
Francesco Thomas Fazio nasce a Roma il 29 Marzo 1963 in una famiglia di discendenza siculo-irlandese. Suo padre, Giuseppe Fazio, fu attore e regista cinematografico, e sua madre, Caitlin Thomas, scrittrice e poetessa, fu in prime nozze moglie del poeta gallese Dylan Thomas. Alcune delle poesie di Francesco Thomas Fazio sono apparse – tradotte in inglese – nella prestigiosa rivista “International Poetry Review”. Iscritto alla facoltà di Architettura di Roma, non porta a termine gli studi per salvare sua madre dalle spietate grinfie dell’alcolismo e della depressione. Si dedicherà ad aiutare il padre nei suoi lavori cinematografici. Attualmente sta curando e traducendo in italiano le poesie inedite di sua madre e sta scrivendo una sceneggiatura cinematografica basata sulle memorie di Dylan Thomas e Caitlin Thomas che si intrecciano con le esperienze dell’essere un poeta.
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Leggere “Il bambino risorto” di Francesco Fazio non è semplicemente sfogliare un libro. È accettare un invito a un pellegrinaggio. Ti ritrovi a camminare in un paesaggio dove ogni sasso ha una memoria, e le parole scavano, fino a toccare qualcosa di antico e tremante dentro di te. Fazio con le parole edifica, pietra su pietra, luoghi dell’anima in cui ciò che è pesante diventa leggero e il tempo perde i suoi confini. La prima cosa che senti è il respiro di queste poesie. Hanno un passo misurato, a volte faticoso, come di chi cammina sulle «basole della vita». Le pause, gli incisi, le parentesi sono il battere del cuore del testo, il suo ansimo pensante. In “Annuenza”, c’è la lentezza ostinata di una barca che «tira lentamente i remi»; in “Sulla freccia del tempo”, il ritmo si fa metallico e stanco, con speranze che «sbuffano e sferragliano», come un treno che arranca portando con sé un carico di speranze rugginose. È la musica precisa di un’esistenza che non fa sconti. Ma è negli sguardi che Fazio getta sul mondo che il libro si rivela completamente. Ha il dono di fermarsi su ciò che passa inosservato e di vederne lo splendore struggente. Una semplice «Prickly pear shovel» (la pala di ficodindia), per lui, diventa un «astronauta di clorofilla» che insegna «tolleranza alle intemperie della vita». Un esercito di formiche, con il loro «palestrato bucintoro», crea «ponti per trasportare quel carico malagevole». Violini «appanciollati sul comodo letto di paglia» riposano, mentre «gli alberi del drago piangono sangue per ungere gli Stradivari». C’è in questo uno sguardo vicino a Pascoli, attraversato da una malinconia più contemporanea, più consapevole della ferita. La sua Sicilia è un corpo vivo, fatto di «litoidi ricordi», di grondaie e di storia. Al centro di tutto c’è un paradosso potente e commovente: per tornare a vivere, bisogna prima aver incontrato la morte. Il “bambino risorto” del titolo è proprio questo: la possibilità di una purezza ritrovata, dopo aver attraversato il buio più profondo – come scrive in “Innocenza”: «Ignari diventiamo / vecchi maccabei per ritornare bambini». È un cammino verso l’origine, verso quel «granulo di vita» da portare nella «tralucente caracca» dell’esistenza. Questo anelito ricorda certe vette del pensiero leopardiano, ma con una differenza cruciale: in Fazio si avverte, a tratti, un barlume di ricongiungimento «con l’Uno ed il Tutto», un senso di unità che sa quasi di preghiera laica. Accanto a questa ricerca interiore, però, pulsa anche una coscienza civile sdegnata e precisa, come nelle liriche “Fuggilozio dei papaveri” o “Mucceria”. È la voce di un uomo che, come Ungaretti, sa essere fragile davanti all’universo e fermo davanti all’ingiustizia. E poi ci sono le parole. Fazio le cerca come un archeologo, dissotterra vocaboli desueti come «nefraria», «friscello», «rostigliose», donandogli nuova luce. Quando questa ricerca lessicale si fonde con l’immagine – come in quel fiore che «disvela esibendo i suoi abiti carioca» ed «effonde codici matematici / fragranze inebrianti e sezioni auree» – la poesia raggiunge una bellezza rara, che ti rimane addosso. “Il bambino risorto” non è un libro che si legge in fretta. Chiede tempo, silenzio, la volontà di perdersi dentro i suoi meandri. Ma se gli concedi questo, quando ne uscirai, ti accorgerai che qualcosa, in te, si è mosso. È un viaggio che consiglio di fare.
Luigi De Cristofari
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4 DOMANDE ALL’AUTORE
1. Nella silloge recuperi parole desuete come “nefraria”, “friscello”, “roscigliose” – lessico che torna “a nuova vita” scavando fino all’etimo. Questa scelta non sembra solo estetica: sembra un gesto di resistenza contro la banalizzazione del linguaggio che denunci in “Mucceria” (“parole impettite e tubolari coronate d’aureola”). Quanto è stato faticoso, e quanto necessario, scavare nella memoria della lingua per restituire dignità alle cose?
