Lo scempio di Medusa – una vittima trasformata in un mostro

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Al simbolo che vuole diventare icona è richiesta una grande capacità. Quella di sopravvivere più o meno intatto al naufragio di civiltà ed epoche. Più o meno perché le civiltà tramontano e le icone (quelle vere) restano. A volte pagando un ‘prezzo’. Quello del cambiamento di significato che gli permette di restare attuali.
E Medusa c’è riuscita. È diventata un’icona. Un’icona ambigua e portatrice di un significato instabile e a tratti quasi inafferrabile, certo. Ma pur sempre un’icona.
Icona che Caravaggio (1598) e Klimt (1912) hanno sentito il bisogno di immortalare. E di cui Dante e poi Freud, dopo di lui, hanno sentito il bisogno di scrivere.

Fino ad arrivare a oggi. Alla sua fugace apparizione in Hercules (1997), il film di animazione targato Disney che la ritrae come un mostro. E alla sua presenza -più che mai iconica- nel logo di Versace (1993), «la marca che pietrifica». 
Dove, piuttosto contradditoriamente, Medusa, figura come sensuale donna anguicrinita che, col creatore del marchio, si fa simbolo di «lussuria» e «vanità».
Ma come, ma non era un orribile mostro? Così sembrerebbe, a giudicare dalla maggior parte delle fonti classiche. Peccato, però, che di fonti ne esistano anche altre. Fonti che, nei pochi moderni che le conoscono, instillano un atroce dubbio: e se i veri mostri della storia fossero stati altri?

Perseo e Medusa: il flagello dagli occhi di pietra contro l’amico degli dèi 

Secondo Esiodo (VIII-VII a.C), portavoce della tradizione classica arcaica, Medusa (La regina) è l’unica mortale di tre sorelle: le Gorgoni. Come Steno (La forte) ed Euriale (Colei che salta lontano), anche lei è figlia di Ceto e di Forco. Divinità arcaiche delle forze marine che risiedono «al di là del famoso oceano ai margini del mondo».
Nell’VIII secolo a.C. Omero, menzionandola genericamente come «Gorgone», la rappresenta come effige sullo scudo di Atena e la fa apparire nell’Ade in qualità d’ombra.
Genericamente, quasi tutti i contributi che seguono, prendono la mostruosità di lei come un dato di fatto.

Concentrandosi su quella che in realtà è solo la seconda parte della vicenda. Vicenda in cui, come di solito succede, figurano un eroe e un mostro. Medusa, per l’appunto, e il giovane Perseo. Il quale, su istigazione di Polidette (tiranno di Serifo), la sorprende mentre è addormentata e la uccide.
E tremendo doveva esserlo sul serio, questo mostro, a giudicare dall’appoggio che il ragazzo riceve degli Dei. I quali, quasi in qualità di veri e propri sponsor, lo vestono da capo a piedi e lo sostengono.

Atena, prima fra tutti. Seguita da Ade (che gli dona l’elmo dell’invisibilità), da Ermes (che gli dà uno scudo riflettente e gli presta i suoi calzari alati) e da Efesto (che forgia addirittura una spada per l’occasione!)
Non fosse stato per loro, Perseo sarebbe morto proprio come sperava Polidette, il commissario dell’impresa, desideroso di entrare nelle grazie della madre Danae senza averlo tra i piedi.
Dunque, ricapitolando: l’amata mamma è salva. Il bruto tiranno è sconfitto. Il terribile mostro è morto e il suo sguardo mortifero è finito sullo scudo di Atena, come elemento insieme protettivo e decorativo.
Proprio quella che si dice una bella storia a lieto fine, non è vero? Infatti.
Tuttavia, se si dà ascolto alle versioni meno frequentate del mito (quelle che ne raccontano gli antefatti), l’immagine complessiva che ne risulta è tutt’altro che lieta ed è anzi piuttosto inquietante.

Lo scempio di Medusa: una vittima trasformata in un mostro

Secondo il poeta Ovidio (43 a.C – 17/18 d.C), ad esempio, le cose stanno ben diversamente. Innanzitutto Medusa non era un mostro, ma una fanciulla «di eccezionale bellezza (…) desiderata e contesa da molti pretendenti».
Una fanciulla bellissima che, tuttavia, di quella stupefacente bellezza non sa cosa farsene. Il suo scopo, infatti, è uno solo: servire Atena in qualità di sacerdotessa (seguendo dunque la via della castità).
Il problema è che, un giorno, ai suoi pretendenti, si aggiunge Poseidone. Dio del mare e dei terremoti a cui tutto è dovuto. Il quale vuole Medusa e, senza chiedere il permesso, se la prende. Ovviamente contro la sua volontà.
E proprio sull’altare del tempio di cui è sacerdotessa.

Ciò che lascia davvero spiazzati, tuttavia, ancora più della violenza, è la reazione di Atena. La quale, apparendo alla ragazza dopo aver visto tutto, la punisce trasformandola in un mostro dalle zanne di cinghiale e dai capelli di serpente.

Niente di diverso dal moderno ‘se l’è cercata’.
Già, non proprio la reazione morigerata e meritocratica che ci si aspetterebbe dalla Dea delle arti, della guerra e della saggezza. Eppure, a Ovidio, questa punizione sembra normale e legittima.
Il tempio sacro è stato violato e «perché il fatto non restasse impunito», scrive Ovidio, Atena mutó i capelli della Gorgone «in ripugnanti serpenti».

