
PIETRO BUCCINNÀ
Biografia e riconoscimenti letterari
Nasce ad Albenga, antico borgo ligure, il 29 giugno 1964. Ultimo di una famiglia calabrese emigrata al Nord nei primi anni Cinquanta, la sua è una storia segnata da radici spezzate, silenzi affettivi e una resilienza che ha trasformato il dolore in parola. Il padre, sopravvissuto alla deportazione nei campi nazisti, divenne sindacalista per difendere i braccianti, sfidando i potentati locali fino a vedersi mettere una taglia sulla testa. Per proteggere la famiglia, scelse la via dell’emigrazione. La perdita prematura di una sorella, nel 1963, segnò profondamente i genitori, che misero al mondo Pietro nella speranza inconscia di “riprodurre” la figlia perduta. Ma lui non fu un sostituto: fu un figlio diverso, battezzato con un nome scelto a caso sul calendario dell’anagrafe, cresciuto in un clima di affetti sospesi. Fin da bambino, il lavoro sostituì l’infanzia: a otto anni già impiegato nei pomeriggi e nelle estati, sette giorni su sette, un ritmo che non ha mai abbandonato. Le scuole medie furono l’ultimo traguardo formativo consentito, ma fu allora che scoprì un rifugio sicuro: i libri. Tra le pagine di Agatha Christie, Ellery Queen, Truman Capote e soprattutto Ernest Hemingway, Pietro trovò il suo primo vero respiro. Parallelamente, lo sport divenne un’ancora di salvezza. Eppure, il vuoto interiore rimase incolmabile. A tredici anni scoprì l’alcol come anestetico, a sedici tentò il suicidio, a diciassette si arruolò volontario nella Folgore e a diciotto provò a entrare nella Legione Straniera. La vita al limite – dal paracadutismo all’alpinismo sulle vette alpine, dal sommozzare alla ricerca del pericolo, fino a esperienze di marginalità – fu per anni il suo modo di sentire di essere vivo. Dopo il congedo, arrivò la svolta: smise di bere, costruì una vita autonoma e, senza mai interrompere il lavoro, riprese gli studi. Conseguì il diploma e poi una laurea in Storia moderna e contemporanea, traguardi che la famiglia accolse con indifferenza, ma che per lui rappresentarono la definitiva riconquista di sé. La lettura, da rifugio, divenne strumento di consapevolezza. E con la consapevolezza, nacque il bisogno di comunicare. Così Pietro Buccinnà iniziò a scrivere. Ogni romanzo è un tassello del suo percorso umano e letterario, riconosciuto da una ricca serie di premi e dalla critica:
Opere e Riconoscimenti
Come soldati di cartone sotto la pioggia
- 2010 – Vincitore del Premio Letterario “Federico García Lorca”
- 2010 – Vincitore del Premio “Aldo Cappelli” come miglior romanzo storico
- 2025 – Menzione di merito al Premio Charles Dickens
- 2026 – Menzione d’onore al Premio Letterario Nazionale “Scriviamo Insieme”
- 2026 – Menzione di merito al Premio Letterario “La Ginestra”
- 2026 – Menzione di merito al Premio Alberoandronico
Uomini e basta
- 2023 – Vincitore assoluto del Booktrailer Italia, Milano
- 2023 – Targa Milano al Milano International
- 2023 – Menzione d’onore al concorso “Parole in Transito”, Firenze
- 2024 – Menzione d’onore al concorso Ars Mea, Catania
- 2025 – Menzione d’onore al Premio Caravaggio
- 2025 – Premio di merito al concorso Alberoandronico, Campidoglio Roma
- 2025 – Premio di Alto Merito al concorso “La Via dei Libri”, Pontremoli
- 2025 – Premio Tersicore al concorso “Le Muse”, Università del Salento, Lecce
- 2025 – Secondo classificato ad “Agenda dei Poeti”, Milano
Ego te absolvo in nomine caritate
