Elena Zucchi: “Vivo con i miei personaggi un rapporto molto forte e profondo, quasi fusionale”

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Psicologa, formatrice e scrittrice, Elena Zucchi torna in libreria con Il tempo degli inganni (Arkadia Editore), un romanzo intenso e ricco di sfumature psicologiche che intreccia passato e presente, amicizia e tradimento, amore e desiderio di rivalsa. Al centro della storia c’è Arianna Radice, una psicoterapeuta milanese costretta a fare i conti con le ferite dell’adolescenza e con segreti mai davvero superati, in un percorso che la porterà a interrogarsi sul senso della colpa, della vendetta e della possibilità di riscrivere il proprio destino.

Attraverso una narrazione in prima persona, Elena Zucchi costruisce un racconto capace di scandagliare le zone più oscure dell’animo umano, mostrando quanto il passato continui a influenzare il presente e come i legami più profondi possano trasformarsi, nel tempo, in nodi difficili da sciogliere.

Arianna è costretta, in qualche modo, a guardarsi dentro mentre accompagna gli altri nel loro percorso. Secondo lei, chi aiuta gli altri finisce inevitabilmente per conoscere meglio anche se stesso?

Sì, aiutare gli altri permette spesso di conoscere meglio se stessi attraverso processi di rispecchiamento e di connessione tra la propria storia e quelle altrui.

Arianna Radice, mentre cerca di supportare il suo enigmatico paziente Livio Ferrari a guarire da un disturbo psicosomatico apparentemente incomprensibile, si trova a dover sbrogliare anche la matassa del proprio passato. È proprio Livio a catapultarla involontariamente verso la sua fosca adolescenza e i due processi di comprensione e risoluzione procedono in parallelo.

Nel corso della storia il lettore è chiamato a interrogarsi continuamente sulle motivazioni dei personaggi. Le piace lasciare zone d’ombra oppure preferisce che, alla fine, tutto trovi una spiegazione?

Nei miei romanzi ci sono segreti, misteri e motivazioni contradditorie. Fa parte del clima narrativo che voglio creare e che credo possa incuriosire e stimolare chi legge. Mi piace però che alla fine della storia il lettore possa mettere insieme le tessere del puzzle e che non restino sospesi o ambiguità. Contemporaneamente amo i finali abbastanza aperti, dove getto un seme che magari potrà poi fiorire.

Nel romanzo convivono scorci naturali, vecchie cascine, ville storiche. Quanto è stato importante restituire a Milano anche questa identità spesso meno conosciuta?

La storia è ambientata alla Martesana, una zona che ha il sapore da vecchia Milano, un volto alternativo alla città dai grattacieli specchiati. L’ambientazione è fondamentale, si rivela una sorta di personaggio co-protagonista: I luoghi del quartiere custodiscono i ricordi e i traumi adolescenziali di Arianna, il Naviglio fa da sfondo alle sue corse liberatorie, elementi come le case scrostate, gli orti e le ville antiche creano un’atmosfera sospesa tra passato e presente. C’è anche un ponte che riveste un forte ruolo sia reale che evocativo ed è cruciale in alcuni passaggi della vicenda, in particolare nel finale.

Nel corso della storia il quartiere accompagna Arianna nel suo percorso, trasformandosi da luogo di dolore a spazio di riconciliazione passato.

Bertilla rappresenta una visione anticonvenzionale dell’amore e dell’invecchiamento. Voleva lanciare un messaggio sulla libertà femminile?

Zia Bertilla è una figura anticonvenzionale, rappresenta una femminilità slegata dai cliché tradizionali legati all’età, mostra come si possa invecchiare mantenendo viva una forte progettualità emotiva. È un personaggio eccentrico ma non costituisce solo un elemento di colore, al contrario è un pilastro fondamentale per la crescita e la tenuta emotiva della protagonista. Accoglie Arianna quattordicenne, dopo che quest’ultima è rimasta orfana, e diventa per lei un punto di riferimento solido e affettuoso. Con la sua stravaganza e la sua fermezza trasmette ad Arianna l’importanza di rimanere saldi di fronte ai traumi della vita e la possibilità di ricominciare.

Ritroveremo ancora Arianna?

Sicuramente no. Durante la scrittura vivo con i miei personaggi un rapporto molto forte e profondo, quasi fusionale. Quando il libro va in stampa è per me il momento della separazione: sento di liberarli dal mio controllo e di lasciarli andare. Mi piace poi che ritornino in un altro modo, cioè attraverso le impressioni dei miei lettori.

Un’ultima curiosità: chi o cosa influenza la sua decisione di leggere un libro e cosa pensa dell’IA per scrivere libri?

Mi piace entrare in libreria, curiosare e lasciarmi guidare dall’istinto; così facendo non mancano le cantonate ma talvolta incappo in qualche perla. Poi, leggo molte recensioni e intrattengo spesso conversazioni sui libri con amici lettori e scrittori che talvolta influenzano le mie scelte.

Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale la considero un possibile strumento di supporto soprattutto per la ricerca documentale e per l’editing operativo. Ma non può sostituire l’autenticità e il vissuto emotivo di un autore in carne e ossa, soprattutto in romanzi come i miei  che amano esplorare la psicologia dei personaggi e le sfumature emotive.

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