrisia della nobiltà, ripudio della guerra, amore per la famiglia, spirito di sacrificio e tanto altro.
Se dovessi però indicare un’immagine che mi rimane come suggello di tutto il romanzo potrei riportare queste poche frasi, tratte da uno dei capitoli centrali dell’opera: “Il signor von Trotta sedeva perplesso accanto a suo figlio, non capiva bene ciò che diceva Carl Joseph ma pure intuiva che non era soltanto l’ubriachezza a farlo parlare così. Sentiva che dal profondo gridava aiuto, e lui non era in grado di darglielo! […] Perché era solo, solo a questo mondo! E anche questo mondo crollava! […] lui era solo, voleva rivedere il figlio ancora una volta, e il figlio era altrettanto solo e forse, poiché più giovane, più vicino al crollo di quel mondo.”
La solitudine dell’uomo che prende coscienza della precarietà della propria esistenza e del mondo che lo circonda, questa è la conclusione a cui si giunge ancora prima di arrivare alle ultime pagine del testo. Niente è per sempre, la sicurezza del proprio essere è solo un abito mentale che chiude gli occhi di fronte alla realtà.
