Mario Giunti – Facebook

Nato a Napoli nel 1956 nel quartiere Vomero, l’autore ha trascorso la giovinezza negli anni Sessanta e Ottanta, un’epoca che ricorda con affetto per il fermento culturale, il boom economico e le indimenticabili stagioni sportive della città. Dopo quarantatré anni di attività lavorativa, oggi gode di una meritata pensione che gli ha finalmente permesso di dedicarsi con costanza e impegno alla sua antica passione: la lettura e la scrittura. Felicemente sposato e compagno devoto di due gattine adottate, Mario si descrive come una persona semplice, introvertita e riflessiva. Nella quotidianità tiene i piedi ben piantati a terra, ma alla scrivania lascia che la fantasia prenda il volo. Tra la musica dei Beatles e dei Rolling Stones che fa da colonna sonora alle sue giornate e la passione per il mondo biker, ha imparato a dosare pragmatismo e immaginazione, trovando nella pagina scritta il ponte ideale per esprimere emozioni, viaggiare con la mente e dare voce a personaggi e storie che altrimenti sarebbero rimaste inespresse. La sua produzione letteraria, attenta ai generi thriller, giallo e fantasy, nasce da un profondo rispetto per la tradizione narrativa e da una sincera, incrollabile voglia di raccontare. Una dedizione che ha già raccolto numerosi riconoscimenti in ambito internazionale, confermando una voce autoriale in continua evoluzione.
Bibliografia
Collana: “Le indagini di Frank Sorrentino”: “Assassina!”; “Wicked Place”; “Quei bravi ragazzi”; “L’ultima indagine di Frank Sorrentino” – (3° classificato nella sezione thriller al Concorso Internazionale di Narrativa e Poesia “Mazara 2025”).
Collana: “Le indagini di Poppy Sanders”: “Il Bibliotecario”; “Tutti contro tutti” – (Segnalazione speciale al Concorso Internazionale “Victoria 3.0”).
Collana: “Le indagini di Antonio Brancaccio”: “Delitto a Valle Meritola”; “Delitto a Somma Flegrea”.
Collana: “Le indagini di Sara d’Errico”: “Giù le mani dalla mia città” – (Premio Letteratura – Sez. Holmes Awards al Concorso Internazionale “Golden Books Awards 2024”; Finalista al Premio Internazionale “Le pietre di Anuaria 2025”); “Le radici del male”; “Tra dolore e piacere”.
Collana Fantasy: “La Regina dei Ricordi” – (Premio della Giuria al Concorso Internazionale “La Biglia Verde 2025”); “Ginevra e il mostro”.

Quarta di copertina: La Commissaria del quartiere Vomero, Sara d’Errico, è appena scampata a uno scontro a fuoco con la malavita organizzata della città di Napoli. Per la prima volta, in vita sua, sente la paura di riprendere il suo pericoloso lavoro. Quando una Serial Killer, però, inizia a terrorizzare Napoli, si rende conto che la sua assenza e l’inadeguatezza del suo Vice Lamanna, creano un enorme vuoto nel Commissariato
Basterà questa consapevolezza a darle il coraggio e la forza di tornare a combattere il crimine nel suo quartiere?
Le indagini, intervallate da momenti di vita quotidiana dei protagonisti, si susseguiranno in una meravigliosa Napoli primaverile.
Recensione: Qualcosa nel titolo mi ha inchiodato alla prima pagina. “Giù le mani dalla mia città” è un avvertimento, una supplica, forse una promessa che non si sa ancora se si potrà mantenere. E già alle prime righe lo senti addosso. Stai osservando una città che respira sotto pressione, con una donna che sanguina dentro ma si presenta lo stesso al lavoro. Sara d’Errico è l’investigatrice segnata, letteralmente e psicologicamente, e quasi ti sembra di sentire il fantasma del dolore alla spalla ogni volta che la sua mano scivola sotto la giacca verso la pistola. È qui, in questa scelta di non lucidare la protagonista ma di lasciarle le cicatrici in vista, che Mario Giunti mi prende davvero. Ci ritroviamo davanti a una catena di omicidi, un indizio che all’inizio sembra quasi un gioco di cattivo gusto (figurine Disney lasciate sui corpi come biglietti da visita macabri), un cold case di cinquant’anni fa pronto a inghiottire tutti e il passato che marcisce in tempo reale.
L’assassina non è un mostro astratto o un genio del crimine da manuale. È un lutto che, dopo mezzo secolo, ha finalmente spezzato il guinzaglio. Quando capisci che quei personaggi dei cartoni non sono un trucco narrativo ma un memoriale distorto di un massacro che le ha rubato l’infanzia, tutto cambia rotta. E si capisce che si tratta di guardare il tempo che passa a riscuotere, con calma spietata. E Napoli, in tutto questo, è l’odore delle fritture all’alba in via Luca Giordano, le scale strette e sdentate del Petraio, il modo in cui il silenzio nell’obitorio del Cardarelli pesa più che in qualsiasi altro posto. Giunti la descrive come chi quelle viuzze le ha percorse davvero, smarrendosi e ritrovandosi, senza mai idealizzarle. S’inceppa? Sì, volutamente. C’è un passaggio centrale dove la parabola di Pinguino e le divagazioni sentimentali di Caccialupi sembrano girare un po’ a vuoto, come se l’autore stesse cercando di riempire il respiro prima della corsa. Ma poi ci pensi: la vita non va dritta quando sei sotto shock, quando ti innamori per la prima volta dopo anni di blindatura emotiva, o quando cerchi solo di non annaspare. Il ritmo del libro respira. È volutamente irregolare, come un battito cardiaco che cerca di regolarizzarsi dopo una scarica di adrenalina. E quando si impenna – penso alla sequenza nelle Catacombe di San Gennaro – ti chiude lì dentro, al buio, con loro. Senti gli stivali che strisciano sul tufo, l’umidità che ti entra nelle ossa, il panico che sale dalla gola. È sporco, incostante, ma è maledettamente vivo. La scrittura di Giunti non punta alla lirica fine a se stessa. È funzionale, a volte brutale e sa esattamente dove assestare il colpo. I dialoghi scattano, si sovrappongono, si interrompono. Si sente la cadenza napoletana senza che scivoli mai nella macchietta o nel folklore da guida turistica. Il monologo interiore di Sara non viene snocciolato in sedute da psicologo o in elenchi di sintomi da manuale; trasuda dai suoi silenzi, dall’esitazione quando Emanuele le sfiora il braccio, dal modo in cui si aggrappa alle fusa di Gigio come a un salvagente in acque agitate. E parlando di Emanuele… la rivelazione sul suo vero ruolo avrebbe potuto suonare economica, un trucco da sceneggiatura. Ma perché abbiamo già visto le difese di Sara creparsi, il suo segreto non le spacca solo la fiducia: la costringe a chiedersi se le sia ancora concesso essere amata senza corazza. Questa è la tragedia silenziosa che scorre sotto le sirene e il sangue, e credo sia il punto in cui il libro trova la sua voce più autentica.
L’ho chiuso alle due di notte, pagine piegate a forza, caffè diventato freddo nella tazza. È un romanzo sincero. Non fa finta che il crimine sia pulito o che la guarigione sia un rettilineo tracciato da uno psichiatra. Mostra solo persone che cercano di tenersi insieme, un pezzo alla volta, mentre la città che amano continua a sanguinare intorno a loro.
