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In questo momento in cui viviamo uno stato di dipendenza dalla paura, che rischia di prendere il sopravvento sulle nostre azioni quotidiane, in questo periodo di caccia agli untori, vissuta allo stesso modo in cui la descriveva il Manzoni nei Promessi sposi, gli esperti della psicologia dell’atavismo, ci dicono che da questa fobia ci dobbiamo distrarre.       

E allora, siccome il nostro sistema cognitivo non è solo eredità atavica, ma anche affettività, creatività, distrazione, passioni, amore, piuttosto che restare connesso per vedere quanti morti ci sono e come questo virus si stia diffondendo, scelgo di leggere, di leggere un libro. L’occasione mi è data da un libro che su di me ha avuto l’effetto di recuperare una sorta di identità antica. E allora, eccolo questo viaggio nella memoria che ci viene offerto da Saverio e Chiara, un libro di Angelo Piraino, pubblicato per Printed by Amazon. Un libro intenso, scritto con un linguaggio semplice, ma incalzante, nonostante che l’autore sia un noto avvocato del Foro di Santa Maria Capua Vetere, che avrebbe potuto lasciarsi andare ai linguaggi forbiti tipici della sua professione. 

Ogni inizio […] è solo un seguito e il libro degli eventi è sempre aperto a metà: con queste parole termina la poesia Amore a primavistadi Wisława Szymborska e leggendo il libro Saverio e Chiaradi Angelo Piraino si ha netta la sensazione che davvero nella vita delle persone tutto è in continuità, tutto si tiene e passato, presente e futuro sono indissolubilmente legati. E se a tenerli uniti, nonostante tutto, c’è l’amore, il legame diventa più forte e si tramanda per generazioni.

Saverio e Chiara sono due personaggi di altri tempi, ma finiscono per essere anche i nomi di due loro discendenti, che attraverso il racconto del nonno Saverio, prima, e del padre Angelo, dopo, ne proseguono l’identità ereditaria. Un racconto che si caratterizza per avere diverse voci narranti: il nonno ultraottuagenario Saverio, in punto di morte ripercorre l’intera sua difficile esistenza, Angelo che con dolcezza entra nei sentimenti e nelle difficoltà di quelli che il destino ha fatto diventare i suoi veri genitori e suo figlio, Saverio, che con lo stesso nome del “nonno”, dà continuità all’impegno di una famiglia normale del nostro Sud.

Ma andiamo con ordine, Saverio è un anziano signore di ottantaquattro anni, che nelle ultime ore di vita, nella serena accettazione della fine, ripercorre la sua intera esistenza, accompagnando, in una narrazione avvincente, il lettore dentro ad epoche e vissuti personali antichi, che se rapportati alla velocità dello scorrere della vita dell’odierna era digitale, rischiano di essere avvertiti come realtà preistoriche, quando invece dai fatti narrati sono appena trascorsi una settantina di anni. 

Siamo nella prima metà del secolo scorso, il secolo breve, e Saverio è un ragazzo, figlio del barbiere di una città del Sud, destinato ad essere barbiere anche lui, che ad un certo punto sente troppo stretta la sua cittadina e decide di emigrare in America. Ed ecco che la narrazione ci conduce in un’Italia che abbiamo rimosso, il Paese dove, a scuola, le classi erano separate tra maschi e femmine, dove i banchi erano di legno, con il buco per il calamaio dell’inchiostro, dove si intingeva il pennino, non prima di averlo inumidito con la lingua ed i polpastrelli che rimanevano macchiati di nero. 

Sono ricordi quasi ancestrali, eppure allo stesso tempo collocati appena dietro l’angolo della memoria di intere generazioni e che, attraverso la lettura di Saverio e Chiara, riemergono con la nostalgia di un tempo in cui tutto era più semplice, ma anche molto più umano.

Ed è così che il lettore si ritrova catapultato in una sala da barba dell’epoca, dove il barbiere affilava il rasoio lungo una resistente striscia di cuoio e dove davvero si temeva che la ferma mano del barbiere potesse tenere in ostaggio il proprio cliente, sotto la minaccia di una tagliente spada. 

Così Saverio, appena adolescente, decide di salpare per l’America e prima di farlo va al salone dal padre per salutarlo ed egli di spalle gli dice: «Tirati il portone». Saverio si tirò dietro il portone, lo chiuse, ma quelle parole lo hanno accompagnato per tutta la sua vita, non riuscendo a dare una interpretazione, una cifra a quella metafora del portone tirato (chiuso) alle sue spalle. 

