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193 paesi, 9 anni, un diario di viaggio autentico. Recensione di Everycountry. Viaggio in tutte le 193 nazioni del mondo, dall’Afghanistan allo Zimbabwe

 

Visitare tutti i 193 paesi del mondo riconosciuti dall’ONU non è un sogno da social network. E’ un’impresa straordinaria, rara perfino nell’epoca della globalizzazione: ma fattibile. Un’avventura che mette certamente alla prova resistenza, pazienza, ingegno e curiosità: ma realizzabile. Flavio Ferrari Zumbini ce lo racconta in un libro avvincente: Everycountry. Viaggio in tutte le 193 nazioni del mondo, dall’Afghanistan allo Zimbabwe, ISBN services, 2022. Un traguardo che, come ricorda lo stesso autore, è stato raggiunto da pochissime persone — secondo alcune stime, meno perfino di quante siano andate nello spazio!

Il volume nasce da un viaggio durato circa nove anni, dal 2014 al 2022, nel corso del quale Ferrari Zumbini ha attraversato ogni continente, con un bagaglio ridotto all’essenziale e con una filosofia di viaggio lontana da quella del turismo organizzato. L’autore – romano, laureato alla LUISS e in passato attivo nel mondo del poker – ha scelto infatti di muoversi spesso in solitaria, affrontando non solo paesaggi e culture diversissime, ma anche le inevitabili difficoltà logistiche e politiche di un itinerario globale.

Devo ammettere che, inizialmente, temevo che il libro potesse trasformarsi in un catalogo di mete esotiche, con l’elenco dei paesi e qualche aneddoto superficiale. Invece, Ferrari Zumbini sorprende soprattutto per la sua capacità di trasmettere la dimensione umana del viaggio: le attese estenuanti agli aeroporti, i piccoli inganni per superare le burocrazie, gli incontri con persone incredibilmente diverse, ma anche le tante e diverse difficoltà reali. Questo ‘realismo’ non solo mostra l’autenticità del racconto, ma allo stesso tempo mette in luce come la sfida di visitare tutti i paesi del mondo sia meno romantica di quanto si immagini.

L’opera non è quindi una guida turistica né un catalogo di destinazioni. Si presenta piuttosto come un diario di esperienze, fatto di incontri, rischi, riflessioni e imprevisti. Nel corso del viaggio l’autore racconta di essere stato derubato e picchiato, di aver contratto la malaria, di aver dovuto talvolta assumere identità improvvisate – come consulente petrolifero o… missionario! – per superare ostacoli burocratici o diffidenze locali.

Questi episodi, spesso raccontati con tono diretto e talvolta ironico, restituiscono la dimensione concreta del viaggio: non una successione di fotografie spettacolari, ma una lunga esperienza fatta anche di attese, difficoltà e momenti di solitudine. L’autore in verità insiste proprio su questo, sottolineando come un lungo viaggio reale sia molto diverso dall’immagine patinata che spesso circola sui social: dietro ogni spostamento c’è un lavoro di organizzazione e una quantità di tempo ‘vuoto’ che raramente viene mostrato.

Uno degli aspetti più interessanti del libro è il tentativo di raccontare quello che l’autore definisce “l’altro 95% del mondo”, cioè le realtà lontane dalle grandi metropoli occidentali e dai circuiti turistici più battuti. Il viaggio diventa così anche un sorprendente strumento di conoscenza culturale e personale: attraversare confini geografici significa, nelle pagine del racconto, mettere in discussione le proprie abitudini e ricostruire una nuova visione del mondo. Come scriveva Marcel Proust, “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”.

Dal punto di vista stilistico, Everycountry alterna episodi narrativi, aneddoti e riflessioni più generali sul senso dell’esplorare. La lettura scorre comunque sempre con facilità e mantiene un tono autobiografico che rende la narrazione accessibile anche a chi non è un viaggiatore abituale.

Uno degli aspetti più affascinanti del libro, a mio avviso, è proprio la riflessione personale: attraversare il mondo diventa anche un modo per mettere in discussione le proprie certezze, scoprire quante sfumature esistano tra stereotipi e realtà, e capire che sportarsi non è solo accumulare conoscenze di luoghi, ma anche un insieme di storie e incontri. In questo senso, il libro funziona davvero bene come diario di crescita personale.

In definitiva, il libro di Ferrari Zumbini non è soltanto il resoconto di un pur eccezionale primato. È piuttosto il racconto di un percorso personale che attraversa il pianeta e, allo stesso tempo, mette alla prova la capacità di adattarsi a culture, paesaggi, contesti e situazioni molto diverse. Un libro che può essere letto come peripezia, reportage e riflessione sul viaggio: ma che, soprattutto, invita il lettore a guardare il mondo con maggiore curiosità e meno stereotipi. L’autore non racconta solo un giro del pianeta: racconta la fatica, l’imprevisto e la complessità del viaggiare veramente, quando non esistono hotel prenotati o itinerari già segnati.

In conclusione, Everycountry è un libro che consiglio sia a chi ama il viaggio ‘vero’, con tutte le sue difficoltà, sia a chi cerca un racconto di curiosità globale e di esperienze davvero fuori dal comune. Non è perfetto. A volte la mole di nazioni visitate sacrifica profondità e introspezione: ma la sincerità e l’autenticità della voce dell’autore rendono il libro una lettura assolutamente stimolante e spesso divertente, capace di far sognare e riflettere allo stesso tempo. Come suggeriva Seneca, “Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare”: e forse è proprio questo il senso più profondo di un viaggio così estremo, trasformare il movimento attraverso il globo in una ricerca di direzione e significato.

 

News Reporter
Paolo Agnoli, 1955, è un fisico nucleare di formazione, ora in pensione, con anche laurea magistrale in filosofia. Da giovane è risultato uno dei vincitori del premio ‘Enrico Persico’, bandito annualmente dalla Accademia Nazionale dei Lincei. Da anni è ormai appassionato di temi storici e filosofici relativi al dibattito scientifico e culturale in generale. Ha lavorato per molti anni in settori di R&D di aziende a livello nazionale, ed è infine stato cofondatore ed ha diretto per molti anni un'azienda -Pangea Formazione, riconosciuta come Istituto di Ricerca dal Ministero dell'Istruzione dell'Università e della Ricerca-, composta in larga maggioranza di fisici e matematici, impegnata nella progettazione di algoritmi e modelli probabilistici di IA a supporto del processo decisionale industriale, manageriale e strategico. Pangea Formazione è stata acquisita nel 2020 dal colosso americano della consulenza Bain&Company
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