
1. Sull’immersione culturale e l’ambientazione
“Il mio Pandit preferito” non è un semplice thriller poliziesco, ma un vero e proprio affresco sensoriale e culturale di Mumbai. Dalle baraccopoli di Dharavi ai caffè di Bandra, fino ai docks di Sasson, la città è descritta con una vividezza e un rispetto che evitano accuratamente gli stereotipi occidentali. Qual è stato il suo processo di ricerca e di “immersione” per rendere così autentica l’atmosfera indiana, e quanto è stato difficile bilanciare la bellezza di questa cultura con le sue profonde contraddizioni sociali?
Come mi sono trovato più volte a dire, a chi mi chiedeva tra amici e conoscenti, od in occasione della presentazione del libro tenuta presso una delle sedi del Rotary Club della provincia di Cosenza, da ragazzino fino alla modesta età di sessantacinque anni, ho condotto ogni personale esperienza letteraria sempre attraverso una lente Salgariana. Con il vantaggio, rispetto al maestro Emilio, che la levatrice della vividezza emotiva è stato il supporto mediatico dei viaggi virtuali tramite specifiche applicazioni. Un escamotage che ha supplito la cecità esperienziale sobillando la pulsione creativa, perché in quelle immagini mi sono calato ed ho respirato l’odore della terra e quello acre delle fonderie a cielo aperto, il cui calore avvampante delinea le rughe e la durezza di una vita che non fa sconti a partire dall’infanzia. Insomma una sorta di empatia a pelle preceduta da una certosina consultazione di articoli divulgativi o di indagine etno-sociologica per creare la “struttura cognitiva portante”, il canovaccio concettuale pronto ad essere riempito con la miriade di emozioni che nascevano dallo sposalizio tra l’immediatezza di un cosmo umano alla gorgogliante ricerca di una sua ragion d’essere e la curiosità dello scrittore nel farsi condurre dal dipanarsi delle idee che su carta trovavano la strada della trama in essere. Così mi sono calato nella caleidoscopica e disperante realtà di un paese di cui, a piene mani, ho raccolto la forza evocatrice, testimone di una civiltà tanto solida e potente, quanto alla resa dei conti con nuove consapevolezze “esistenziali” che dovranno trovare necessariamente una loro ragion d’essere per non deflagrare in conflitti dai connotati inquietanti.
2. Sulla complessità psicologica dei personaggi
La protagonista, l’ispettore Aishwayra Jai, incarna una dicotomia potente e dolorosa: da un lato il rigore della legge e il senso del dovere ereditati dal padre, dall’altro la lotta per la propria identità, la libertà emotiva e l’amore per Lalima. Allo stesso tempo, anche figure apparentemente negative o secondarie (come Chirag Nita, Indulala o Budhil) sono tratteggiate con sfumature psicologiche profondamente umane. Quanto della psicologia dei suoi personaggi nasce dall’osservazione della realtà e quanto dalla sua necessità di esplorare i conflitti interiori dell’essere umano schiacciato dai sistemi sociali?
Se parliamo di sensibilità psicologica ritengo che l’esperienza individuale è senza dubbio maestra di vita. Con questo intendo l’eseguire percorsi di completa immersione in condizioni dove la “via delle emozioni” e la “capacità di esternarle” sono difficili ed articolate, spesso causa di sofferenza e difficoltà relazionale. Attraversando questi stadi di maturazione individuale si viene forgiati all’ascolto, all’attenzione sul dettaglio che schiude lo sguardo a sussurri o voci anelanti. Così si respira lo spessore umano altrui e la rielaborazione narrativa diventa strumento di condivisione con la comunità civile. D’altro canto questa rielaborazione, anche nei romanzi precedenti, ha preso il volto della sintesi tra struttura sensoriale-cognitiva dei singoli personaggi e sovrastruttura dei sistemi sociali con il loro ordinamento fatto di convenzioni e leggi, frutto della specifica georeferenziazione di cultura e tradizioni. La identità prende forma e si sfaccetta in tale cornice promuovendone una collettiva che spinge all’armonizzazione dei rapporti, tuttavia se questa non è dotata degli anticorpi della capacità di integrare l’infinita diversità individuale nascono i conflitti legati alla semplificazione della complessità ed alla banalizzazione del disagio altrui. Si alimenta il pregiudizio. La sopraffazione diventa strisciante.
3. Sulla gestione dei temi sociali nella narrativa
Nel romanzo, la trama investigativa si intreccia in modo indissolubile con temi sociali scottanti e attuali: lo sfruttamento del lavoro minorile, le dinamiche del sistema delle caste, la corruzione e la lotta per i diritti LGBTQ+ in un contesto tradizionalista. Come ha lavorato a livello di scrittura per denunciare queste ingiustizie senza che il romanzo rischiasse di diventare un semplice “manifesto” o un trattato sociologico, mantenendo invece alta la tensione narrativa e l’empatia del lettore?