- 2023 – Menzione di merito allo Switzerland Literary Prize
- 2024 – Premio Speciale della Giuria al Milano International
- 2024 – Premio di Merito al concorso Autori Italiani, Fiera del Libro di Torino
- 2025 – Quarto classificato al Premio “Il Narratore”
Non ci resta che vivere
- 2023 – Premio Speciale della Giuria al Literary Howards
- 2025 – Quarto posto al concorso Autori Italiani, Torino Fiera
Era una donna ed era mia madre
- 2025 – Primo Premio al Concorso Internazionale di Letteratura Italiana, Campidoglio Roma
- 2025 – Premio Speciale Donna a Santa Margherita Ligure
- 2025 – Menzione d’onore a “Parole in Transito”, Bologna
- 2025 – Menzione di merito ad “Agenda dei Poeti”, Milano
- 2025 – Menzione di merito al Milano International
- 2026 – Premio Speciale della Critica al Premio Letterario “Il Centurione”
Là dove posano le balene (inedito)
- 2025 – Terzo classificato al Premio Shelley & Byron, Sarzana
- Attualmente in valutazione per un adattamento cinematografico
Finalista a:
- Premio Oscar Wilde (2010)
- Switzerland Pride (2023)
- Premio Samnium (2024)
- Booktrailer Italia Roma (2024)
- Premio Ovidio (2024)
- Concorso Autori Italiani (2024-2026)
- Premio Il Narratore (2025-2026)
- Premio Autori Italiani (2025-2026)
La scrittura, per Pietro Buccinnà, non è mai stata un gioco, ma un atto di sopravvivenza e di verità. Attraverso le sue pagine, il dolore si fa racconto, il limite diventa orizzonte e la memoria si trasforma in eredità condivisa.
Sito ufficiale: www.buccinnapietro.it

Sinossi: 8 settembre 1943. La guerra finisce, ma per migliaia di soldati italiani l’inferno è appena iniziato. Disarmati dai ex alleati tedeschi in Grecia e illusi con la promessa del rimpatrio, vengono invece stipati in vagoni bestiame e deportati nei lager del Reich. Privati dello status di prigionieri di guerra, diventano gli IMI (Internati Militari Italiani): uomini senza diritti, senza protezione internazionale, destinati a lavorare, soffrire e morire nell’oblio più assoluto. Come soldati di cartone… sotto la pioggia segue l’odissea di un giovane contadino calabrese, catapultato in un incubo fatto di fame cronica, freddo glaciale, esecuzioni arbitrarie e umiliazioni sistematiche. Tra le miniere di carbone della Saar, i campi punitivi e le marce della disperazione, la sua unica ancora di salvezza è la fratellanza silenziosa con compagni di sventura e un tenace, disperato istinto di sopravvivenza. Dopo una fuga finita nel sangue, l’adozione di un nome falso per sfuggire al plotone, una liberazione tanto attesa quanto tradita da una nuova prigionia in Francia e il traumatico ritorno in una Italia che lo accoglie con indifferenza e sospetto, il protagonista porta a casa non medaglie, ma ferite invisibili e una dignità lacerata. Tratto da una storia vera e dedicato al padre dell’autore, questo romanzo squarcia il velo su una pagina di storia volutamente rimossa: il calvario dei militari italiani internati dai nazisti dopo l’armistizio. Non è un racconto di eroi da parata, ma di uomini comuni trasformati in “cartone” dalla follia bellica, costretti a resistere sotto una pioggia di tradimenti istituzionali e di memoria cancellata. Un’opera cruda, necessaria e profondamente umana, che interroga il lettore sul vero prezzo della sopravvivenza e sul dovere morale di non dimenticare chi, senza gloria e senza onori, ha pagato il conto più salato per una guerra che non aveva mai scelto.