Scavare nella memoria della lingua è stato un lavoro faticoso, quasi un’esplorazione “archeologica” nel lessico italiano. Un lavoro lungo, costante, quotidiano: l’andare a leggere due volumi del dizionario Melzi (e non solo) pagina dopo pagina, annotando, recuperando, riflettendo ma anche meravigliandosi della bellezza decaduta della lingua italiana. La ferma volontà di non far morire del tutto certe stupende parole italiane e consentire loro un altro alito di vita. Dovremmo noi tutti conoscere almeno 40.000 parole italiane ma ne usiamo, ahimè, poco più di 2000 nel nostro linguaggio di ogni giorno. E così il nostro pensiero è, a mala pena, abbozzato, delineato nei suoi contorni più essenziali ma non variopinto con la magica ed abbondante tavolozza dei colori a nostra disposizione. Reputo che l’armonia, la profondità, l’intensità della lingua italiana sia evidente ed indiscutibile. Non a caso la Regina Elisabetta I scriveva in italiano ed adorava studiare questa lingua. In onore della Scuola Poetica Siciliana, dove è nato nel 1220 il concetto di sonetto con Jacopo da Lentini presso la corte del Re Federico II di Svevia, con questa mia umile raccolta di poesie desidero avvicinare il lettore a riscoprire il bello nella natura e nell’arte così da avvicinarsi al sussurro dell’Uno.
2. Sul paradosso del “bambino risorto”
Il titolo racchiude un ossimoro potente: il bambino – simbolo di origine – che però “risorge”, cioè ha già conosciuto la morte. In “Innocenza” scrivi: “Ignari diventiamo / vecchi macabei per ritornare bambini”. Non è una nostalgia regressiva, ma una consapevolezza conquistata. Credi davvero possibile tornare all’innocenza dopo aver attraversato il buio dell’esperienza? Non è questa la speranza più fragile, eppure indispensabile, che ci tiene vivi?
Essere poeti vuol dire – anzitutto – avere un’anima candida malgrado le vicissitudini della vita. Essere poeti vuol dire aver avuto la forza di preservare la purezza di quell’anima. È alquanto difficile essere veri poeti avendo un’anima contaminata dal Male, dalla superbia, dall’invidia e dalle brame dell’Ego. L’Ego va ridotto a pane ed acqua e quando la vita si avvicina al tramonto, l’Ego non scalpita più. Interviene la saggezza, la contemplazione, la riflessione, l’esperienza. Quel bambino ora consapevole, “risorge” malgrado le terribili cicatrici perché ora è più forte essendo stato forgiato, stirato, allungato, piegato, avvitato dalla fucina della vita.
3. Sulla Sicilia come crocevia cosmico
Dall’elefante Liotru che vola da Catania a Bisanzio, ai Polpastrelli di Dio sotto il mare di Realmonte, fino alla Collina panciuta di Göbekli Tepe: la tua Sicilia non è un paesaggio folkloristico, ma un nodo dove si intrecciano tempo geologico, mito e storia sacra. Com’è nato questo sguardo che vede nell’isola non una periferia, ma un centro vibrante dove “il Tutto diventa il Nulla”?
Vedo la Sicilia come perno ed arena di giganti, mura ciclopiche e miti greci dove il tutto nasce e si dipana in un silenzioso intreccio culturale. Forse le silenziose pietre dell’archeologia potranno restituirci scomode verità velate dal silenzio. D’altra parte si vuole che i lenti passi della civiltà dell’Uomo si siano spostati dall’oriente all’occidente e dal sud verso il nord dell’emisfero. Avremmo certamente saputo di più sulla Sicilia, se la biblioteca reale di Alessandria d’Egitto non fosse stata saccheggiata e distrutta dal fuoco nel 48 a.C. Per quanta testimonianza e cultura si sia irrimediabilmente persa, il fulcro della conoscenza del Mediterraneo passa sicuramente da Malta, Sicilia e Sardegna.
4. Sulla pala di ficodindia e la resilienza senza eroismo
Forse la poesia più commovente è “Quell’astronauta di clorofilla” dove una pala di ficodindia “Anacoreta” insegna “tolleranza alle intemperie della vita”. Non scegli un leone o una quercia, ma una pianta spinosa, marginale. C’è qualcosa di autobiografico in questa metafora? Credi che la vera forza oggi stia proprio nel resistere senza clamore, come quella pianta che “trasmuta” la siccità in sopravvivenza silenziosa?
Un antico detto siciliano narrava “calati juncu ca passa la china”. Ho scelto proprio la pala di ficodindia non solo perché così tipico del paesaggio siciliano, ma perché nel periodo di fioritura un bellissimo fiore giallo dorato è capace di sbocciare tra un groviglio di spine. Le spine rappresentano gli accorgimenti difensivi per proteggerci da vita ostile, piena di delusioni, di false aspettative, di promesse infrante. Il ficodindia sopravvive in condizioni difficili, se non estreme, così come è stata la mia vita. Il fiore giallo è il simbolo della fenice che risorge, la consapevolezza che rinasce. Non è da tutti saper incassare i duri colpi della vita. Ma se resisti e ti adatti (come la pala di ficodindia o gli indistruttibili tardigradi) alla fine trionfi. Vinci non perché hai scelto l’azione, dispendiosa in termini di energia e fatica. Vinci perché hai scelto la non-azione, la resistenza passiva, il vuoto sul pieno.
