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di Paolo Miggiano

La stampa addosso è un libro scritto da Armando D’Alterio, il magistrato che ha condotto le indagini sul caso di Giancarlo Siani – ucciso dalla camorra il 23 settembre del 1985 –  e che ha ottenuto la condanna all’ergastolo di coloro che sono stati ritenuti i responsabili dell’omicidio del giovane cronista, corrispondente a Torre Annunziata per Il Mattino. 

Si tratta di un libro curato da Ottavio Ragone e Conchita Sannino, la cui voce narrante è quella del magistrato. Dico subito che all’occhio del lettore non sfugge che il libro – pubblicato dalla nota casa editrice napoletana Guida Editori, senza prezzo di copertina e distribuito come inserto allegato al quotidiano La Repubblica il 21 settembre 2020 – è corredato da una serie di schede pubblicitarie di società commerciali e soggetti sociali. Si apre, infatti, con il frontespizio contenente la scheda di una fondazione finanziata dalla Regione Campania e diretta per due lustri dallo stesso fratello del giornalista ucciso, oggi deputato della Repubblica e della quale io stesso in passato ho avuto il privilegio di essere un collaboratore. 

Alla scheda della fondazione regionale ne segue un’altra della nota casa di abbigliamento “Yamamay Intimo Moda Mare”. La mia prima incredula domanda è stata: ma davvero si può pensare di presentare un libro su Giancarlo Siani, assassinato dalla camorra, con sul frontespizio la pubblicità di una seppur rispettabilissima e onestissima marca di abbigliamento intimo? A dire il vero mi sarebbe bastato questo ultimo particolare per indurmi a riporre il libro, senza leggerlo, nello scaffale della mia libreria, accanto agli altri libri sulla vicenda Siani, ma non l’ho fatto, perché in fondo, ho pensato, non dovrebbero essere queste le ragioni per le quali un libro debba essere riposto. Trattandosi di un libro promosso come la vera storia dell’inchiesta su Giancarlo Siani, ho avvertito il dovere di leggerlo fino alla pagina 284, cioè l’ultima. 

Intanto, anche la quarta di copertina è lì, con l’apposizione di ben nove loghi di altrettanti sponsor, a far sorgere il legittimo sospetto che si possa essere trattato anche di un’operazione commerciale. Sospetto che diventa sempre più legittimo quando, sfogliando le pagine, si trovano altre ben otto schede pubblicitarie di soggetti commerciali e sociali, tra i quali il Centro di documentazione contro la camorra (ASCENDER), presieduto da Geppino Fiorenza (così è firmata la scheda), un tempo riconosciuto dalla Regione Campania (L. R. 39/85). Poi troviamo la scheda dell’Università degli studi Federico II, quella del Teatro di Napoli, stagione 20-21 Mercadante San Ferdinando, della Società Cooperativa Sociale LESS, di GLS Corriere Espresso, del Teatro di San Carlo ed infine quella di Iod Edizioni con la copertina del libro “Giancarlo Siani. Le parole di una vita”. Tutte le schede riferibili ad oneste, rispettabili e serie società e associazioni, a loro volta, annoverano complessivamente una cinquantina di propri autonomi sponsor di tutto rispetto. Insomma, nelle pieghe di questo libro c’è stato posto per molti. E non è detto che ciò sia un male assoluto.

Non è un male assoluto, perché, ad onore del vero, sappiamo bene che i giornali, soprattutto oggi con il calo delle vendite, si reggono attraverso la pubblicità. Sappiamo anche che i giornali (molto meno i giornalisti) devono pur campare e che la pubblicità è l’anima del commercio e che La stampa addosso, essendo un libro distribuito gratuitamente, avrà avuto certamente bisogno di un qualche sostegno da parte degli sponsor. Però, un libro su Giancarlo Siani lo avrei lasciato lontano dalle varie forme di pubblicità. Certo, colgo una sostanziale differenza di stile tra i promotori di questa operazione editoriale – che si presenta, almeno apparentemente, con i crismi del prodotto commerciale – e la discrezione della marca automobilistica Citroëne e del suo Centro di Documentazione Storica, che scelsero di sostenere il progetto di sensibilizzazione In viaggio con la Méhari lungo un percorso che portò la piccola automobile di Giancarlo Siani sino a Bruxelles al Parlamento Europeo, passando per quello italiano, senza mai apparire con i loro loghi. Questione di scelte e probabilmente di stile. Certamente sarei stato contento di apprendere che le aziende e le imprese sociali che nel libro hanno apposto i loro loghi, sostenendo evidentemente la diffusione gratuita del libro, avessero deciso di formare anche una cordata socio/economica per sostenere un qualche progetto di legalità o di inclusione sociale (forse alcuni lo fanno già per proprio conto), ma questo dalla lettura del libro non si evince. Peccato davvero, ma torniamo al libro. 

