
Facebook – Instagram – Youtube – Youtube
Michela Lombardi, di Monte S. Angelo (Fg), vive a Manfredonia, dove insegna. Dal 2015 comincia a scrivere poesie, pensate ed elaborate sin da piccola, insieme ad altri autori, in diverse antologie: Luci sparse (2021), Premio internazionale Dostoevskij
(2022), Tra un fiore colto e l’altro donato (2022), Il Sentiero dell’Anima (2024 e 2025), Residenza culturale Letteratura e Poesia, un monte in cammino Monte Sant’Angelo (2024). Del 2023 è la prima raccolta personale di poesie in versi liberi Pensieri doppi. Del 2024 è la raccolta di poesie ed epistole, Le betulle. Del 2025 Franca e il Samovar; del 2026 La finestra (digressioni). Membro del Centro Studi Cristanziano Serricchio, le sue poesie sono oggetto di numerosi reading e riconoscimenti.

Impattante
la miopia di coloro che
non avvistano e non riconoscono
le concrete necessità
dei fragili
marginalizzati
dal cosciente potere capitalistico
organizzato sul consenso politico
dell’altrettanto potere sottrattivo
senza confronto reale e
dissenso costruttivo… (Oligarchia)
Il piacere del testo poetico di Michela Lombardi è dettato dal linguaggio utilizzato, tendente al metalinguaggio interiore di ognuno di noi e a quello meramente concreto della prosaicità quotidiana. Un binomio dal quale l’Autrice non riesce a prescindere. Testo scritto e lettura sono strettamente correlati da un continuo divenire in cui ogni cosa è soggetta al tempo e alla trasformazione, tranne l’essenza stessa dell’essere per cui vita, amore, solitudine danzano accoratamente.
Recensione: La poesia di Michela Lombardi è una voce che parla al vento, al mare delle Tremiti, alla roccia di Monte Sant’Angelo, e poi torna indietro, dritta al cuore. È poesia, sì, ma non quella che si tiene in salotto sotto una campana di vetro. Questa ti prende per il bavero e ti chiede cosa ne pensi del tempo che scivola, della rabbia che resta, di quel modo in cui ci aggrappiamo a un presente che già ci sfugge tra le dita e, forse, non abbiamo mai capito. Il ritmo non è un metronomo. È il respiro di chi ha appena corso e deve ancora calmarsi. Ci sono versi corti che tagliano di netto, poi altri che si allungano come un’onda che si ritira prima di tornare a sbattere. Leggi “Danza” e senti i passi che inciampano, che riprendono, che cercano un equilibrio impossibile. Non c’è fretta, ma non c’è neanche pausa. È un camminare a occhi aperti, e il passo lo dettano le domande che restano sospese a metà riga. Ti costringe a fermarti, a rileggere, a sentire il peso di una parola prima di scivolare alla successiva, accompagnandoti. Michela usa un linguaggio che sembra uscito da una conversazione vera, di quelle che si fanno in cucina a tarda notte, quando le maschere cadono e restano solo le cose. Parla di “sciatteria” dei potenti, di “metalli mortali” su cui cade il fulmine della vita, di un’angoscia che non ha nome ma si sente addosso come un vestito bagnato. Eppure, non diventa mai pesante. C’è una leggerezza crudele, onesta. Quando scrive del mare come di un “amico un po’ adulterino”, o del vento del Gargano che ti attraversa e ti fa tremare, non sta giocando con le figure retoriche. Sta raccontando cosa succede quando il mondo fuori e quello dentro si sfiorano. La scrittura è pulita, senza fronzoli, e ogni aggettivo è stato scelto con una cura quasi silenziosa. Non ti dice cosa provare. Te lo lascia addosso, e ti accorgi che ci sei rimasto tu. È come un viaggio che fai mentre giri le pagine. Si parte dall’osservazione di ciò che ci sta intorno – il cielo che si tuffa nell’acqua, la montagna che modella chi ci vive sopra – per poi scendere dentro un labirinto di dubbi. Chi siamo? Cosa ci tiene in piedi quando tutto sembra andare in pezzi? Perché il dolore ha sempre l’ultima parola? Non ci sono risposte definitive, e forse è proprio questo il punto. L’autrice stessa lo sussurra, nelle ultime righe: i suoi versi nascono da un mondo doloroso e da un mondo di fede, e non cerca di cucirli insieme con ago e filo. Li lascia lì, uno accanto all’altro, a litigare, a parlarsi, a convivere. È un percorso che ti porta a una radura dove finalmente puoi sederti e respirare. C’è un momento, verso la fine, in cui leggevo “Presente fuggiasco” e mi sono reso conto che stavo trattenendo il fiato. È successo senza preavviso. Non perché la poesia fosse costruita per emozionare, ma perché era così nuda da non lasciare scampo. La traduzione a fronte di Matthew Burkett è un ponte. Leggere l’inglese accanto all’italiano ti fa sentire come la lingua cambi pelle ma non perda il battito. È strano, ma funziona. Ti accorgi che certe paure, certe domande, non hanno confine geografico. Passano da una riva all’altra come se il mare non esistesse. Questa silloge ti lascerà addosso una specie di risonanza, come una corda di chitarra pizzicata in una stanza vuota che continua a vibrare anche quando hai spento la luce. Michela Lombardi scrive per esserci. In un’epoca in cui, mentre tutti urlano per farsi sentire, in lei c’è una forza incredibile nel sapere stare zitti il tempo necessario, per poi dire esattamente quello che serve. Punto.
