
Fabio Bortolotti, giurista, docente, saggista, ha ricoperto importanti incarichi nelle pubbliche istituzioni, da ultimo quello di Difensore civico del Trentino. È autore di varie pubblicazioni giuridiche (per lo più orientate verso l’ordinamento della Regione Trentino-Alto Adige). Fa spicco l’imponente opera Thesaurus giuridico e dialettico latino-italiano (MJM, Milano 2009), per la quale il Presidente della Repubblica ha conferito l’onorificenza di commendatore, ordine al merito della Repubblica Italiana. È autore di numerosi saggi di carattere-etico-politologico. Per MJM Editore (Milano): W.W.W. vizi-virtù-valori (2008); Coscienza e anticoscienza (2011); Schegge di vita etica (due volumi, 2011); Adagia et dicta (2014). Per Tangram, Edizioni Scientifiche (Trento): Parresia (2015); Valori morali (2015); Potere malefico (2015). Per Albatros Edizioni: Ipocrisie del potere (2016); Boni et Mali (2017); Publica honestas (2017); In alto loco (2018); Indignatio (2019); Proditio (2019); Demokratia (2020), Extra Chorum (2021), Ars politica (2022), Moralia (2022); Spiritualia et realia (2022); Natura humana (2023). Corrupti mores (2023); Vitia rei publicae (2023). Per Tangram, Edizioni Scientifiche (Trento): Progredimur? (2024); Recte vivere (2024); Humana principia (2024); Mali mores (2024); Publicae privataeque vitae (2024); Lex moralis (2025); Recta ratio (2025), Bonus civis (2025), Humana dignitas (2025), Negatio Valorium (2025).

La storia insegna che un consono stile di vita non può astrarsi da comuni regole di comportamento, di saggezza e di buon senso, né può prescindere da basi valoriali e morali. Il puntuale adempimento dei doveri e l’osservanza delle regole è una difficile impresa, ma non certo per gli ierofanti numi dell’Emiciclo che non onorano “la più bella Costituzione del mondo”, schermano la più elevata pressione fiscale dell’orbe terrestre, sottacciono un debito pubblico di oltre tre mila miliardi, glissano su miliardi di finanziamenti per guerre e armamenti. Se gli ierofanti numi dell’Emiciclo non provano orrore per dette abiette e stridenti antinomie significa che hanno venduto l’anima al diavolo, che sono privi di senso umano, di coscienza morale e sociale.
Recensione: Quando ho aperto “Præcepta vitae” di Fabio Bortolotti, mi aspettavo l’ennesimo trattato su regole e buone maniere. Invece mi ha sorpreso. Mi sono ritrovato a scorrere pagine e pagine che hanno il sapore di una conversazione a tarda notte, di quelle in cui il caffè si raffredda e la voce si abbassa perché le parole iniziano a pesare. Non è un manuale. È un richiamo. E a volte, leggendo certe righe, ti accorgi che non stai assimilando un saggio, ma qualcuno che ti sta tirando per una manica, chiedendoti dove abbiamo lasciato il senso della misura. Bortolotti non inventa nulla di nuovo, e forse è proprio qui che sta la forza del libro. Raccoglie i fili sparsi di un’umanità che ha smesso di guardarsi allo specchio. Prende Socrate che ammette la propria ignoranza, Marco Aurelio che scrive nella polvere di accampamenti lontani, Seneca che ricorda quanto sia breve il tempo per vivere bene, e li riporta in mezzo a noi, come testimoni in un’aula dove l’accusato siamo tutti noi. C’è la frustrazione di chi vede un ordine naturale, quello che i giuristi romani chiamavano ius naturale, calpestato non per svista, ma per calcolo. E ti viene da chiederti: quando abbiamo smesso di credere che la legge debba avere un’anima? Cicerone scriveva lex est dictamen rationis, e leggere quelle parole oggi fa l’effetto di una doccia fredda. Qui il saggio si fa carnale, a volte scomodo. Bortolotti non usa filtri quando parla della politica contemporanea. Quella degli “onorabili dell’Emiciclo”, come li chiama, non la risparmia. Lo fa con una lucidità che a tratti graffia, perché non colpisce il singolo volto, ma il meccanismo. Parla di voti blindati, di coscienze appaltate agli schieramenti, di conflitti decisi da chi non ne sentirà mai il rumore. C’è un passaggio sulla guerra in Ucraina che ti lascia addosso un nodo allo stomaco, perché ti costringe a guardare in faccia la distanza tra ciò che dichiariamo di voler tutelare e ciò che continuiamo a finanziare. Non è un libro per chi cerca conferme morbide. E poi c’è il suo rapporto con la dimensione spirituale. La sua convinzione, nuda e cruda, che senza un ancoraggio trascendente, l’etica diventa un menù alla carta. Forse è qui che il saggio mostra il suo limite più umano: non cerca di convincere tutti. Cerca di svegliare chi ha ancora la pazienza di ascoltare. Alla fine, “Præcepta vitae” non ti consegna soluzioni pronte. Ti lascia con interrogativi che non si scrollano di dosso. Chi siamo quando togliamo le etichette? Cosa resta di noi quando le regole non sono più stampate, ma solo percepite? Bortolotti non lo dice esplicitamente, ma il sottotesto è chiaro: le regole di vita non servono a ingabbiarci. Servono a ricordarci che siamo ancora capaci di scegliere. E in un’epoca che scambia la libertà con l’assenza di confini, forse è proprio questo il gesto più sovversivo. Lo chiudi, e per un attimo, il silenzio intorno a te sembra diverso. Più vero. Ne consiglio vivamente la lettura.
