
Maddalena Frangioni nasce in Toscana e da anni vive a Milano. Laureata in Pedagogia e Filosofia, ha dedicato parte della sua carriera all’insegnamento delle Lettere, coltivando al contempo una profonda passione per la scrittura che l’ha progressivamente condotta a fare della letteratura il suo principale linguaggio espressivo. Il suo esordio editoriale risale al 2014 con la raccolta di racconti “L’Alchimia del Tempo”, pubblicata da Albatros nella collana “Voci Nuove”. Da allora la sua prosa ha trovato spazio anche sulle pagine della rivista torinese “Viaggiando nelle parole”, per cui ha firmato numerosi contributi narrativi, e ha iniziato a confrontarsi con il circuito dei concorsi letterari, nazionali e internazionali, raccogliendo fin da subito importanti riconoscimenti. Nel 2019 ha vinto la “Pegasus Golden Selection”, ottenendo un prestigioso contratto editoriale. L’anno successivo si è aggiudicata il Premio letterario Racconti nella Rete di Lucca Autori, mentre nel 2021 si è classificata seconda al Premio Nazionale Giovane Holden, sempre nella sezione racconti. La sua scrittura, attenta alle dinamiche umane e sociale, ha continuato a essere valorizzata dalla critica: nel 2024 ha ricevuto il Premio della Critica (sezione racconti, OTMA Edizioni), una Menzione d’Onore al Concorso Internazionale La Ginestra di Firenze, ed è stata finalista al Concorso Rina Gatti. Il 2024 ha segnato un ulteriore traguardo con la pubblicazione di “Donne al centro” per Giovane Holden, casa editrice che nel 2025 riproporrà la sua voce con la nuova raccolta “Bagliori”. Nello stesso anno, Maddalena Frangioni è stata finalista al Concorso Albero Andronico e ha vinto il Premio Internazionale SET ART RENOVA ENVIRONMENT per la narrativa inedita. Tra la formazione pedagogico-filosofica, l’esperienza didattica e la scrittura, Maddalena Frangioni continua a indagare le sfumature dell’umano con una prosa riflessiva e nitida, consolidandosi come una voce originale e costante nel panorama della narrativa breve italiana contemporanea.

Per recuperare da uno sfortunato incidente domestico accaduto nel giorno del suo settantesimo compleanno, Emma deve affrontare un soggiorno in un centro di riabilitazione tra le colline del Pisano. Una esperienza del tutto nuova per lei, che però non si fa scoraggiare dalla preoccupazione, e si cala in quella sorta di realtà a parte con una buona disposizione e una certa curiosità, così come del resto è solita rivolgersi a ogni passo della vita. Quella struttura elegante nella tranquillità della campagna sembra davvero un microcosmo un po’ a parte. Le giornate sono scandite da attività sempre uguali, e il tempo tende a trasformarsi, sfuggendo alle ordinarie frenesie. È un luogo dove ogni piccolo accadimento ha un valore differente da quello comune, una straordinarietà che nasce anche in ciò che parrebbe trascurabile, e fa riscoprire un altro senso dello stare insieme. Le ospiti sono tutte donne in là con gli anni, ognuna con il suo fardello di acciacchi, ricordi e angosce. Nella particolare routine fatta di tempi sospesi e di lunghe attese che spingono a riflettere, Emma può costruire con loro un dialogo diretto e sincero, in cui non hanno posto le distaccate convenzionalità del mondo di fuori. Marisa, Filomena, Leonetta, Rosa, ognuna si svela nelle sue unicità caratteriali e intreccia la propria storia con quella delle altre, in un passaggio sì provvisorio, ma profondamente rivelatore di sentimenti e valori intimi. La testimonianza schietta ed emozionante della nascita di inattese amicizie, che regala ancora una volta a protagoniste speciali il gioioso brivido del vivere.