È stata una priorità. Forse in questo aiutato dall’esperienza maturata nella didattica che esercito da un trentennio. La necessità di esplicare concetti, a volte complessi, senza destare noia o dare l’idea di essere soggetti passivi in un rapporto monodirezionale. Quindi stimolare, incuriosire, a volte con una giusta dose d’ironia, Rendere l’interazione funzionante. Traslato sul piano narrativo questo ha significato fare in modo che i singoli personaggi, le loro esperienze di vita, diventassero “vibranti esemplificazioni” delle tematiche che mi premeva sviluppare, ciascuno un monito che rendeva carne e parole concetti diversamente astratti, ovvero non trattare di essi direttamente ma della gioia e del dolore, dello stupore e della paura, dell’amore e dell’odio che da essi derivano, fare cioè, dei protagonisti degli “ambasciatori emotivi”. In questo modo attivo la scintilla della reciprocità, il rapporto va da un attore all’altro e viceversa: lo spunto dato dall’accendere una vicenda introduce il lettore nella pagina e lo accompagna, guidato dall’animosità delle interazioni umane, nell’acquisizione di quelle sollecitazioni critiche che mi interessa promuovere.
4. Sulla struttura narrativa e la polifonia delle voci
La struttura del libro è ricca e polifonica. Gestisce con maestria molteplici filoni che convergono: l’omicidio di Tejal, la morte di Chirag, le indagini di Aishwayra e gli archi narrativi di personaggi come Udipti, Mani Rai o la stessa Indulala. Qual è la sua “cassetta degli attrezzi” da scrittore per orchestrare questa complessità senza perdere il filo conduttore? E come decide, durante la stesura, quando un personaggio secondario merita di prendersi la scena e diventare protagonista di un proprio momento di rivelazione?
È tutta questione di plot. Al caso lascio molto e poco al contempo. Il molto è dato dall’ispirazione che si autoalimenta quando sviluppo “una scena”, “un dialogo”, “una descrizione”, ”un momento di introspezione”, lì è bello seguire in maniera quasi compulsiva il flusso che dalla soglia della creatività si affaccia sulla pagina calligraficamente in un’attesa che, per fortuna, di rado disattende. Poco perché prima di passare alla tastiera del PC trascorro mesi a sviluppare la successione dei capitoli : qui, come attraverso una porta girevole i personaggi fanno il loro ingresso, si mostrano, interagiscono, danno il loro contributo alla trama, quindi lasciano la scena, attraverso il tornello dell’alternanza, per poi riapparire quando sono chiamati a riattivare o un ruolo strettamente funzionale alla componente “giallo-noir” o allo sviluppo di una delle tematiche (sociali, ambientali, di prassi politica) che ho deciso di sviluppare. Il tutto in un equilibrio della “rappresentanza” che non deve mai venire meno per impedire che un indugiare troppo faccia perdere la costruzione del mosaico, dove ogni tassello, per forma, disegno e colore trova vita e vitalità solo nella misura in cui si armonizza con gli altri.
5. Sul titolo e il messaggio filosofico dell’opera
Il titolo “Il mio Pandit preferito” evoca una figura di guida spirituale, saggezza e maieutica (incarnata nel libro da personaggi come Narendranath), in netto contrasto con il cinismo, la corruzione e il maschilismo che permeano gran parte della società descritta. Alla fine del romanzo, Aishwayra trova una sua “resurrezione” e una nuova missione al di là delle divise e dei pregiudizi. In un’epoca di grande confusione valoriale, quale messaggio di speranza o di “rinascita” desidera lasciare al lettore attraverso quest’opera?
Questa è una buona domanda. Credo quasi necessaria. E nella misura in cui lo è la risposta non appare per nulla semplice perché rischia di essere banale o meramente declamatoria. La maniera più semplice di replicare sarebbe la usata ed abusata espressione “la vita costruisce la cornice e noi quanto è rappresentato al suo interno”. Come dire: qual è il contributo di un singolo al cammino della specie homo sapiens lungo la sua storia evolutiva? Ed in questo non intendo solo la parte biologica ma anche (se non soprattutto) quella culturale, quella che ci da identità e quindi capacità di costruirlo concretamente un tale cammino. Parafrasando Darwin direi che è tutta questione di “plasticità”, di cui fortunatamente è ampiamente dotata la nostra mente. Ecco perché ognuno va accompagnato nel suo percorso di formazione identitaria, per acquistare saldezza, sensibilità e consapevolezza, che ci rende persone duttili e versatili, capaci di riconoscere nell’altro, nella sua diversità valoriale e prospettica, un’immensa opportunità, una chiave di arricchimento e di scoperta più “piena” della realtà, al di là delle sirene di mondi virtuali che, ambiguamente, ci vengono mostrati come l’eden perduto, al contrario porte verso la dissoluzione di un’autentica capacità relazionale che costituisce la nostra ragione d’essere.