Detto ciò, La stampa addosso si presenta come il racconto dalla viva voce dell’autore delle fasi d’indagine che hanno condotto all’arresto dei mandanti e degli esecutori dell’omicidio di Giancarlo Siani. Egli si sofferma, per un bel po’ di pagine, le prime cento circa, a mio avviso con troppa enfasi, nella descrizione di un viaggio in autostrada da Napoli a Milano, con una squadra di poliziotti guidata dallo stesso magistrato-autore, per arrestare un gruppo di camorristi del clan Gionta, che si era trasferito nel milanese per meglio governare gli affari intorno allo spaccio di stupefacenti. Una narrazione, che al di là delle volontà espresse, ovvero dare spazio al lavoro ed al sacrificio personale delle donne e degli uomini delle forze dell’ordine nella lotta alla mafia, finisce per soffermarsi su dei luoghi comuni che onestamente non appartengono a chi come me ha trascorso ben trentaquattro anni della sua vita con quella divisa e con quelle paure addosso. 

Una descrizione di uomini che, una volta usciti dagli uffici della Procura Distrettuale Antimafia, abbandonati i fascicoli e le carte giudiziarie, indossano i giubbini antiproiettile e, armati con mitragliette e pistole, si gettano nella rocambolesca cattura dei latitanti. Tutto molto verosimile e ad onore del vero certamente poco o per nulla narrato in altre narrazioni, ma nel libro viene estremamente mitizzato, come autocelebrativo mi è apparso il racconto del magistrato che fa di sé stesso. La fama del dott. Armando D’Alterio mi è nota, per averla appresa nel corso di questi anni. L’ho sempre percepito come un magistrato perbene, integerrimo, professionale, persino molto riservato, ma qui, in queste pagine, mi è apparso eccessivamente autocelebrativo, ma anche questa è una mia opinione, probabilmente sbagliata. Se si vuole scrivere la propria autobiografia lo si può legittimamente fare, ma il fatto è che, a furia di parlare di sé stesso e della sua squadra, finisce per far perdere al lettore le tracce, il filo conduttore sulla storia giudiziaria di Giancarlo Siani.

Sulle vicende narrate in La stampa addosso ho le mie idee e i miei numerosi interrogativi che non ripropongo qui, ma se mi fossi voluto formare un’idea precisa della complessa vicenda giudiziaria sull’omicidio Siani, questo libro non mi avrebbe aiutato molto (ma questo dipende certamente da un mio limite), a meno che non mi fossi soffermato, con evidenziatore e matita colorata, ad evidenziare ed enucleare i fatti e le considerazioni personali, a mio avviso ridondanti e superflue, dai fatti giudiziariamente importanti, che pur ci sono.Un libro non va mai censurato, neanche quando non è piaciuto, anche perché certi aspetti che per un lettore sono dei difetti, possono essere pregi per un altro.Se fossi, quindi, chiamato a valutarlo, al massimo a questo libro darei due stelle (non mi è piaciuto e non lo considero abbastanza buono di per sé, ma non è del tutto da buttare via– criterio che mi pare venga utilizzato per le valutazioni due stelle di Amazon), ma non sono né un censore, né un recensore di professione; i libri semplicemente li leggo e liberamente dico cosa ne penso. Mi astengo, pertanto, da giudizi di valore, ma consiglierei di non portarlo nelle scuole, cosi come invece sarebbe nelle intenzioni dei promotori dell’iniziativa editoriale: gli studenti non comprenderebbero molto della vicenda di Giancarlo Siani! In ogni caso buona lettura.

News Reporter
Un uomo controcorrente, che crede nelle persone e nell'affermazione dei diritti di libertà. Dentro ad una divisa grigio verde i fumi dei lacrimogeni, gli spari, le botte - quelle prese e quelle date - la guerriglia nelle piazze di Milano, Genova, Torino, Roma, Reggio Calabria, Aspromonte, Palermo e le gambe che gli tremano ed il cuore che batte, forte. Rammenta i compagni feriti e quelli caduti e pensa che è fortunato che non sia toccato a lui. E poi apprende che un intellettuale, Pier Paolo Pasolini, aveva parlato di lui e di quelli come lui e aveva detto che, mentre a Valle Giulia (1968 e lui era ancora un bambino) altri giovani facevano a botte con quelli come lui, egli stava - “simpatizzava” - dalla sua parte, perché i poliziotti sono figli di poveri. E capisce che può farcela, che c’è, forse, una strada, per ottenere i diritti, che ancora non ha. Ed è su questi ideali, che Paolo Miggiano ha camminato.
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