Recensione: Ho chiuso l’ultima pagina con le mani che mi tremavano un po’. Non per effetto letterario, ma per quel peso specifico che certe storie lasciano appiccicate, come fango che non si stacca più dalle suole. Pietro Buccinnà non ha inventato un romanzo, ha semplicemente aperto un cassetto chiuso a chiave da ottant’anni e ha lasciato che la voce di suo padre parlasse. E quando quella voce ti prende, non ti molla più. Il ritmo di questa narrazione è una cosa strana, perché si muove a passi trascinati, misura il tempo in attese, in freddo che entra nelle ossa, in ore che si allungano fino a diventare un’unica, lunghissima fatica costringendoti a respirare allo stesso modo dei protagonisti. È una lentezza voluta, o forse è solo la verità nuda e cruda di chi ha vissuto la prigionia, nel solo tentativo di restare in piedi un giorno in più. Quando l’azione irrompe – una fuga nel buio, un’esplosione che ti scaraventa a terra, un plotone che si alza all’orizzonte – ti colpisce come uno schiaffo in pieno viso, proprio perché sei stato costretto a condividere la stasi, la noia che corrode, la rassegnazione che mangia l’anima prima del corpo. C’è un momento, verso la metà del libro, in cui il protagonista è costretto a gattonare sulla ghiaia sotto gli occhi di tutti. La prosa si fa secca, i verbi si accorciano, il respiro si blocca. Tu leggi e senti il ginocchio che ti sanguina. Non è tecnica, è empatia forzata. La scrittura, a volte volutamente scarna, funziona alla perfezione. Un ragazzo di campagna, strappato alla sua terra a vent’anni, gettato in un conflitto che non ha chiesto e ridotto a un numero di matricola, non avrebbe mai usato un italiano levigato da salotto. Buccinnà (o meglio, la voce del padre che traspare in ogni riga) parla per sensazioni concrete come il sapore della segatura mischiata alla farina, il ghiaccio che ti entra nei polmoni, la vergogna sorda di non poter reagire quando la gente ti lancia sassi senza motivo. È una prosa in cui ascolti un uomo che racconta, non uno scrittore che compone. E in un’epoca in cui tutto viene lucidato, levigato e impacchettato per essere venduto, questa ruvidezza è un atto di coraggio. La trama non è un arco narrativo classico. Non c’è un nemico da sconfiggere, non c’è una vittoria da festeggiare, non c’è un eroe che torna a casa con le medaglie. C’è solo un uomo che cerca di non scomparire. Quello che mi ha colpito di più non è la fame o le botte – storie che, purtroppo, abbiamo già sentito – è l’abbandono. L’Italia che ti spedisce al fronte, ti lascia senza ordini chiari, ti chiama disertore se cerchi di salvarti la pelle, e poi, quando finalmente torni, ti chiede di fare finta di niente. Il rientro a casa è la parte più straziante del libro: senza un abbraccio liberatorio, c’è solo l’imbarazzo di chi non sa dove metterti, la diffidenza di chi ha combattuto in modo “diverso”, il silenzio di una nazione che ha preferito seppellire i suoi fanti di cartone sotto il mito della Resistenza e della ricostruzione. È una ferita che il libro non cerca di cicatrizzare, ma di tenere aperta, mostrandoti quanto sia costata, in termini umani, la nostra rimozione collettiva. Leggendo, mi sono ritrovato più volte a fissare il vuoto, a chiedermi quante altre voci così siano morte in silenzio, quante storie siano finite nel cassetto di un figlio che, come l’autore, ha sentito il dovere morale di raccogliere il testimone prima che fosse troppo tardi. Non è un libro da leggere di fretta. Non è fatto per le classifiche o per le citazioni da social. È fatto per restare lì, sul comodino, a ricordarti che la storia non la scrivono solo i discorsi in piazza e le date sui manuali, ma i ragazzi che hanno camminato sotto la pioggia, con le scarpe tenute insieme dallo spago, cercando solo di non morire di fame e di vergogna. Quando l’ho posato, ho sentito il bisogno di uscire, di respirare aria vera. E di ricordarmi che certe cose, una volta lette, non si cancellano più. Ti cambiano il modo di guardare la strada, il modo di ascoltare il silenzio, il modo di ricordare chi siamo stati, e chi abbiamo deciso di dimenticare.