Sono gli anni che nell’immaginario collettivo sono stati collocati come gli anni della Belle Époque, ma durante il viaggio verso l’America, Saverio comprendeva bene che mentre quelli della prima classe, i passeggeri ricchi, leggevano libri di avventure, neanche immaginavano che l’avventura la stavano per compiere i poveri, quelli che sotto di loro stavano ammassati nella terza classe e che ben presto sarebbero diventati i padri dei futuri americani.

Saverio arrivò in America, ma ci restò poco, per lui fu solo un miraggio. Il suo destino lo aspettava in Italia, al suo paese di provincia, dove aveva lasciato l’idea, lo sguardo di una giovane ricamatrice che aveva incrociato, pure da lontano, non più di una decina di volte. Quel viso dolce lo accompagnerà per tutto il viaggio fino a vederlo impresso negli occhi della statua della Libertà, entrando in porto a New York.

Saverio tornò in Italia e sposò la sua Chiara, la donna che pur cambiando continuamente nome (ma questo non ve lo svelo, lo capirete leggendo il libro), lo accompagnerà, tra vicende dolorose e stenti economici, per tutta la sua vita.

Saverio e Chiara, un racconto avvincente, che mentre sembra incamminarsi lungo i binari di una storia, non manca di punti di svolta, ricollocando il lettore in alterne vicende, compresa la guerra, che coinvolgeranno la famiglia di Saverio, la quale sarà chiamata ad affrontare con tenacia, determinazione e amore gli imprevisti che la vita le presenterà. Così ben presto Chiara si ammalò e con Saverio, per salvaguardare il suo cuore fragile, decisero di non avere figli. Per loro, però, al mondo di figli già nati ce ne sono tanti e decisero di adottare una bambina alla quale non riusciranno a dare neanche un nome perché, nonostante fosse stata curata da Giuseppe Moscati, morirà dopo alcuni giorni dalla sua adozione. Morivano così i bambini di un tempo, tra le braccia dei genitori e davanti alle lacrime dei medici mentre vergavano lettere di raccomandazioni per i colleghi dei nosocomi più adeguati.

Saverio e Chiara, nonostante non navigassero nell’oro e considerassero la povertà non una vergogna ma un orgoglio, erano convinti che “l’amore può solo moltiplicarsi all’infinito, senza togliere nulla alle altre parti” e così adottarono un’altra bambina, molto bella, che finirà per avere a sua volta troppo presto un bambino. Un bambino di nome Angelo (l’autore del libro?) che Saverio e Chiara finiranno per adottare. Saverio e Chiara, due persone non ricche, ma dotate di una grande umanità e di qualche libro, lo ameranno come un figlio e Angelo sarà loro sempre riconoscente, perché questa scelta gli permetterà di studiare e di affermarsi nella vita, divenendo un bravo avvocato della sua città: tutto ciò che comincia è solo il proseguimento di ciò che è stato. 

Vi ho detto troppo e, quindi, il resto del racconto, il suo epilogo, lo leggerete quando avrete tra le mani questo meraviglioso viaggio in una entusiasmante storia d’amore che arriverà fino ai giorni nostri, ma che soprattutto vi emozionerà come ha fatto con me. Un libro che racconta di stenti e di dolori, l’unico libro dove le hostess della TWA sono brutte e dove anche la parola Morte è scritta con la lettera maiuscola, come ad attribuirle il rispetto antico che le deriva dalla parola Amore (con la maiuscola anch’essa). 

P. S. 

All’autore, Angelo Piranio, che dice che dovrà continuare a fare l’avvocato fino a quando non diventerà uno scrittore, voglio dare un consiglio: Continua a fare l’avvocato, ma anche lo scrittore, le due faccende non sembrano essere affatto inconciliabili.

Paolo Miggiano
News Reporter
Un uomo controcorrente, che crede nelle persone e nell'affermazione dei diritti di libertà. Dentro ad una divisa grigio verde i fumi dei lacrimogeni, gli spari, le botte - quelle prese e quelle date - la guerriglia nelle piazze di Milano, Genova, Torino, Roma, Reggio Calabria, Aspromonte, Palermo e le gambe che gli tremano ed il cuore che batte, forte. Rammenta i compagni feriti e quelli caduti e pensa che è fortunato che non sia toccato a lui. E poi apprende che un intellettuale, Pier Paolo Pasolini, aveva parlato di lui e di quelli come lui e aveva detto che, mentre a Valle Giulia (1968 e lui era ancora un bambino) altri giovani facevano a botte con quelli come lui, egli stava - “simpatizzava” - dalla sua parte, perché i poliziotti sono figli di poveri. E capisce che può farcela, che c’è, forse, una strada, per ottenere i diritti, che ancora non ha. Ed è su questi ideali, che Paolo Miggiano ha camminato.
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