Recensione: C’è un tipo di silenzio che trovi solo in certi libri, quelli che non alzano la voce ma ti si siedono accanto e aspettano che tu ti calmi. “Donne al Centro” di Maddalena Frangioni è esattamente così. Mi sono ritrovato a chiudere l’ultima pagina con quella sensazione strana, mista a stanchezza e leggerezza, che ti resta addosso quando hai passato del tempo con persone vere. Non perché la trama ti tenga incollato con colpi di scena o misteri da dipanare, ma perché ogni riga sa di pavimento lucidato a cera, di odore di minestra tiepida, di parole dette a metà e capite lo stesso. Emma arriva al centro di Casciana Terme con una gamba che non le risponde più e la testa piena di quei pensieri che non osi dire ad alta voce: la paura di diventare un peso, il distacco con la figlia, la consapevolezza che il corpo, a un certo punto, smette di obbedire e ti costringe a fermarti. Ma il libro non è la storia di una riabilitazione fisica. È il racconto di come, in un posto dove tutto sembra già scritto (orari, terapie, numeri al posto dei nomi), le donne inventano di nuovo il modo di stare vicine. C’è Marisa che gioca a carte come se fosse l’ultima sera di vacanza, Filomena che ha il terrore di muoversi ma tiene stretta la dignità di chi ha scelto da sé, Leonetta che sorride anche quando il cuore le fa i capricci, Rosa che si difende con la spigolosità di chi non ha più nessuno a cui chiedere permesso. Niente eroine, niente vittime. Solo persone che, a settant’anni e più, hanno ancora fame di sentire la propria voce. Il ritmo non ha fretta. Anzi, sembra voler imitare quello delle giornate in cui l’unica cosa da fare è aspettare che le ossa si rimettano in carreggiata. All’inizio ti viene spontaneo pensare “ma dove vuole andare a parare?”, e invece è proprio quella lentezza a fare il lavoro sporco. Ti abitui al fruscio delle ciabatte, alle pause tra un dialogo e l’altro, ai silenzi che pesano più delle confessioni. Quando Marisa sparisce dopo un malore in piscina, il libro non ti spaventa con il dramma. Ti lascia con quel buco nello stomaco che provi quando qualcuno che ti è entrato nelle giornate semplicemente non si presenta più a colazione. E la verità non arriva con un colpo di scena, ma con un resoconto asciutto, quasi burocratico, che però ti lascia il segno. Perché la vita vera è fatta così: le cose importanti spesso si sistemano in silenzio. Frangioni scrive senza mettersi in mostra, ed è forse la sua mossa più riuscita. Niente aggettivi barocchi, niente analisi psicologiche da salotto. Usa un linguaggio che respira, che si ferma dove serve, che lascia spazio a ciò che non viene detto. I dialoghi a volte, interrompono, cambiano strada, tirano fuori un biscotto dalla borsa come se fosse un salvagente. C’è una pulizia nello stile che ti costringe a stare attento, perché ogni dettaglio diventa un chiodo su cui appendere un ricordo: la tuta blu che non si toglie più, il costume rosso troppo grande e troppo vivo, la macchinetta della cioccolata un giorno di domenica quando tutto tace. E quando li metti uno accanto all’altro, ti accorgi che non stai leggendo solo di quattro o cinque signore in terapia. Stai leggendo di un’intera generazione di donne che hanno vissuto tra obblighi non detti, piccole ribellioni domestiche e la fatica di sentirsi ancora vive quando il mondo ha già deciso che hai finito il tuo turno. Leggendolo, mi sono sorpreso a ripensare a certe sere in famiglia, a quelle donne che davano per scontato che il dolore si curasse con la pazienza e che l’amore si dimostrasse sparecchiando la tavola. Mi sono chiesto quante volte, nella corsa di oggi, trattiamo l’invecchiamento come un guasto da riparare in fretta, invece che come un’altra stanza della casa in cui entrare con calma. Questo libro ti fa tirare una sedia, ti versa un bicchiere d’acqua e ti dice: guarda, ci sono state loro. E forse, se non stiamo attenti, ci saremo anche noi. Non è un romanzo che cerca di cambiare le classifiche. È uno di quelli che, se ti capita tra le mani, ti cambia il modo di ascoltare il telefono che squilla, di guardare il corridoio di casa, di capire che la vecchiaia non è una resa, è solo un altro modo di essere presenti. Se decidete di leggerlo, fatelo senza guardare l’orologio. Lasciatevi portare da quella normalità che, alla fine, è l’unica cosa che non si compra e non si finge. E quando avrete chiuso l’ultima pagina, forse, come è successo a me, avrete voglia di mandare un messaggio a qualcuno che non sentite da un po’. Solo per sapere come sta.
