
Mi chiamo Mariavittoria Giacinti e la mia vita è un intreccio di percorsi apparentemente distanti, tenuti insieme da un’unica tensione: la curiosità per l’umano e il desiderio di raccontarlo. Dopo il diploma di perito aziendale e corrispondente in lingue estere, ho scelto di cambiare completamente rotta. Venezia mi ha ospitata per un anno all’Accademia Teatrale Veneta, seguita dalla laurea al DAMS dell’Università di Padova con indirizzo teatrale. Per anni ho coltivato la recitazione in forma amatoriale e, ancora oggi, studio canto per non lasciare mai inaridire la mia vena creativa. La scrittura è arrivata quasi per caso, come rifugio. Il rumore incessante dei vicini nel mio vecchio condominio mi ha spinta a cercare pace tra le parole. Quelle prime righe sono diventate un appuntamento serale: insieme al mio compagno, dopo il lavoro, immaginavamo trame, intrecci e possibili svolte, trasformando la frustrazione in gioco narrativo. È così che è nato il mio rapporto con la pagina. E la montagna che descrivo nei miei racconti non è solo uno sfondo geografico: è un pezzo del mio cuore. Parallelamente, la mia strada professionale mi ha guidata nel settore sanitario. Ho lavorato per anni come operatore socio-sanitario e oggi sono impiegata al CUP ospedale con sede in Veneto, dove mi occupo di prenotazioni (sia in regime convenzionato che in libera professione), accoglienza, gestione della cassa e rimborsi. È un ruolo che, giorno dopo giorno, si fa più complesso a causa delle criticità della sanità pubblica, che ci vedono in prima linea. Eppure, nonostante la fatica, è un lavoro che amo profondamente: mi permette di ascoltare, di orientare, di essere davvero di supporto a chi vive momenti di fragilità. Tra il palcoscenico, la corsia d’ospedale e la pagina bianca, ho imparato che ogni esperienza nutre l’altra. La mia scrittura nasce dall’ascolto, dalla pazienza, dalla volontà di trasformare il quotidiano in racconto. E forse è proprio questo il mio modo di esserci: con i piedi ben piantati nella realtà e lo sguardo sempre rivolto alle storie che meritano di essere raccontate.

Sinossi
Giovanni vive nell’ombra della normalità. Da quindici anni è un operaio discreto, un vicino impeccabile, un uomo che ha fatto dell’invisibilità la sua armatura. Ma sotto la superficie scorre un’altra esistenza: notti di caccia, un giardino che custodisce segreti inconfessabili, e un blog criptato
dove confessa l’indicibile a un unico, misterioso corrispondente. Un rifugio. Una confessione. Un
errore.
Tutto cambia quando torna nella casa di famiglia, nella valle montana che ha cercato di seppellire
insieme ai ricordi. Tra polvere, mobili logori e stanze che sembrano respirare, ritrova una lettera mai
aperta. Poche parole, scritte anni prima un monito dimenticato? Una minaccia fantasma? O l’innesco di una trappola che Giovanni non ha visto scattare?
Spinto da un’ansia che non sa gestire, decide di confidarsi. Sul blog, rivela il suo segreto più oscuro al suo unico alleato virtuale. Non sa chi lo aspetta realmente dall’ altra parte dello schermo. La vigilia di Natale, le luci blu della polizia squarciano il silenzio del suo quartiere. Giovanni viene portato via. Nella sala interrogatori, di fronte al commissario Nicola ogni certezza vacilla. Il blog decrittato. I suoi segreti dissotterrati. I flashback che riaffiorano. Ma Giovanni è un maestro della dissimulazione. Sa mentire. Sa respirare nel vuoto. E il tempo, per la legge, stringe.
La neve continua a cadere sulle strade deserte, non cancella le tracce. Non placa gli sguardi che lo seguono. La giustizia legale ha alzato le mani, si è fermata sulla soglia della verità. Ma la caccia è appena iniziata. E qualcosa nel passato di Giovanni continua a muoversi.