E che dire, invece, della violazione del corpo di Medusa? Nulla. Assolutamente nulla. Viene taciuta e, ovviamente, resta impunita.
L’unica vera colpevole della vicenda sembrerebbe essere proprio lei. La ragazza che ha subito il peggiore degli oltraggi che una donna può subire e, insieme a quello, la beffa di venire trasformata un mostro.

E proprio da un’altra donna. Donna che, come se non bastasse, alla fine ne incoraggia anche l’uccisione.
E da parte di chi? Di Perseo. Che a sua volta è figlio di uno stupro, o di un «ratto», come si divertivano a chiamarlo gli antichi.

Medusa: la vittima di stupro sacrificata sull’altare della società dei Padri

Ma perché Atena punisce Medusa ed Ovidio considera la cosa perfettamente normale?
Perché per la società di Ovidio (e per l’immaginario collettivo che le è proprio), Medusa non è davvero una vittima.

Quella di Ovidio, come quella greca, è una società che i Padri hanno pensato per i Padri. Quelli che scrivono i pezzi teatrali e sono gli unici a poterli interpretare. Quelli che decidono le guerre e sono gli unici a poterle combattere.
In una società del genere, l’atteggiamento del maschio «proprietario e predatorio», come lo chiama Eva Cantarella, è da considerarsi come assolutamente normale. Se un uomo vuole una donna se la prende (ed eventualmente la sposa per riparare l’onta).
E se a volerla è un dio? Se la prende e basta, senza chiedere e senza risarcire nulla. Magari tramutandosi in aquila, in toro o in una pioggia d’oro (forma assunta da Zeus per avere Danae, madre di Perseo).

Nella mitologia classica gli episodi di violenza carnale sono pressoché infiniti. Infinite le fonti che parlano di «ratti». Zeus, Poseidone e i centauri sono dei veri e propri stupratori seriali.
Nei miti di tipo eziologico (quelli che raccontano la nascita delle divinità e dei fenomeni naturali) «lo stupro ingravidante» è pressoché la prassi.

È da un «ratto» che nasce il mito fondante della cultura Europea (quello greco in cui Europa viene ‘rapita’ da Zeus che assume le sembianze di un toro).
È nel segno di un «ratto» che viene prima fondata (stupro di Rea Silva madre di Romolo e Remo da parte di Marte) e poi popolata Roma (Il celebre «ratto delle Sabine»). E le donne, in tutto ciò?
Diciamo che alle donne non resta molta scelta. Nella maggior parte dei casi subiscono. A volte, invece, si fanno la guerra. A chi altri possono farla, d’altronde, se i Padri sono intoccabili e la società le considera alla stregua di beni di loro proprietà?
Non di rado, a questa guerra al femminile, prendono parte le dèe stesse. Basti pensare ad Era. Alla bellissima moglie di Zeus che, di solito, fa pagare un prezzo molto caro alle vittime delle scappatelle di quell’inguaribile donnaiolo che è il marito.
E, in fondo, è anche quello che fa Atena con Medusa. Punendo lei per la colpa che è stata commessa da una divinità maschile.

E, non senza una punta di invidia, scegliendo di toglierle ciò che secondo Ovidio aveva di più bello. I capelli. («In tutta la sua persona nulla era più splendido dei capelli»).

Usi e abusi dei classici: che uso fare delle versioni dei miti

Alla luce di quanto è stato detto, qualche ultima parola è d’obbligo.
Come si diceva all’inizio, le civiltà tramontano e i sistemi di pensiero (per nostra fortuna) evolvono.
I miti, invece, così come le icone, restano. Tuttavia, perché i miti restino dei classici (e quindi delle storie che non hanno ancora finito di dire quello che hanno da dire), a volte è necessario prestare ascolto alle loro varianti.
A quelle bistrattate e poco considerate che, se affidate alla sensibilità dei moderni (una sensibilità per forza di cose diversa) possono a propria volta caricarsi di significati nuovi.
Significati capaci di aggiungere un vero contributo al già sentito e al già detto.

È il caso della variante meno frequentata del mito di Medusa. Una variante a cui diversi contemporanei (a partire da P. B. Shelley fino ad arrivare Hélène Cisoux) hanno tentato di dare visibilità.

Sfortunatamente con pochi risultati. 
Perché, nonostante tutto, questa versione quanto mai attuale del mito continua ad essere meno conosciuta di quanto dovrebbe. E perché mai attuale?

Non viviamo forse ai tempi del me-too e del victime blaming? E allora perché continuiamo a voltare le spalle e a ignorare questa versione del mito? 

Per quale ragione continua a essere marginale e minoritaria, invece che di pubblico dominio? 

Che sia la nostra una società meno evoluta di quanto ci piace credere? Che gli aspetti peggiori della mentalità dei Padri sopravvivano ancora nella nostra, anche se tanto ci piace decantare le nostre ampie vedute di moderni?

Ai posteri l’ardua sentenza. 

News Reporter
Umanista visionaria e confusionaria, amo i libri e detesto le autobiografie. Amante del bello che si nasconde sotto le siepi, come lo chiamava Wordsworth, sono visceralmente convinta del fatto che la letteratura possa salvare la vita. Con la mia ha funzionato.
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