
Recensione: Ho letto “Una come noi” di Antonella Renne in due sere, e devo ammettere che la seconda sera ho fatto più fatica. Non perché il libro peggiori, ma perché ti ci sei già infilato dentro fino al collo e a quel punto staccarsi diventa un piccolo atto di violenza verso te stesso. Parto da una cosa che mi ha colpito subito, prima ancora della trama: questo libro ha il respiro di chi scrive per non impazzire. Non è una narrazione costruita a tavolino, con l’arco drammaturgico bello pulito e la morale in chiusura. È un diario che si è fatto libro, e si sente. Si sente nelle ripetizioni, nei pensieri che tornano tre, quattro volte perché nella testa di chi sta male girano così, in tondo, e non li butti via alla seconda occorrenza. Si sente nel modo in cui un capitolo sulla mindfulness finisce per parlare del cane, e il cane finisce per parlare di un lutto mai elaborato. La vita vera non ha i cassetti ordinati, e Renne questo lo sa. Il ritmo, devo dirlo, è irregolare. Ci sono pagine che volano via in un soffio — la scena del bambino al Pronto Soccorso che si aggrappa al bancone e sussurra “lei è mia madre” mi ha fermato il cuore per davvero, e non sto esagerando — e poi ci sono passaggi dove la scrittura si fa più insistita, più circolare, come se l’autrice avesse bisogno di ripetersi le cose per crederci lei per prima. Questo non è un difetto tecnico, secondo me. È proprio la struttura emotiva del libro. Chi è stato in un tunnel di ansia e dolore fisico sa che non ne esci con una linea retta. Ne esci a spirale. E la spirale qui c’è tutta. La trama è semplice: una donna di quarant’anni, educatrice, madre affidataria, compagna, sorella, crolla. Il corpo le presenta il conto dopo anni di “non posso fermarmi, non oggi, i ragazzi mi aspettano”. Celiachia tardiva, un sistema immunitario che le si rivolta contro, trentotto chili, il pronto soccorso una volta al mese, la paura che cambia forma e diventa paura di vivere. Da lì, la risalita. Mindfulness, yoga, una psicoterapeuta, le sorelle, le amiche che ti appendono un portafortuna al cancello senza farsi vedere. E il bambino, questo bambino del cuore che le fa da specchio e da motivo. Quello che mi ha convinto della scrittura di Renne è la concretezza. Non ti dice “ho sofferto” in astratto. Ti dice che una notte tremava sotto le coperte con 38,9 di febbre e si è trascinata al lavoro lo stesso, e che arrivata lì ha provato vergogna invece che preoccupazione. Ti dice che mangiava riso in bianco a Natale, a Capodanno, a Santo Stefano. Ti dice che le sue mani sanguinavano e che ha ricominciato dalla manicure ogni due settimane. Sono dettagli piccoli, e proprio per questo ti entrano sotto la pelle. C’è una cosa che mi ha fatto riflettere mentre leggevo, e ve la dico perché mi sembra onesto: il libro ha momenti in cui la voce si fa molto vicina all’auto-aiuto, quasi alla didascalia. “La mindfulness non ti rende più forte nel resistere, ti rende più onesto nel sentire.” Frasi così, belle, giuste, ma che ogni tanto ti danno l’impressione di leggere un appunto preso durante un corso. Non stonano, perché il libro è anche questo, è anche il racconto di una donna che sta imparando un linguaggio nuovo per parlare con se stessa. Però nei momenti migliori Renne non spiega, mostra. La scena dell’uvetta, per esempio. Tre pagine su un acino d’uvetta mangiato lentamente per la prima volta senza fretta. Lì non c’è lezione, c’è esperienza. E si sente la differenza. Il capitolo sul perdono è quello che mi ha fatto chiudere il libro e restare fermo un momento. “Mi perdono per non essere stata accanto a Ciko quando aveva più bisogno di me.” Ciko è il suo cane, morto mentre lei era al lavoro. Non lo aveva salutato. Non lo salutava mai. E questa frase, detta così, senza drammatizzare, senza calcare, ha una potenza che tante pagine più elaborate non raggiungono. Quello che resta, alla fine, è una voce. Una voce che non si atteggia, che non vuole insegnarti niente, che ti dice: guarda, io sono stata in un posto brutto, ci sono ancora in parte, però sono qui e ti racconto com’è andata. E in quel racconto c’è il bambino che ti dice “mamma, ti vesti sempre di nero” e tu capisci che avevi smesso di esistere per te stessa. C’è la collega che ti compra una ciotola col coperchio fucsia. C’è il vecchio al parco che ti dice di mettere giù il cucciolo e lasciarlo annusare gli altri cani. C’è la radio in macchina che torna a volume alto dopo mesi di silenzio. Non è un libro che ti cambia la vita. È un libro che ti fa compagnia mentre la vita te la stai già cambiando da solo, e ti dice che va bene essere lenti, va bene avere paura, va bene piangere in macchina prima di girare la chiave. E questo, in un momento in cui tutti ti chiedono di essere performanti anche nel dolore, non è poco. Antonella Renne ha scritto un libro che non ha bisogno di essere difeso con le categorie. Non è un memoir letterario, non è un saggio sulla mindfulness, non è un romanzo. È una donna che si è seduta e ha scritto, e nel farlo ha smesso di stringere i denti. Si sente. E questo basta.
Luigi De Cristofari