Questa volta, chi si credeva il predatore potrebbe scoprire di essere diventato la preda.
Finirà per sfuggire alla sua stessa ombra? O il passato, finalmente, smetterà di essere un fantasma e diventerà un conto aperto?
Recensione: Ho finito la lettura con quel senso di stoffa ruvida addosso che ti resta dopo aver toccato qualcosa di freddo e vivo. È un racconto che ti prende per mano e ti butta dentro la narrazione, senza preavviso, e ti lascia lì, fermo a tastare il buio. La prima cosa che mi ha colpito è come questa voce narrante non cerchi la tua compassione. Semplicemente non la vuole. Ti racconta di una vita piatta, di turni in fabbrica, di divani e televisori senza volume, e intanto sotto la superficie qualcosa pulsa, nero e metodico. Non c’è enfasi, non ci sono frasi ad effetto cucite a macchina. C’è solo un uomo che ha normalizzato l’orrore, e tu, mentre leggi, ti accorgi che stai facendo la stessa cosa: cominci a trovare logico l’illogico. T’immedesimi. La trama è un ritorno. Un uomo che va a controllare la casa di famiglia, ritrova scatole, lettere, polvere, e insieme a quelle cose riapre una ferita che credeva cicatrizzata: Michela, la sorella Ginevra, la madre, quel masso di roccia sotto la finestra. Il racconto si muove su due binari che a un certo punto si scontrano: il presente, con l’arresto, l’interrogatorio, il commissario Nicola che ti studia come un puzzle da smontare; e il passato, che torna a galla in flashback disordinati, come schegge che ti tagliano mentre cerchi di afferrarle. Funziona, perché il male, qui, è un ragazzo che lascia andare una mano. È un silenzio. È una lettera letta anni dopo che ti ricorda che qualcuno ti ha visto, davvero visto. Il ritmo è strano, volutamente irregolare. Ci sono momenti in cui la pagina sembra fermarsi, con il narratore che indugia sul giardino, sui bonsai, sulle facce dei colleghi, e tu vorresti scrollarlo per andare avanti. Ma è proprio lì che il testo ti prende. Quella lentezza apparente è la maschera che lui indossa ogni giorno. Quando la narrazione accelera, nell’interrogatorio, lo fa con il respiro che si accorcia, con le domande che rimbalzano, con Ginevra che entra nella stanza e ti senti mancare l’aria. La tensione nasce da ciò che potrebbe succedere se lui si tradisce. Ed è un gioco psicologico tirato con un filo che non si spezza mai. Sulla scrittura, la lingua è spigolosa, a volte ripetuta di proposito, con frasi che si avvitano come pensieri ossessivi. C’è un’onestà cruda nel modo in cui Giovanni parla di sé: non si giustifica, non si condanna. Descrive. E in quella descrizione c’è tutto il suo vuoto. L’autore sa dosare il non detto. Quando ci dice che le vittime sono più belle da morte, non c’è bisogno di aggiungere altro. Il brivido è già lì. Si sente che conosce bene il peso delle parole non dette e lascia che siano i silenzi a fare il lavoro sporco. Quello che mi resta, dopo averlo letto, è la sensazione di aver assistito a un’autopsia fatta al contrario. Non si seziona un corpo, si seziona un’anima che non ammette di essere malata. E alla fine, quando lui esce nella neve, col sangue dal naso che gli cola senza un perché, non provi sollievo. Provi un fastidio sottile, perché sai che tornerà. Che il buio non si arresta, si nasconde. È un testo che non cerca di convincerti di nulla. Ti mette davanti uno specchio opaco, e ti lascia decidere se vuoi guardarci dentro o voltarti dall’altra parte. Io, per quanto mi riguardi, ci sono rimasto a fissarlo un po’ troppo a lungo. E probabilmente è proprio quello che l’autore voleva.
